Il Pentagono ha comprato dall’israeliana Tomer cluster bombs, ovvero bombe a grappolo.
È quanto emerso da una recente inchiesta di The Intercept, il Dipartimento della Difesa Usa ha firmato un accordo da 210 milioni di dollari con l’azienda statale israeliana per l’acquisto di proiettili a grappolo avanzati, una tipologia di arma vietata dalla maggior parte dei paesi. per l’alto rischio di vittime civili. Il problema principale delle bombe a grappolo è legato alle submunizioni che non esplodono al momento dell’impatto e rimangono sul terreno, trasformandosi in un pericolo per la popolazione. Il rischio permane quando i civili tornano nelle aree colpite, tra campi agricoli, foreste e insediamenti, dove gli ordigni inesplosi possono detonare anche anni dopo, spesso senza alcun preavviso.
Tuttavia le principali potenze militari, tra cui Russia, Cina, Israele, India, Pakistan e Stati Uniti appunto, non hanno mai aderito alla Convenzione sulle munizioni a grappolo, anche detta Convenzione di Oslo, che proibisce ai 112 Paesi firmatari l’impiego e la produzione di queste armi. Al posto della firma dell’accordo del 2008, nello stesso anno Washington ha introdotto una politica interna che prevedeva l’eliminazione entro il 2019 delle vecchie munizioni a grappolo, considerate più soggette a malfunzionamenti, e lo sviluppo di nuovi ordigni con un tasso di fallimento inferiore all’1%.
Inoltre, sempre The Intercept sottolinea che il contratto, siglato senza gara d’appalto e rimasto finora poco noto, rappresenterebbe il più grande acquisto di armi da Israele di cui esistano registrazioni ufficiali negli ultimi anni.
Tutti i dettagli
UN ACCORDO SENZA GARA
La testata sottolinea che l’intesa per l’acquisto di munizioni a grappolo risulta firmata in sordina dal Pentagono. Il contratto, dal valore di 210 milioni di dollari, sarebbe stato stipulato infatti senza procedura competitiva, una modalità che richiede giustificazioni formali previste dalla normativa federale.
IL CONTRATTO CON TOMER E IL RECORD NEI DATABASE FEDERALI
L’intesa sarebbe stata firmata a settembre e non era stata precedentemente resa nota. In base a un database federale online che raccoglie informazioni sugli ultimi 18 anni, si tratterebbe del più grande contratto del Dipartimento della Difesa statunitense per l’acquisto di armi da un’azienda israeliana di cui si abbia traccia ufficiale.
L’azienda coinvolta sarebbe Tomer, società israeliana controllata dallo Stato. L’accordo prevedrebbe un finanziamento distribuito su tre anni per la produzione di una nuova munizione da 155 mm, destinata all’esercito statunitense.
COSA FA L’ISRAELIANA TOMER, A SERVIZIO DEL MOD E DELLE IDF…
Come si legge sul sitoweb, Tomer è un’azienda di difesa di proprietà governativa, “all’avanguardia nello sviluppo e nella produzione di tecnologie di propulsione missilistica. Fornendo un centro di conoscenza nazionale per lo Stato di Israele, Tomer sviluppa e produce sistemi missilistici utilizzati nei sistemi d’arma aerei, terrestri e navali impiegati dal Ministero della Difesa israeliano (MOD), dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e dalle forze armate straniere”.
Tra questi sistemi d’arma figurano i motori a razzo dei missili Arrow, i lanciatori satellitari Shavit, i sistemi di difesa aerea ELRAD e i razzi d’artiglieria. “Operando come azienda commerciale, la Tomer Company fornisce un elemento essenziale e vitale per la capacità di difesa di Israele” sottolinea la società.
MA NON SOLO
Come sottolinea l’analisi Riccardo Pennisi sul suo profilo Facebook, “Tomer è un’impresa dello stato israeliano, che però lavora non solo per lo stato, ma vende/produce anche per privati, e a quanto dimostra questa transazione, anche per governi stranieri. Governi, come quello americano, che così finanziano il ministero della Difesa israeliano e di conseguenza contribuiscono al suo bilancio. Tomer versa allo stato israeliano un dividendo del 50% sui profitti che fa”.
In particolare, “Tomer ha segnato vendite per 173 milioni nel 2025: il contratto con Washington moltiplica dunque il suo profitto, già in crescita grazie alle operazioni militari degli ultimi anni” ha aggiunto Pennisi.
UN’INVERSIONE DI TENDENZA NEI RAPPORTI MILITARI TRA STATI UNITI E ISRAELE
L’inchiesta evidenzia come l’acquisizione rappresenti un caso atipico rispetto alla dinamica più frequente nei trasferimenti militari tra i due Paesi, che solitamente vede gli Stati Uniti come principali fornitori di armamenti a Israele.
In questo caso, invece, gli Stati Uniti risulterebbero acquirenti diretti, pagando un’azienda israeliana per lo sviluppo e la produzione di un nuovo tipo di munizionamento.
LA DOCUMENTAZIONE OBBLIGATORIA
Le agenzie federali statunitensi, in caso di contratti assegnati senza gara, sono legalmente tenute a redigere un documento di “determinazione e conclusioni” per motivare l’assenza di una procedura competitiva, spiega la testata. Questo tipo di documentazione può essere richiesto attraverso le norme sui registri pubblici.
Secondo quanto riferito, l’Esercito non avrebbe ancora risposto a una richiesta di accesso presentata ai sensi del Freedom of Information Act, finalizzata a ottenere tali documenti.
ECCEZIONE GIÀ PRATICATA PER TAIWAN E L’UCRAINA
“Il documento con cui il ministero della Difesa USA giustifica l’ordine – avvenuto nel settembre 2025 – ancora non è pronto” osserva ancora Pennisi. “E nonostante gli obblighi di legge non c’è stata una gara d’appalto o un’offerta pubblica: è stata scelta Tomer punto e basta. Un’eccezione permessa da recenti emendamenti che consentono di aggirare la legislazione di controllo, già usata per affari con Taiwan e l’Ucraina” ricorda l’analista.
LA STRATEGIA DI WASHINGTON
I proiettili descritti nel contratto sarebbero progettati per sostituire munizioni a grappolo più datate e spesso difettose. “Secondo i test dei produttori, le bombe a grappolo prodotte dallo stato israeliano avrebbero meno “effetti collaterali” nel lungo periodo, cioè esploderebbero quasi tutte subito sui loro bersagli: confortante, eh? – Dunque gli Stati Uniti ne avrebbero bisogno per sostituire nei propri magazzini quelle “difettose” che hanno usato per cinquant’anni, dal Vietnam all’Iraq” ha concluso l’analista Riccardo Pennisi.






