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Chi destabilizza il mondo. Cosa si dirà alla Conferenza di Monaco

Temi e personaggi della Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Mentre all’orizzonte si addensano le nubi di una frammentazione geopolitica senza precedenti, la diplomazia globale converge verso la Baviera per il consueto appuntamento con la Conferenza sulla sicurezza di Monaco (Msc), in programma da oggi 13 a domenica 15 febbraio. L’evento si apre quest’anno sotto il segno di una diagnosi impietosa tracciata dall’ambasciatore Wolfgang Ischinger – vecchio-nuovo Deus ex machina della Conferenza – attraverso l’ultimo rapporto annuale, un documento che descrive un pianeta scivolato in una pericolosa “fase di smantellamento”. Il dossier, significativamente intitolato “Under Destruction”, funge da base di lavoro per i partecipanti e cristallizza il declino dell’assetto internazionale a guida statunitense, proiettando ombre lunghe sulla tenuta delle democrazie occidentali.

Per non essere bruciata dal precedente vertice di Davos, che ha visto la presenza di Donald Trump e l’agenda completamente dettata dagli Usa, la Conferenza di Monaco riprende il tema della disruption dell’ordine internazionale e getta nel dibattito la versione (o visione) europea, analizzandone le conseguenze sia sul piano delle relazioni atlantiche che riguardo l’impatto sui sistemi democratici. A confrontarsi, nei saloni dell’hotel Bayerischer Hof, ci saranno oltre sessanta leader mondiali e una folta delegazione del Congresso americano.

LA POLITICA DELLA DEMOLIZIONE

Il fulcro della discussione è rappresentato dal crollo della fiducia nelle istituzioni democratiche all’interno del G7, un fenomeno che il rapporto definisce come “il passaggio da una logica di riforme graduali a una vera e propria strategia della distruzione sistematica”.

Le strutture politiche che hanno garantito la stabilità globale per oltre otto decenni appaiono oggi sotto attacco, paradossalmente proprio da parte di chi ne è stato il principale architetto. E il governo di Washington viene indicato come “il motore” di questa inversione di rotta, impegnato a svincolarsi dai trattati e dalle alleanze consolidate nel secondo dopoguerra in nome di una rinascita nazionale che ignora la continuità diplomatica. Questa tendenza sta lasciando solchi profondi in diverse aree geografiche, spingendo le altre potenze a cercare percorsi di autonomia per affrancarsi dalla storica dipendenza strategica dalla Casa Bianca.

LA MAPPATURA DEL RISCHIO GLOBALE

Parallelamente alle analisi teoriche, il Munich Security Index 2026, sviluppato in collaborazione con la società Kekst Cnc, offre una mappatura quantitativa delle paure collettive. Il sondaggio, condotto non solo nei paesi più industrializzati ma anche nelle economie emergenti del gruppo Bics (i Brics senza la Russia), rivela un dato sorprendente: ad eccezione di Pechino e Tokyo, la quasi totalità degli intervistati identifica negli Stati Uniti il principale fattore di instabilità per la sicurezza nazionale, superando le preoccupazioni legate a rivali storici.

Un sentimento molto profondo anche in Germania, il paese ospitante e storico alleato degli Usa. Secondo un sondaggio dell’Istituto Allensbach, pubblicato alla vigilia della Conferenza, “l’opinione pubblica tedesca manifesta un crescente scetticismo verso l’alleato americano”: due terzi della popolazione percepisce ora Washington come “un rischio per la stabilità mondiale” e meno di un terzo nutre ancora fiducia in un intervento militare statunitense in caso di aggressione ai confini dell’Europa.

DILEMMA ATLANTICO E DIFESA EUROPEA

Il futuro dell’Alleanza atlantica rimane il nodo più intricato da sciogliere. Nonostante le rassicurazioni ufficiali fornite dal rappresentante statunitense presso la Nato, Matthew G. Whitaker, che respinge le tesi dello smantellamento come infondate, l’incertezza regna sovrana tra i partner europei. Le frizioni diplomatiche dell’amministrazione Trump, culminate in passate tensioni territoriali con la Danimarca per la Groenlandia, hanno incrinato la credibilità dell’ombrello protettivo americano. In questo clima, le attese sono rivolte all’intervento del segretario di Stato Rubio, che quest’anno sostituirà sul podio il vice-prersidente J.D. Vance, il cui posizionamento oscilla tra la sua storica vocazione transatlantica e la necessità di allinearsi alla linea dura della presidenza.

Le sue recenti critiche alla debolezza degli alleati, accusati di parassitismo militare, suggeriscono che Washington condizionerà il proprio sostegno a un drastico aumento della spesa per la difesa, puntando a una soglia del 5% del prodotto interno lordo per nazioni come la Spagna e prefigurando un parziale disimpegno delle truppe di stanza nel Vecchio Continente.

DIALOGHI TRANSATLANTICI E NUOVI ORIZZONTI DIPLOMATICI

Ma c’è anche attesa sul cosiddetto fronte interno. In questo scenario di ridefinizione degli equilibri, il cancelliere Friedrich Merz è chiamato a delineare la nuova postura della Germania attraverso un atteso discorso programmatico. La sua agenda a Monaco prevede non solo il confronto diretto con i membri del parlamento statunitense durante una cena istituzionale, ma anche un significativo incontro con il governatore della California, Gavin Newsom, figura di spicco della galassia democratica e potenziale protagonista delle future competizioni presidenziali.

Sul piano generale, spicca l’assenza formale dell’Iran, escluso a causa della repressione interna, con lo spazio concesso invece alle voci del dissenso e della società civile, con Reza Pahlavi quale figura di maggior rilievo.

Continua anche l’assenza della Russia. Nel febbraio 2007, proprio dal palco di Monaco, Vladimir Putin chiuse l’era della cooperazione con l’Occidente: un avvertimento allora sottovalutato. Quasi vent’anni dopo, le sedie vuote della delegazione russa al Bayerischer Hof ne sono la plastica testimonianza.

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