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Ecco come i droni low cost sfidano gli eserciti occidentali

I droni economici stanno mandando in crisi i costosi sistemi di difesa occidentali e riscrivendo le regole della guerra. L'analisi di Jonas Roth, esperto di dinamiche di sicurezza globale della Neue Zürcher Zeitung, su come questa svolta asimmetrica stia costringendo la Nato a cambiare logica industriale.

La guerra sui campi di battaglia è cambiata per un motivo molto semplice: un oggetto da poche migliaia di dollari può distruggere un pezzo d’artiglieria o una nave che ne costano milioni. I piccoli droni, quelli che chiunque può comprare online e modificare in garage, hanno tolto alle grandi potenze il monopolio della forza tecnologica.

LA TECNOLOGIA MILITARE SI È DEMOCRATIZZATA

Non serve quindi più un budget statale faraonico per spiare il nemico o colpirlo a chilometri di distanza. Jonas Roth, che segue da vicino queste dinamiche per la Neue Zürcher Zeitung (Nzz), lo spiega chiaramente: la tecnologia militare si è democratizzata. Questo significa che la linea di separazione tra un esercito regolare e una milizia locale si è assottigliata al punto da quasi sparire.

I vecchi manuali di strategia scritti in Occidente non funzionano più e i comandi militari si trovano ora a dover ripensare tutto, aggiunge Roth, dalle catene di montaggio alle alleanze industriali, perché la realtà ha corso molto più velocemente dei loro piani di difesa.

I NUOVI RAPPORTI DI FORZA SUL CAMPO

L’idea stessa che un esercito convenzionale sia protetto dalla sua sola stazza è tramontata. Oggi, gruppi di insorgenti o piccoli Stati usano sciami di quadricotteri e droni kamikaze per fare saltare i calcoli logistici degli avversari. Non si tratta solo di sabotaggio, ma di una sorveglianza costante dall’alto che azzera l’effetto sorpresa.

Roth fa notare come questa disponibilità di mezzi economici permetta di tenere sotto scacco intere divisioni, vedendo in tempo reale dove si muovono le truppe e scegliendo il momento esatto per colpire i punti deboli. Se un tempo i conflitti asimmetrici si basavano sul logoramento psicologico e su imboscate nel fango, oggi si giocano sulla capacità di saturare lo spazio aereo con dispositivi usa e getta. Di fronte a questa minaccia, le corazzate e le batterie missilistiche tradizionali, che per decenni hanno garantito la superiorità alle grandi nazioni, appaiono improvvisamente scoperte e vulnerabili.

IL COLLASSO DELLA LOGISTICA FINANZIARIA

Per l’esperto del quotidiano svizzero, il vero problema per i Paesi occidentali, compresi gli alleati della Nato, è che la loro macchina industriale non è strutturata per questo tipo di logoramento. Per anni si è investito su pochissimi sistemi d’arma, straordinariamente complessi ma dai costi insostenibili e con tempi di consegna biblici.

Dall’altra parte, invece, a chi subisce sanzioni o ai gruppi terroristici basta attingere ai circuiti della microelettronica civile per mettere in piedi linee di montaggio continue. È qui che scatta un corto circuito economico assurdo: per buttare giù un drone assemblato con componenti commerciali, le difese aeree occidentali devono lanciare missili intercettori che costano una fortuna. Le scorte si esauriscono in poche settimane di combattimento intenso, lasciando centrali elettriche, nodi ferroviari e depositi logistici alla mercé degli attacchi della parte avversa.

Il ritardo accumulato dai comandi militari europei è prima di tutto culturale. Per quasi trent’anni, dopo la fine della guerra fredda, l’Occidente si è cullato nell’illusione che i conflitti futuri sarebbero stati operazioni di gestione delle crisi a bassa intensità, o campagne tecnologiche fulminee da combattere a distanza di sicurezza. Questa impostazione – spiega Roth – ha spinto le industrie della difesa a concentrarsi sulla qualità estrema a scapito della quantità, dimenticando che la massa e la capacità di rimpiazzare le perdite contano ancora molto.

Oggi, invece, ci si accorge che le fabbriche non hanno le materie prime né le linee di montaggio necessarie per reggere un confronto prolungato dove il consumo di munizioni e di mezzi è quotidiano.

LE STRATEGIE PER USCIRE DALL’ANGOLO

La transizione verso un modello industriale flessibile non è un’opzione, avverte la Neue Zürcher Zeitung, ma una necessità urgente per non perdere rilevanza geopolitica. Se i bilanci pubblici continueranno a finanziare programmi decennali per pochi prototipi costosissimi, il divario con gli attori della guerra asimmetrica aumenterà. Diventa quindi vitale snellire le procedure di appalto pubblico, permettendo alle piccole imprese tecnologiche e alle startup della Silicon Valley o dei distretti digitali europei di dialogare direttamente con i ministeri della Difesa, superando le barriere burocratiche dei vecchi consorzi industriali. Solo riducendo i tempi che passano dall’ideazione di un software alla sua applicazione sul campo si potrà riprendere l’iniziativa. Continuare a spendere soldi nello stesso modo non risolverà la situazione.

Secondo l’analisi di Roth, i governi europei devono smettere di pensare solo a proteggersi e iniziare a produrre a ritmi diversi. Questo richiede un legame molto più stretto con le aziende tecnologiche civili e con quei distretti manifatturieri, anche fuori dai soliti blocchi geopolitici, che sanno muoversi rapidamente sul mercato dei semiconduttori. La vera partita si gioca sulla capacità di standardizzare e produrre in serie sistemi di disturbo elettronico, armi laser e barriere anti-drone che abbiano un costo economico sostenibile. Finché non si riuscirà a unire la flessibilità dell’industria privata con le commesse statali – è la conclusione dell’analisi – sarà impossibile proteggere davvero le grandi rotte commerciali sul mare e garantire la sicurezza dei confini continentali da una minaccia che si rinnova ogni mese.

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