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Zee turco-libica, cosa farà l’Italia su gas e non solo

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Zee turco-libica

Era prevedibile che la zona dell’operazione Irini, collocata avanti alla Cirenaica, sarebbe divenuto terreno di scontro per via della contestata Zee turco-libica. L’approfondimento di Fabio Caffio, Ufficiale della Marina militare in congedo ed esperto di diritto marittimo, su Affari Internazionali

L’Italia svolgerà con “imparzialità ed equilibrio” il suo compito di guida della missione Eunavformed “Irini”, incaricata di assicurare l’embargo delle armi verso la Libia. Questo il messaggio lanciato da Roma in un colloquio con la Tunisia per rassicurare trasversalmente Tripoli, che aveva manifestato dubbi su un embargo ritenuto benevolo verso la Cirenaica. Il punto della discordia è l’accordo libico-turco sulla Zona economica esclusiva (Zee) che continua a essere avversato in ogni modo da Grecia e Cipro.

Di qui il dubbio che Atene – che ha sinora avuto un ruolo chiave nel lancio della missione europea accollandosi anche gli eventuali oneri derivanti dal salvataggio dei migranti – ne voglia fare un suo strumento in chiave anti-turca. Tra le novità vi sono però elementi che potrebbero indicare la volontà di Israele di prendere le distanze dall’assertività greco-cipriota. Anche nel Mediterraneo occidentale l’Algeria sembra non volersi più contrapporre a noi per la  disputa sulla Zee.

Era prevedibile che la zona di attività dell’operazione, collocata avanti alla Cirenaica, sarebbe divenuto terreno di scontro per via della contestata Zee turco-libica, che ricade proprio al suo interno. Di lì potrebbe passare, prima o poi, un convoglio scortato da navi da guerra turche che trasporti rifornimenti a Tripoli, sicché ci si interroga con preoccupazione sui possibili scenari di crisi.

A tutt’oggi alcuni Paesi manifestano cautela nell’aderire all’operazione: non c’è stata alcuna messa a disposizione di assetti da parte della Germania e anche l’Italia, pur tenendone il comando, non ha ancora una propria nave; unica contributrice è sinora la Francia.

Il problema è che, come è stato notato, “il comando in mare (Force Commander) sarà assegnato ogni sei mesi, alternativamente, all’Italia e alla Grecia e la rotazione del Force Commander avverrà assieme alla rotazione della nave ammiraglia”. È naturale quindi che si possa ipotizzare un confronto ravvicinato tra navi da guerra greche e turche, ed è ovvio che l’Italia lanci invece messaggi di rassicurante imparzialità, essendo intenzionata a non schierare apertamente la missione contro Tripoli e il suo alleato.

 

CRITICITA’ TRA ISRAELE E CIPRO

Israele è stato fino a ieri legata a Grecia e Cipro (ed a Francia ed Egitto) nella contestazione delle pretese energetiche turche nel Mar di Levante: in occasione del vertice del Cairo dell’8 gennaio 2020 in cui si definiva come invalida la pretesa turco-libica aveva ad esempio firmato l’atto finale su cui l’Italia si era astenuta.

Analoga iniziativa è stata adotta lo scorso 11 maggio a iniziativa di Grecia, Cipro, Egitto, Francia e degli Emirati Arabi Uniti, ma questa volta Israele non ha siglato il comunicato congiunto. Non si hanno elementi per dedurre, al momento, un cambio di fronte israeliano. Sta di fatto, però, che Tel Aviv e Nicosia sono in disaccordo per il giacimento di gas “Aphrodite“ che Israele ritiene ricadere in parte nella propria Zee diffidando perciò Cipro dal procedere allo sfruttamento, in assenza di un accordo di utilizzazione congiunta (Unitization Agreement).

Lo scorso anno Israele aveva aderito alle intimazioni turche di cessare le attività di ricerca in un’area contestata che Cipro le aveva assegnato nella sua Zee. Potrebbe essere non casuale che Israele adotti un basso profilo verso le pretese marittime turche: Tel Aviv ha infatti dichiarato di condannarle, ma ha anche precisato di non cercare lo scontro aperto.

Va considerato infine che Israele si starebbe smarcando dal progetto del gasdotto EastMed: secondo alcune fonti, il gas dell’imponente giacimento Leviathan potrebbe essere esportato in Europa dopo essere stato liquefatto in un impianto galleggiante ubicato nella Zee.

E L’ITALIA?

La nostra tradizionale prudenza, in questa fase in cui il gioco della spartizione del Mediterraneo si è fatto più duro, potrebbe favorirci. In sostanza i nostri interessi geopolitici continuano a far perno su Tripoli e su una Libia unificata e pacificata, per cui va valutato positivamente il riavvicinamento alla Turchia evidenziatosi recentemente in Somalia.

Sostenere a oltranza, più della stessa Unione europea, le mire di Grecia e Cipro non ci avvantaggia. Anche perché le questioni di delimitazione degli spazi marittimi le abbiamo sempre rapportate ai singoli Paesi coinvolti, lasciando che fossero essi a risolverle con i mezzi previsti dal diritto internazionale.

Valga per tutti l’esempio del contenzioso con l’Algeria, per la pretesa a una sproporzionata Zee antistante le coste sarde (stranamente simile a quella turca), che confidiamo di risolvere con un negoziato tecnico.

Mantenere la “barra al centro”  nelle relazioni con i vicini è ora, nel quadro di una politica di legalità e stabilità,  un imperativo per una Italia cui poco è rimasto oltre alla difesa di un profilo internazionale di moderazione e affidabilità.

(Estratto di un articolo pubblicato su Affari Internazionali, qui la versione integrale)

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