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Perché JpMorgan e Trump litigano sulle carte di credito

Trump vuole imporre un tetto massimo del 10% ai tassi di interesse delle carte di credito, per far risparmiare i consumatori. Secondo JpMorgan, però, la proposta finirebbe per danneggiare proprio i cittadini americani (oltre a intaccare un enorme giro d'affari per le banche).

La banca statunitense JpMorgan Chase, una delle più grandi al mondo, ha criticato la proposta del presidente Donald Trump di imporre un tetto massimo del 10 per cento ai tassi di interesse delle carte di credito. A detta della società – che è guidata da Jamie Dimon e che ha riportato risultati superiori alle aspettative nel quarto trimestre del 2025 -, questa misura danneggerebbe non soltanto le banche americane, ma anche i cittadini e l’economia nazionale.

LA PROPOSTA DI TRUMP SULLE CARTE DI CREDITO

Venerdì scorso Trump ha ventilato l’introduzione di un tetto massimo del 10 per cento ai tassi di interesse delle carte di credito, per un anno. Successivamente, ha dichiarato che le società che non si saranno adeguate entro il 20 gennaio avranno commesso una “violazione della legge”.

Infine, martedì il presidente ha invitato i membri del Congresso a sostenere una legge, il Credit Card Competition Act, che obbligherebbe le grandi banche a offrire ai rivenditori la possibilità di emanciparsi dai circuiti Visa e Mastercard, le due aziende che dominano il mercato globale dei servizi di pagamento.

L’IMPATTO SULLE AZIONI: CROLLANO VISA E MASTERCARD

Questi annunci hanno provocato la caduta in borsa delle azioni delle principali società emettitrici di carte di credito negli Stati Uniti: Capital One, la più grande, ha perso lunedì il 6,4 per cento e JpMorgan, la seconda, l’1,4 per cento.

Martedì, invece, Visa e Mastercard sono scese rispettivamente del 5,6 e del 5,8 per cento.

LA VISIONE DI JPMORGAN…

Il direttore finanziario di JpMorgan, Jeremy Barnum, ha detto che, se le proposte di Trump diventeranno legge, l’esito sarebbe “molto negativo per i consumatori e per l’economia” e le banche dovrebbero rivedere “in modo significativo” il business delle carte di credito.

… E DELLE ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA

Similmente, le associazioni di categoria – come la Bank Policy Institute and Consumer Bankers Association – hanno spiegato che un tetto ai tassi di interesse sarebbe “devastante” per alcune fasce di consumatori. “I dati”, dicono, “dimostrano che un tetto massimo del 10 per cento sui tassi di interesse ridurrebbe la disponibilità di credito e avrebbe conseguenze devastanti per milioni di famiglie americane e di piccoli imprenditori”.

QUAL È IL PUNTO DELLA QUESTIONE

In sostanza, dietro alla proposta del cap c’è la volontà dell’amministrazione Trump di far risparmiare gli americani: i tassi di interesse si aggirano sul 20-25 per cento, e ridurli al 10 per cento garantirebbe ai consumatori – secondo uno studio della Vanderbilt University citato da Quartz – un risparmio di 100 miliardi di dollari.

Per le banche, invece, la limitazione degli interessi finirebbe per rivelarsi dannosa per i consumatori – in particolare per quelli meno abbienti – perché ridurrebbe l’incentivo economico a fornire carte di credito ai clienti meno affidabili, quelli che potrebbero non ripagare i loro debiti. Le carte di credito sono molto diffuse negli Stati Uniti e non prevedono, per gli emettitori, delle garanzie solide: i tassi di interesse elevati, dunque, permettono di compensare i tassi di insolvenza.

QUANTO VALGONO LE CARTE DI CREDITO PER JPMORGAN

Per JpMorgan, il giro d’affari delle carte di credito è notevole: alla fine di dicembre, questa tipologia di prestiti è ammontata a 247,8 miliardi di dollari. Nel quarto trimestre del 2025, la banca ha riportato una crescita del 5 per cento, a 7,2 miliardi, dei ricavi netti nei servizi legati alle carte di credito: tale aumento – spiega Bloomberg – “è stato trainato dal reddito netto da interessi sui saldi revolving più elevati”, ed è quindi minacciato dalla proposta di Trump.

Più in generale, nel quarto trimestre del 2025 JpMorgan ha riportato un margine di interesse netto – ovvero la differenza tra i guadagni dai pagamenti sui prestiti e le erogazioni sui depositi – di 25,1 miliardi, in aumento del 7 per cento.

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