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L’amorosa vergogna di Zingaretti, gli amorevoli consigli di Burioni e la speranzosa Agenda Draghi

di

arnese

Fatti, nomi, numeri, curiosità e polemiche. I tweet di Michele Arnese, direttore di Start, non solo su Zingaretti, Burioni e Draghi

 

AGENDA DRAGHI

 

LA VERGOGNA AMOREVOLE DI ZINGARETTI

 

L’AVVOCATO E L’INGEGNERE

 

VACCINAZIONI A MANETTA

 

SARDEGNA INCOSTITUZIONALE

 

I CONSIGLI DI BURIONI

MCKINSEY SOLEGGIATA

 

VACCINI TRA PUBBLICO E PRIVATO NEGLI USA

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ESTRATTO DELL’ARTICOLO DI MILENA GABANELLI E SIMONA RAVIZZA DEL CORRIERE DELLA SERA SU VACCINI TRA UE E USA:

I poteri delle Agenzie del farmaco: perché Ema arriva 20 giorni dopo

La campagna di vaccinazione europea, ormai l’abbiamo capito, è iniziata in ritardo rispetto agli Usa e al Regno Unito perché l’autorizzazione delle agenzie regolatorie, ossia il via libera all’uso dei vaccini, è arrivato venti giorni dopo. Pfizer/Biontech ottiene l’autorizzazione il 2 dicembre dall’Mhra inglese, l’11 dicembre dall’Fda americana, mentre solo il 21 dicembre dall’Ema europea. Lo stesso per Moderna: Fda 18 dicembre, Ema 6 gennaio, Mhra 8 gennaio. AstraZeneca: Mhra 30 dicembre, Ema 29 gennaio, Fda non ha ancora sciolto le riserve. Ma cosa sta davvero dietro a quello che viene liquidato come un semplice ritardo di Ema? La mancanza di uno strumento che consente, in contesti di emergenza, e mancanza di alternative, di approvare con una procedura più veloce l’uso di medicinali. L’Fda invece questo potere lo possiede e lo ha esercitato, come pure la Gran Bretagna. In Europa l’emergency use authorisation è delle agenzie del farmaco dei singoli Stati, ma non è mai stata contemplata nella legislazione europea per volontà dei Paesi membri di limitare il ruolo di Ema, che ha così dovuto seguire un iter più lungo. Dopo l’epidemia di Ebola 2014-2016, si è discusso della necessità del valore di tale strumento a livello europeo, ma senza successo. Ora che abbiamo toccato con mano, la questione è tornata sul tavolo.

I retroscena delle trattative: chi c’era al tavolo a negoziare

La mancanza di un mandato forte la scontiamo anche nelle trattative con le case farmaceutiche. Stati Uniti e Gran Bretagna siglano gli accordi per l’acquisto delle dosi con Pfizer e AstraZeneca fra maggio e luglio, l’Europa arriva dai tre ai quattro mesi dopo. Con Moderna gli Usa chiudono l’11 agosto, l’Ue il 25 novembre. La differenza è che loro si presentano alle trattative con le industrie da partner, noi europei da clienti. Gli americani, dopo l’epidemia suina H1N1 hanno cominciato a investire nella ricerca sui vaccini e creato una apposita autorità, il Barda. A finanziare e coordinare le ricerche l’Istituto Nazionale di Sanità (Nih); mentre ad accompagnare lo sviluppo degli studi clinici, imponendo anche i protocolli da seguire, c’è l’Fda. Queste agenzie pubbliche creano, il 17 aprile 2020, il consorzio Activ, una partnership pubblico-privato dove siedono le principali industrie farmaceutiche, finanziate inizialmente con 10 miliardi di dollari, con lo scopo di coordinare le ricerche e sviluppare velocemente un vaccino. La Gran Bretagna, in uscita dalla Ue, e con un produttore in casa (AstraZeneca) di fatto tratta per sé stessa. In Europa invece non solo sono stati fatti pochi investimenti mirati nella ricerca sullo sviluppo di vaccini, ma su pressione di una parte dell’opinione pubblica diffidente, è stato smantellato quel che già c’era. Pertanto la capacità produttiva, oggi tanto invocata in nome dell’autonomia dagli altri Paesi, si è ridotta: Baxter e Novartis hanno chiuso con i vaccini, GSK ha trovato più conveniente espandersi in America. Realtà importanti, ma piccole, come Biontech, Oxford e Curevac non bastano all’Europa per affrontare l’immensa sfida. Così dopo aver capito che pochi Paesi hanno la forza di trattare da soli, si delega la Commissione europea a negoziare per tutti. Ma non ha un apparato esperto e nemmeno un’autorità specifica: un potere che gli Stati membri non hanno mai voluto concedere. L’unico strumento che possiede dal 2014 è la base legale per l’acquisto congiunto di vaccini pandemici, costruita dall’allora direttore generale Salute, Paola Testori Coggi, dopo la febbre suina del 2009, quando ogni Paese, andando per conto proprio, aveva speso miliardi.

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