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Che cosa sta succedendo con il “Watergate greco”

Watergate

Il corsivo di Teo Dalavecuras

 

Nei giorni scorsi la newsletter online di Politico dedicata al proscenio e anche ai retroscena dell’Unione Europea, Brussels  Playbook, non si è più occupata del cosiddetto “Watergate greco”, al quale nelle ultime settimane aveva dedicato una campagna di stampa in piena regola, offrendo una solida sponda al tentativo dell’opposizione di Syriza di provocare la caduta del governo di Kyriakos Mitsotakis e le conseguenti elezioni anticipate.

Si trattava dell’intercettazione, da parte dei Servizi ellenici, del capo del secondo partito di opposizione, l’europarlamentare Nikos Androulakis, che peraltro si è dimesso di recente poiché il suo status di membro del parlamento europeo lo privava della facoltà di intervento del parlamento ellenico, la Voulì, ciò che avrebbe finito per rendere insostenibile la sua posizione).

Subito dopo l’emersione della vicenda, in pochi giorni e con l’adesione del governo è stata deliberata l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sui Servizi. Syriza insisteva perché il campo di indagine fosse circoscritto solo agli ultimi anni, quelli del governo Mitsotakis motivando, con insolita e forse involontaria franchezza, che ampliando l’indagine parlamentare anche ai governi precedenti, la pubblica opinione sarebbe stata “disorientata”: scopo delle indagini parlamentari evidentemente essendo, almeno per il presidente di Syriza, quello di “orientare” – delicato eufemismo – l’opinione pubblica.

Poi la Commissione parlamentare ha iniziato le proprie audizioni e sono stati ascoltati i precedenti responsabili dell’Eyp, il servizio d’informazioni ellenico. Ciò ha permesso di avere conferma di un altro episodio – davvero singolare – che ha avuto per protagonisti, questa volta, i Servizi ai tempi del governo Syriza-Anel (2015-2019): l’intercettazione di Stergios Pitsiorlas. Era stato scelto da Tsipras per ricoprire l’incarico assai delicato di presidente del Taiped, l’organismo cui è affidata la valorizzazione (in sostanza la privatizzazione) del patrimonio disponibile dello Stato e di altri enti pubblici, cui fanno quindi capo anche i rapporti con gli investitori potenzialmente interessati. L’intercettazione fu interrotta quando Pitsiorlas lasciò il Taiped per assumere l’incarico di vice-ministro dell’economia e dello sviluppo nel governo presieduto da Tsipras. L’episodio appare singolare perché Pitsiorlas non era certo un avversario, apparteneva semmai -almeno sulla carta- al “cerchio magico” di Tsipras: attivista e poi dirigente politico nello schieramento di sinistra, prima nel partito comunista “interno”, (quello che aspirava a riproporre in Grecia la politica del Pci di Enrico Berlinguer), e poi nel movimento che sarebbe diventato Syriza; con in più la pratica di avvocato e successivamente quella di imprenditore (nel campo delle energie rinnovabili).

Sentito dalla Commissione, Yannis Roubatis, responsabile dell’Eyp nominato da Tsipras il 30 gennaio 2015 e rimasto in carica fino al luglio 2019, ha confermato l’intercettazione di Pitsiorlas e ammesso che ne era a conoscenza Tsipras. Il quale non ha potuto che confermare a sua volta, aggiungendo: “Non ho da dare spiegazioni a nessuno.  Ho messo l’interesse nazionale sopra ogni altra cosa”. Vedremo se e come si svilupperà questo “dialogo” a distanza tra Pitsiorlas e Tsipras.

C’è stato un modesto tentativo di “contrattacco”: si è rivolto alla magistratura il deputato di Syriza Christos Spirtzis, che si era improvvisamente ricordato di un messaggio contenente un link “sospetto” ricevuto dal suo cellulare l’anno scorso; ma l’iniziativa, pubblicizzata dall’interessato, rischia di rivelarsi un autogoal posto che, alla pur scontatissima domanda sul perché proprio adesso gli fosse tornato in mente quel messaggio sospetto, Spirtzis è apparso impreparato e ha dato risposte piuttosto confuse. Ma questi sono solo cascami.

Quel che rischia di ridicolizzare la narrativa, tinta di verginale scandalo, con cui Tsipras ha voluto “valorizzare” la vicenda Androulakis nella sua campagna contro il governo Mitsotakis (inducendo inevitabilmente le altre forze di opposizione a fare altrettanto) è invece il contenuto di un rapporto di “Citizen Lab” riferito dal domenicale di Ta Nea.

Come i cultori del genere ricordano, Citizen Lab è quell’istituto universitario di Toronto che anni fa aveva fatto scoppiare lo scandalo Pegasus, e aveva costretto il governo israeliano a imbarazzate spiegazioni: l’istituto infatti aveva reso noti numeri di telefoni cellulari di politici e giornalisti in giro per il mondo, controllati notte e giorno attraverso questo software ideato da una società israeliana e venduto a organismi governativi di una cinquantina di Paesi. Ta Nea parla di intercettazioni effettuate a partire dal 2016 con il software Pegasus da Otenet (il principale gestore telefonico greco, controllato da Deutsche Telekom) alla quale si rivolgeva anche l’Eyp: quello stesso che intercettava il telefono di Pitsiorlas. Il quale Pitsiorlas adesso vuole sapere con quale scusa i Servizi del “suo” governo lo intercettavano e ha dichiarato che, per ottenere una risposta, si rivolgerà alla magistratura.

In questo clima non sorprende che Yanis Varoufakis, ministro dell’economia del governo Syriza-Anel nei primi “eroici” sei mesi del 2015 ma, soprattutto, Giamburrasca del progressismo transnazionale, non abbia voluto far mancare il suo contributo: “Ho forti indizi” ha dichiarato a Ta Nea “che quando ero ministro mi intercettavano anche funzionari tedeschi”. Questi tedeschi…

Più che di “Watergate greco” c’è da chiedersi se non sarebbe il caso di parlare di “vaso di Pandora” inavvertitamente e forse maldestramente scoperchiato da Androulakis e dai suoi supporter, posto che i servizi di intelligence vasi di Pandora lo sono per definizione, anche quelli di Atene descritti dallo stesso premier Mitsotakis “strutturalmente e endemicamente deboli”.

La piega presa dal “Greek Spying Scandal”, però, comprensibilmente non stimola più la curiosità professionale dei giornalisti di Politico. E forse nemmeno quella di quei membri del Parlamento europeo che si erano precipitati a istituire una loro commissione sul “caso Androulakis” (& C., bisognerebbe scrivere a questo punto).

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