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Come la Cina avanza in Africa

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La strategia economica e geopolitica della Cina in Africa

A Pechino nel settembre 2018 si è tenuta la settima Conferenza Ministeriale del Forum sulla cooperazione Cina-Africa. Il Presidente Xi Jinping ha descritto la cooperazione della Repubblica Popolare Cinese ed il Continente africano attraverso la metafora cinese: “Solo con radici profonde un albero può produrre frutti ricchi; solo riempita d’olio una lampada può bruciare brillantemente”.

Oltre alla retorica sul passato comune derivante dalla soggezione comune alla colonizzazione occidentale, gli interessi immediati e concreti della Cina per il continente africano sono evidenti. Il valore complessivo del commercio tra la Cina e la totalità degli Stati africani è passato da 10 miliardi di dollari nel 2000 a 204,2 miliardi di dollari nel 2018.

Parallelamente agli investimenti diretti all’estero effettuati dagli operatori economici privati, la cooperazione allo sviluppo promossa dal governo è un indicatore del crescente interesse cinese per il Continente africano. Il Leader del colosso economico mondiale ha infatti annunciato, nel corso del discorso di apertura del Forum, l’assegnazione di 60 miliardi di dollari sotto forma di assistenza pubblica, investimenti e finanziamenti attraverso istituzioni finanziarie e società. Una parte di questo importo, ovvero 15 miliardi di dollari, sarà versata al continente africano sotto forma di sovvenzioni, prestiti senza interessi e prestiti agevolati.

Le garanzie di investimenti presenti a più riprese all’interno delle dichiarazioni ufficiali dei rappresentanti del governo non permettono tuttavia di misurarne l’entità e procedere ad un esame quantitativo per le seguenti ragioni metodologiche. In primo luogo, a causa della mancata trasparenza del governo cinese: in assenza di pubblicazioni di cifre ufficiali, quest’ultimo si limita a fornire informazioni parziali e frammentarie. In secondo luogo, l’aiuto pubblico allo sviluppo è gestito da molteplici ministeri, rendendo impossibile l’identificazione di ogni misura adottata. Infine, la definizione e le norme per definire l’aiuto allo sviluppo da parte della Cina si differenziano dai principi e norme adottati dall’Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico (OCSE), rendendo impossibile un’analisi statistica comparativa. Più precisamente, l’aiuto allo sviluppo cinese è caratterizzato da contributi in conto capitale, prestiti senza interessi, prestiti agevolati e una forte componente di assistenza economica derivante da investimenti diretti all’estero.

La Cina, seppure in piccola scala rispetto ai grandi donatori internazionali, merita una particolare attenzione a causa dell’unicità caratterizzata dal doppio statuto di paese in via di sviluppo e di potenza mondiale in grado di influenzare l’intera comunità internazionale. In netto contrasto con i principi comuni promossi dal Comitato per l’Aiuto allo Sviluppo (CAS) dell’OCSE, Organo competente nella gestione delle politiche di cooperazione allo sviluppo e radunante i maggiori contributori mondiali, la Repubblica Popolare Cinese costituisce un modello di ausilio pubblico alternativo, soprannominato “il consenso di Pechino”. Quest’ultimo mira all’allontanamento dal modello promosso dalle grandi potenze e dai grandi organismi finanziari, quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, considerati inefficienti nel favorire la crescita politica e socioeconomica dei paesi africani, proprio perché promuovono riforme politiche ed economiche derivanti da dottrine neoliberali.

I prestiti e gli investimenti sono diretti verso i settori strategici per la promozione dell’economia cinese; la costruzione di infrastrutture, quali porti e ferrovie, è una delle priorità fondamentali per il governo cinese. Dal 2013, sulla linea della costituzione dell’iniziativa One Belt, One Road (il corridoio marittimo e terrestre che collega Pechino a numerose città nel continente europeo, passando per quello africano), la costruzione di tratte ferroviarie è stato il pilastro fondamentale delle manovre cinesi che hanno luogo in particolare in Nigeria, Kenya, Zambia ed Etiopia. La crescita demografica ed economica cinese determina la necessità di sicurezza degli approvvigionamenti energetici e delle risorse naturali, essendo il Continente africano il continente con il più alto numero di risorse naturali, idriche, forestali, minerarie ed energetiche.

Per quanto la necessità di accedere alle risorse africane e i nuovi sbocchi commerciali per le produzioni cinesi siano prerogative fondamentali della politica estera cinese, l’interesse del governo non è solo di natura economica, ma anche politica e geostrategica.

La linea della politica estera del Presidente Xi Jinping, che prevede la realizzazione della Nuova Via della Seta, mira a rendere l’insieme degli investimenti cinesi attrattivi per i leader africani, accentuando il concetto di benefici mutuali; l’intenzione del suo paese di promuovere lo sviluppo socioeconomico attraverso il processo di industrializzazione delle economie nazionali africane.

Infine, a livello geostrategico, Pechino ha aperto nel novembre 2017 la prima base militare all’estero a Gibuti, piccola nazione africana nel Corno d’Africa, con una posizione geostrategica favorevole per via dello sbocco sul Mar Rosso e del Canale di Suez. Quest’ultima permette inoltre ai militari cinesi di controllare i notevoli flussi economici provenienti via mare, nella lotta contro la pirateria organizzata. La presenza militare cinese in Africa deriva anche dalle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, che prevede la presenza di caschi blu attivi in Sudan, Sud Sudan, Mali, Repubblica Democratica del Congo e Liberia.

Il dibattito tra i politologi ed il resto della comunità internazionale concerne quindi l’effettività dell’aiuto allo sviluppo cinese in Africa. Infatti, malgrado gli evidenti interessi cinesi sul territorio africano, i cosiddetti panda huggers (abbracciatori di panda) sostengono che i crescenti progetti cinesi sul continente africano siano compatibili con un miglioramento delle condizioni socioeconomiche locali. I dragon slayers (cacciatori di draghi), sostengono a loro volta che la Realpolitik proseguita da Xi Jinping miri alla crescita del suo paese verso lo status di grande potenza internazionale, e che il “Consenso di Pechino” sia un modello di sviluppo alternativo,  che offre ai governi africani una possibile giustificazione che in realtà imporrebbe limitazioni alla pluralità, ai diritti umani, alla libertà di stampa ed infine alla censura.

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