Roberto Vannacci, il generale già della Folgore, che vedeva il mondo sottosopra nei lanci di paracadutista decidendo poi di cercare di raddrizzarlo non rinunciando ai lanci ma lanciandosi in politica, accolto nella Lega da Matteo Salvini in persona, sino a diventarne un vice segretario; Roberto Vannacci, dicevo, sta mettendo sottosopra -anch’esso- il partito del Carroccio. Fuori dal quale “c’è il niente”, gli ha gridato lo stesso Salvini. Ma lui ha allestito associazioni e simboli, fra sospetti e accuse di plagio, per un’impresa che potrebbe essere – negli auspici della sinistra o nel timore di qualcuno sul versante opposto – una frana del centrodestra come quella di Niscemi.
Marcello Veneziani, che conosce bene la destra avendola vissuta e vivendola tuttora da intellettuale non più organico, ha riconosciuto sulla Verità di Maurizio Belpietro che Vannacci “ha un suo mercato e un bel simbolo” aggiungendo con prudenza o diffidenza: “Se lo votano”. Perché, giustamente, una cosa è prendere 500 mila voti di preferenze alle elezioni europee come candidato voluto, protetto e quant’altro dal capo del partito di approdo, altra cosa è prenderne da solo con un partito tutto suo. E ciò specie dopo avere ridotto al 4 per cento la Lega in Toscana dirigendone l’anno scorso la campagna elettorale regionale, già in condizioni conflittuali a livello nazionale nel Carroccio.
Vedo e leggo, in retroscena televisivi e stampati, della premier Giorgia Meloni e amici preoccupati, allarmati e quant’altro per i danni elettorali che potrebbe loro procurare la nascita di un movimento alla destra anche del loro partito, oltre che della Lega, considerando i pochi punti che separano nei sondaggi elettorali lo schieramento reale, effettivo del centrodestra e quello ancora virtuale, sul piano nazionale, del cosiddetto campo largo dell’alternativa. Dubito tuttavia che la Meloni sia tanto e davvero preoccupata. Una destra alla sua destra, e a destra della Lega, potrebbe procurare al partito della premier, e a lei personalmente, voti moderati oggi preclusi dalla rappresentazione che se ne fa, come di una destra di origine o derivazione fascista, o solo “autoritaria”. Come ne ha appena scritto sul Corriere della Sera il senatore a vita ed ex premier Mario Monti, quanto meno tentato in via cautelativa, proprio per questo, dal no referendario alla riforma costituzionale della magistratura.



