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Risorse critiche: l’Europa deve scegliere il pragmatismo e coinvolgere anche la Turchia. Report Ispi

In un mondo dove il potere si gioca sul controllo delle risorse critiche, l’Europa deve passare dal puro normativismo a un pragmatismo strategico, coinvolgendo anche partner scomodi come la Turchia per ridurre la dipendenza da Cina e shock geopolitici. Cosa scrive l'Ispi.

Negli ultimi anni la competizione globale si è spostata sempre di più sul controllo delle risorse strategiche: minerali critici, catene di approvvigionamento, capacità di trasformazione.

Non si tratta più solo di commercio, osservano i ricercatori Riccardo Gasco e Federico Donelli in un nuovo paper Ispi, ma di potere vero e proprio. Gli Stati Uniti usano ogni strumento – legale, diplomatico, coercitivo – per assicurarsi petrolio, terre rare, litio e tutto ciò che serve per difesa, transizione energetica e tecnologie avanzate.

L’Europa, che ha puntato tutto su regole e multilateralismo, si ritrova esposta: dipende da fornitori esterni, non ha leve coercitive paragonabili e vede persino il suo alleato principale agire in modo sempre più transazionale.

In questo nuovo mondo, Bruxelles deve scegliere: restare ancorata a un approccio normativo che rischia di diventare vulnerabilità, oppure adottare un pragmatismo strategico, stringendo partenariati selettivi anche con paesi politicamente scomodi come la Turchia, che proprio ora emerge come potenziale fornitore di terre rare.

Risorse come leva di potere

Il potere globale non passa più solo da trattati, alleanze o istituzioni multilaterali, sottolineano gli autori aprendo il rapporto. Oggi si esercita controllando le materie prime critiche, le catene di fornitura e la capacità di trasformarle in prodotti finiti.

Il petrolio, le terre rare, il litio, il nichel, il cobalto non sono più semplici commodity: sono asset strategici che decidono chi può produrre armi, batterie, turbine eoliche, chip.

Le interdipendenze economiche, che per decenni abbiamo considerato un fattore di pace, diventano armi di pressione. Gli Stati Uniti lo hanno capito benissimo e lo dichiarano apertamente nella loro ultima Strategia di Sicurezza Nazionale: la sicurezza economica è sicurezza nazionale. Punto.

Gli Stati Uniti non fanno sconti a nessuno

Washington non guarda solo ai “cattivi” della storia, rimarcano Gasco e Donelli. Nel caso del Venezuela si usa ogni mezzo – sanzioni, pressioni giudiziarie, minacce – per tenere sotto controllo le enormi riserve petrolifere e il potenziale minerario ancora inesplorato.

Ma lo stesso schema si applica anche agli alleati: basti pensare al rinnovato interesse americano per la Groenlandia, spinto tanto dal litio e dalle terre rare quanto dalla posizione strategica nell’Artico.

Il messaggio è chiaro a detta degli autori: quando sono in gioco risorse vitali, i confini tra alleato e rivale sfumano. L’Europa non è al riparo: le priorità di Washington possono danneggiare direttamente gli interessi europei, e Bruxelles ha pochissimo potere per influenzarle.

L’Europa vulnerabile

L’Unione Europea ha costruito la sua identità sul potere normativo, sulle regole, sul multilateralismo. Ma in un mondo sempre più “transazionale” e meno regolato, questo approccio rischia secondo Gasco e Donelli di trasformarsi in debolezza strutturale.

L’Europa importa la stragrande maggioranza delle materie prime critiche, soprattutto dalla Cina che domina il processamento delle terre rare. Non ha né la forza militare né gli strumenti coercitivi per imporre la propria agenda.

Gli shock geopolitici (guerre, embarghi, nazionalizzazioni) la colpiscono duramente, e le decisioni unilaterali dei partner – a cominciare dagli Stati Uniti – la lasciano spesso in balia degli eventi.

Le prime risposte europee: il Critical Raw Materials Act

Come ricordano gli autori, Bruxelles ha reagito con il Critical Raw Materials Act, che chiama a diversificare le fonti, aumentare l’estrazione e il riciclo interni, rafforzare le filiere europee.

È un passo nella direzione giusta, ma i risultati concreti arriveranno lentamente, viene evidenziato. Standard ambientali altissimi, burocrazia complessa, capacità industriale frammentata: il risultato è che nel breve-medio periodo l’Europa resterà dipendente da fornitori esterni. La vera domanda non è se servono partner, ma quali partner e a quali condizioni.

La Turchia: opportunità geopolitica

La recente scoperta di giacimenti di terre rare in Turchia non rivoluzionerà i mercati globali, ma cambia la geografia strategica.

Nel 2022 è stato annunciato il ritrovamento di un enorme giacimento di terre rare a Beylikova, vicino a Eskişehir: le riserve sono stimate in circa 694 milioni di tonnellate di minerali, e sono considerate le seconde al mondo dopo la Cina. Contengono elementi chiave per elettronica, auto elettriche e difesa come neodimio e praseodimio. Dal 2023 c’è un impianto pilota attivo e si punta a una produzione industriale di ~10.000 tonnellate l’anno di ossidi entro pochi anni, ma sono richieste tecnologie avanzate di cui Ankara non dispone.

Oltre al grande giacimento di Beylikova, in Turchia ci sono altri depositi di terre rare noti, ma molto più piccoli e meno sviluppati. Il secondo per importanza è Çanaklı, nella zona di Aksu Diamas, tra Isparta e Burdur: vi sarebbe stimata la presenza di circa 494 milioni di tonnellate di sabbie minerali pesanti, con grado basso ma arricchito in terre rare pesanti (HREE). Poi c’è Kuluncak presso Malatya, un deposito carbonatitico ancora in fase esplorativa. Minori mineralizzazioni si trovano a Bolkardağ, dove ci sarebbero riserve di argille lateritiche HREE), e Divriği/Keban, dove è stimata la presenza di fluorite.

La Turchia è già un grande produttore di boro, essenziale per molte tecnologie, e ha una posizione geografica imbattibile: tra Europa, Eurasia e Medio Oriente.

Ankara ha sempre giocato di bilanciamento, tenendo aperti i canali con Usa, Russia e Cina. Ma in un mondo sempre più polarizzato, questa ambiguità costa cara. Cooperare con l’Occidente sui minerali critici potrebbe darle accesso a capitali, tecnologie e mercati europei, senza dover risolvere tutti i dossier politici aperti.

Un’opportunità da non sprecare

Per Bruxelles, sottolineano Gasco e Donelli, coinvolgere la Turchia sui materiali critici è una chance reale: un fornitore vicino, già integrato in molte filiere manifatturiere europee, che può ridurre la dipendenza da Cina e assorbire shock lontani.

Ma non può essere un “liberi tutti”. L’Ue deve mantenere i suoi standard ambientali, di trasparenza e governance. Serve un coinvolgimento selettivo e graduale: magari concentrarsi su trasformazione e riciclo, legando la cooperazione a finanziamenti, trasferimento tecnologico e convergenza regolatoria.

Disimpegnarsi del tutto sarebbe un errore: i vuoti strategici vengono riempiti in fretta da altri.

Le virtù del pragmatismo

L’Europa non può più permettersi di guardare ai minerali critici solo con la lente della conformità normativa, concludono Gasco e Donelli. Deve usarli come piattaforma per partenariati mirati e condizionati.

Coinvolgere selettivamente la Turchia non significa arretrare sui principi, ma adattarsi a una realtà in cui il potere si misura anche in tonnellate di litio e terre rare.

La scoperta turca non risolve tutto, ma è un’occasione per provare un nuovo modello: cooperazione concreta, ancorata a progetti industriali, che tenga insieme pragmatismo strategico e identità europea.

In un mondo che cambia velocemente, restare fermi non è neutralità: è rischiare di perdere rilevanza.

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