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Guerra dazi Usa-Ue, cosa si dice e cosa non si dice

Che cosa sta succedendo davvero fra Usa e Ue sui dazi. L'approfondimento di Liturri

Oggi a Strasburgo sarà una giornata probabilmente decisiva, in ogni caso, per l’esecuzione dell’accordo Ue-Usa sui dazi del luglio 2025.

Il relatore della commissione parlamentare Commercio Internazionale, è infatti fiducioso che sarà la volta buona per concludere il trilogo con Consiglio e Commissione e licenziare il testo da portare in seduta plenaria a metà giugno e finalmente poter votare i due regolamenti essenziali per adempiere agli impegni presi con gli Usa quasi un anno fa in Scozia.

Se così non fosse, Trump è disposto ad attendere fino al 4 luglio e poi colpirà le auto europee con un dazio del 25%.

Quest’ultimo annuncio è stato poco credibilmente raccontato come l’ennesimo «assalto» (titolo del Corriere della Sera del 3 maggio) di Donald Trump alla Ue, alimentando la solita stucchevole e poco veritiera messa in scena di un Trump che si inventa un dazio al giorno. Poi ci sono i fatti, che si fanno largo a fatica, per introdurre i quali proponiamo di partire dalla dichiarazione del Ceo della BMW Oliver Zipse (Financial Times di lunedì 11 maggio): «Abbiamo molto sostegno [nell’amministrazione Usa], ma naturalmente solo se anche la prima parte dell’accordo verrà attuata dall’Unione Europea».

Parole che arrivano dritte al punto della clamorosa inadempienza di cui è stata ed è tuttora colpevole la Ue nel dare attuazione all’accordo quadro di Turnberry in Scozia tra Donald Trump e Ursula von der Leyen del 27 luglio 2025. Quell’accordo non aveva un’efficacia giuridica in senso stretto, ma costituiva la “cornice” a cui i rispettivi governi avrebbero dovuto attenersi per gli atti giuridici vincolanti per l’attuazione di quelle intese.

Ebbene, sono passati quasi 300 giorni e gli Usa hanno tenuto fede ai loro impegni – riducendo quasi immediatamente i dazi sull’import di merci dalla Ue al 15% onnicomprensivo – mentre la Ue, per attuare i propri impegni, è tuttora impastoiata in una procedura legislativa di cui non si conosce la fine e, soprattutto, come vedremo l’esito.

Prima di elencare tutti i passaggi che provano e avvalorano questa conclusione, bisogna chiarire il contesto in cui si è arrivati a quelle intese e chi ha spinto decisamente per la loro rapida definizione.

Il contesto è stato quello di un settore automotive europeo in ginocchio per i dazi al 27,5% in vigore dal “Liberation Day” del 3 aprile e, contestualmente, in pressing asfissiante sulla Commissione per raggiungere un accordo con gli Usa, a qualsiasi costo. La minaccia era quella di portare i dazi al 30% a partire dal 1 agosto.

E il costo è stato altissimo. La Ue si è impegnata ad eliminare i dazi sulle importazioni della gran parte dei beni industriali Usa e ha concesso contingenti a dazio limitato su prodotti agricoli e ittici. Come se non bastasse, quel giorno la von der Leyen ha assunto alcuni impegni di tipo politico o amministrativo, come acquisti di petrolio e gas, investimenti europei negli Usa, acquisto di chip, cooperazione nella difesa, ecc…, il cui rispetto è ancora oggi tutto da verificare. Si è praticamente venduta la fontana di Trevi, pur di salvare le auto tedesche, non facendone peraltro mistero.

Ma quel giorno non c’era tempo da perdere, l’accordo doveva chiudersi perché l’associazione dell’’industri automobilistica tedesca (Vda) e lo stesso Cancelliere Friedrich Merz in persona premevano da mesi in questo senso, con un’intensa azione di lobbying. L’automotive tedesco – dopo la concorrenza cinese e le difficoltà della transizione energetica – non poteva reggere il peso di altri problemi. Per i tedeschi, gli Usa costituiscono tuttora – nonostante il calo del 9% accusato nel 2025 – il primo mercato di esportazione extraUe e pesano per il 13% circa sull’export complessivo di auto, con circa 410.000 veicoli esportati nel 2025.

Tuttavia, la von der Leyen non aveva fatto i conti con la farraginosa procedura legislativa della Ue e, soprattutto, con la volontà dell’Europarlamento, in particolare di Bernd Lange (presidente della Intra, Commissione Commercio internazionale), un ex sindacalista tedesco noto per essere ideologicamente avverso a Trump e alle sue politiche.

I primi sospetti subito trovato conferma quando ci sono volute ben quattro settimane per capirne i dettagli. Infatti è arrivata solo il 21 agosto la dichiarazione congiunta Ue-Usa che riportava l’elenco di quanto concordato il 27 luglio, sia pure in linea di principio.

E qui le strade si sono divise. Dal lato Usa, il nuovo dazio ridotto al 15% era esecutivo già il 25 settembre, con applicazione retroattiva dal 1 agosto o 1 settembre, sia pure con alcune cautele per salvaguardare la reciprocità.

A Bruxelles è invece cominciato un percorso infernale. La Commissione già il 28 agosto aveva fatto i suoi compiti, avanzando due proposte legislative per eliminare o ridurre i dazi sui prodotti Usa. Proposte che il 21 novembre erano subito diventate la posizione del Consiglio “Commercio”, con modifiche tutto sommato modeste rispetto all’impianto iniziale. Anche la Commissione Intra aveva lavorato con una certa celerità tra novembre e dicembre e si prevedeva un voto al più tardi entro fine gennaio. Ma, con una decisione tutta politica, Lange si è vestito da paladino anti Usa e a gennaio ha sospeso i lavori della Commissione «finché non cesseranno le minacce alla Groenlandia e alla sovranità Ue». A fine febbraio si sono aggiunte pure le incertezze sollevate dalla sentenza della Corte Suprema sui dazi e così i lavori sono ripresi solo ad inizio marzo, arrivando a definire la posizione negoziale dell’Europarlamento con la plenaria del 26 marzo.

Il problema più serio è che gli emendamenti dei parlamentari hanno modificato profondamente la proposta della Commissione, introducendo delle clausole di salvaguardia – finalizzate sostanzialmente a prevenire eventuali inadempimenti da parte Usa e condizionando la liberalizzazione dei dazi sui prodotti Usa – molto stringenti e distanti dalla posizione assunte dal Consiglio, appiattito sulla volontà tedesca di chiudere in fretta. L’accordo è così diventato un gatto che si morde la coda: la Ue non adempie se gli Usa non adempiono o minacciano nuovi dazi, ma gli Usa non adempiono o minacciano ritorsioni proprio perché la Ue non mantiene gli impegni. Uno stallo totale.

Con queste posizioni apparentemente inconciliabili tra l’Europarlamento e il Consiglio è partiti ad aprile il trilogo, cioè il negoziato per consentire ai co-legislatori (Consiglio e Europarlamento) di approdare a un testo condiviso. I primi due round negoziali (metà aprile e 6-7 maggio) si sono conclusi con un nulla di fatto, con avvicinamenti su alcuni punti e distanze immutate sulle salvaguardie più forti volute dai parlamentari.

A sottolineare l’importanza della posta in gioco è arrivato ieri l’intervento, puntuto e affilato, dell’ambasciatore Usa presso la Ue, Andrew Pudzer che chiama la Ue al rispetto degli impegni e conclude: «Piuttosto che un tentativo di scatenare una guerra commerciale, i dazi sulle automobili rappresentano l’applicazione, seppur tardiva, di un accordo commerciale che la stessa Ue finora non è riuscita a rispettare e che potrebbe ancora tentare di modificare. Trump ha ripetutamente dimostrato di preferire un accordo a una controversia, e noi abbiamo un accordo. L’Ue ha ancora tempo per scegliere la cooperazione anziché lo scontro. Speriamo sinceramente che lo farà». Siamo quindi al redde rationem e l’intervento dell’ambasciatore ricorda che il tempo per adempiere è ormai scaduto.

 La definitiva conferma, ove mai fosse necessario, dell’oggetto dell’accordo frettoloso e asimmetrico raggiunto a Turnberry, di cui Trump attende il rispetto da nove mesi. Altrimenti presenterà il conto direttamente a Berlino.

 

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