Una pressione coordinata, esplicita e tutt’altro che rituale. Da settimane, attorno al dossier dell’euro digitale, si muove una rete compatta di accademici, economisti ed ex policy maker che chiede all’Unione europea di non annacquare un progetto considerato strategico per la sovranità monetaria del continente. Il segnale più evidente è la lettera aperta inviata nei giorni scorsi ai membri del Parlamento europeo, e pubblicata l’11 gennaio 2026. È firmata da 70 studiosi europei e promossa dal think tank accademico Sustainable Finance Lab (SFL).
Il messaggio è netto e privo di formule diplomatiche: “Un euro digitale pubblico forte non è un optional, è una salvaguardia essenziale della sovranità, della stabilità e della resilienza europea”. E ancora, dichiarano i firmatari: “Se i limiti di detenzione resteranno così bassi da impedirne un uso significativo, l’euro digitale fallirà nel realizzare il suo potenziale. L’Europa avrà creato una moneta digitale che non conta”. Parole che mirano direttamente al cuore del negoziato politico che, secondo gli accademici, “rischia di svuotare il progetto”. È un messaggio diretto ai co-legislatori europei, accusati di rischiare un compromesso al ribasso sotto la spinta delle lobby bancarie più ostili al progetto e di grossi soggetti privati non europei.
Il timore dei firmatari è che ci sia “un tentativo di insabbiare o di ridurre l’euro digitale, rendendo l’euroarea più vulnerabile nei sistemi di pagamento”, dichiara al Sole 24 Ore Francesco Papadia, tra i firmatari, attualmente senior fellow del think tank Bruegel ed ex-direttore generale per Market Operations alla Bce. Non a caso nella lettera si legge che i decisori pubblici devono “resistere alle pressioni di una lobby finanziaria miope, nell’interesse dei cittadini europei”.
Chi sono i firmatari e perché contano
La lista dei firmatari è lunga e composita: professori di economia, finanza, diritto ed etica delle istituzioni, ex banchieri centrali ed ex policy maker da diverse parti d’Europa. Spiccano nomi noti del dibattito europeo come Thomas Piketty, tra i più influenti economisti contemporanei. professore alla Paris School of Economics, Piketty è autore di saggi come Il capitale nel XXI secolo e Capitale e ideologia, nei quali ha analizzato le dinamiche di concentrazione della ricchezza e il ruolo delle istituzioni pubbliche – inclusa la moneta – nel riequilibrare i rapporti di forza nel capitalismo avanzato. La sua firma rafforza la lettura dell’euro digitale come bene pubblico, non come semplice innovazione tecnica.
Accanto a lui compaiono studiosi come gli economisti Paul De Grauwe e Daniela Gabor, il già citato Papadia (ex direttore generale della Bce), oltre a ricercatori legati a reti come Bruegel e Positive Money. Una galassia che non nasce dal nulla, ma ruota attorno a Sustainable Finance Lab, think tank accademico con sede a Utrecht.
Cos’è e chi finanzia Sustainable Finance Lab
SFL è un think tank indipendente, radicato nella School of Economics dell’Università di Utrecht, che lavora su riforma del sistema finanziario e sostenibilità. Secondo quanto dichiarato dallo stesso centro, l’attività è sostenuta in modo strutturale da Università di Utrecht, Triodos Bank, De Nederlandsche Bank, oltre a fondazioni filantropiche come Laudes Foundation e KR Foundation. Il modello è quello di una fondazione indipendente con una rete accademica di professori che orientano la ricerca e l’advocacy, anche a Bruxelles tramite l’iniziativa Finexus, ma – ci tengono a sottolineare quelli di SFL – mantenendo autonomia di ricerca e di proposta.
Non è secondario: la lettera sull’euro digitale non è un episodio isolato, ma l’ultimo tassello di un lavoro più ampio sulla sovranità monetaria europea nell’era delle cripto-attività.
Criptovalute, stablecoin e criminalità: l’allarme di SFL
Già nel novembre 2025 SFL aveva pubblicato un documento in cui si afferma senza mezzi termini che “stablecoin e altre cripto-attività sono frequentemente associate a criminalità, corruzione politica e instabilità di valore”, elementi che rendono questi strumenti “vulnerabili a improvvise perdite di fiducia da parte dei consumatori”. Il paper evidenzia come la crescita delle stablecoin ancorate al dollaro sia guardata con favore dall’amministrazione statunitense come leva geopolitica per rafforzare il ruolo globale della valuta Usa.
In questo contesto, l’euro digitale viene indicato come alternativa pubblica credibile, capace di offrire i benefici della moneta digitale senza i rischi legati a strumenti privati opachi o scarsamente regolati.
I dati di Bankitalia: cosa dicono le audizioni
Le preoccupazioni degli accademici trovano riscontro anche nei dati ufficiali. Come ricordato da Startmag nell’articolo del 25 luglio 2025 sull’audizione in Senato di Chiara Scotti, vicedirettrice generale della Banca d’Italia, nell’area euro la quota di pagamenti in contante nei punti vendita fisici è scesa dal 79% nel 2016 al 52% nel 2024. In Italia il calo è stato dall’86% al 61%. Parallelamente, i pagamenti digitali e l’e-commerce sono esplosi, ma oltre il 90% dei pagamenti con carta online passa attraverso circuiti non europei come Visa e Mastercard.
Secondo Bankitalia, questa dipendenza “può compromettere l’autonomia strategica e la sovranità monetaria europea”. L’euro digitale viene quindi presentato come “una nuova forma di moneta pubblica” che affianca il contante, gratuita nelle funzioni base, utilizzabile online e offline, e progettata per garantire elevati livelli di privacy.
Sempre Startmag ha ricordato che la Bce ha simulato anche gli effetti potenziali sul sistema bancario: in uno scenario estremo, con limiti di detenzione elevati, il deflusso di depositi potrebbe arrivare fino a 700 miliardi di euro, ma in uno scenario “business as usual” l’impatto sarebbe molto più contenuto (poco sopra i 100 miliardi). Da qui il nodo politico dei limiti di detenzione, che per gli accademici non devono però snaturare lo strumento.
Il negoziato europeo e le forze in campo
A dicembre 2025 il Consiglio Ue ha dato il via libera politico all’euro digitale. Ora la partita si gioca sul regolamento attuativo, che dovrebbe essere approvato nel 2026 per consentire alla Bce una prima emissione nel 2029. Il rischio, secondo i firmatari della lettera, è che il Parlamento introduca troppi vincoli, rallentando il trilogo (Europarlamento, Commissione e Consiglio) e riducendo l’efficacia della nuova moneta.
In questo senso si colloca anche il commento di Angelo De Mattia su Il Messaggero del 22 dicembre 2025: l’euro digitale, scrive, è ormai su un percorso di non ritorno perché “l’indipendenza monetaria europea è un valore assoluto che non può non essere preservato”, soprattutto mentre negli Stati Uniti l’amministrazione Trump spinge sulle cripto e blocca il dollaro digitale della Fed.
Sul Financial Times del 7 gennaio 2026, Isabelle Mateos y Lago, chief economist di BNP Paribas ed ex funzionaria del FMI, ha ampliato il quadro: senza un euro digitale – soprattutto nella versione wholesale – l’Europa rischia di restare ai margini della finanza tokenizzata globale, lasciando spazio alle stablecoin in dollari come infrastruttura dominante.
Il ruolo della Bce e l’autonomia strategica
Dal lato della banca centrale, Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Bce e responsabile del progetto, ha più volte avvertito che un euro digitale confinato a un uso marginale non rafforzerebbe l’autonomia strategica dell’Unione. Dichiarazioni rilasciate nel corso di una tavola rotonda organizzata da Aspen Institute a Roma nel dicembre 2025, in cui Cipollone ha legato esplicitamente la moneta digitale alla resilienza geopolitica europea. Ma l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia ha anche voluto lanciare un segnale tranquillizzante, spiegando che la strategia della Bce “si fonda su tre pilastri: complementarietà tra moneta pubblica e privata, approccio collaborativo con gli operatori di mercato e rigorosa neutralità tecnologica”.
L’euro digitale nel piano di Ursula von der Leyen
Non è un caso che l’euro digitale rientri tra i dossier chiave della Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Nei 38 obiettivi strategici indicati dalla Commissione per rafforzare l’autonomia dell’Unione – dall’energia ai semiconduttori, dalla difesa ai dati – i pagamenti e la moneta occupano un ruolo centrale. Senza un’infrastruttura monetaria propria, l’Ue resta esposta a pressioni esterne.
Il contesto geopolitico rende il tema ancora più sensibile: da un lato la Russia di Putin, che ha mostrato come le interdipendenze economiche possano diventare armi politiche; dall’altro gli Stati Uniti di Trump, che vedono nelle stablecoin un moltiplicatore del potere del dollaro. In mezzo, un’Europa che rischia di perdere il controllo su uno degli strumenti fondamentali della sua sovranità.
È per questo che i settanta accademici chiudono la loro lettera con una domanda secca: “Gli europei eserciteranno il controllo sulla loro moneta nell’era digitale, o lasceranno che siano altri a farlo al posto loro?”. Una domanda che va ben oltre la tecnica e chiama in causa la politica.






