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Armi, petrolio, dollaro: tutti gli obiettivi della visita di Xi in Arabia Saudita

Xi SCO Samarcanda Global Times

Il primo viaggio all’estero del presidente cinese Xi Jinping dall’inizio della pandemia sarà in Arabia Saudita. Ecco motivi e obiettivi. L’articolo di Marco Orioles

Per il suo primo viaggio all’estero dopo lo scoppio della pandemia Xi Jinping sceglie di volare in Arabia Saudita, ad appena un mese dalla visita di Joe Biden che tutti, inclusi i diretti interessati, hanno giudicato un’esperienza fallimentare.

Accoglienza faraonica per Xi

Non sarà così per il Presidente cinese, in vista del cui arrivo si sta predisponendo un’accoglienza faraonica tale da fare invidia a quella, parimenti principesca, riservata nel 2017 a Donald Trump.

Un doppio successo diplomatico

Come osserva Politico, la tappa di Xi nel regno dei Saud gli consentirà di incassare un doppio successo diplomatico: gli permette di esibire infatti ottime relazioni con un importante fornitore energetico, ma anche di proiettare all’esterno l’influenza cinese senza incorrere nel rischio di subire lezioni sui diritti umani come sono usi fare gli Stati Uniti e i loro alleati.

Dalle parti della Cina è tutto un fiorire di elogi per quella che il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin, ha definito una relazione tra “partner strategici globali”.

Una stretta relazione commerciale

Infatti, come rileva il Center for Strategic and International Studies, quella tra Arabia Saudita e Cina è una stretta relazione economica lubrificata dalla dipendenza cinese verso il petrolio saudita.

Il Regno è il più grande partner commerciale della Cina nella regione, mentre Pechino rappresenta per l’Arabia Saudita il più grande partner commerciale a livello globale, con scambi che nel 2020 hanno raggiunto il valore di 65,2 miliardi di dollari.

Al confronto l’interscambio tra Arabia Saudita e Usa è fermo a un ben più modesto valore di 19,7 miliardi.

Le imprese di costruzione cinesi sono molto attive nel Regno dove sono impegnate nella realizzazione di grandi infrastrutture. Dal canto suo, l’Arabia Saudita ha impiantato in Cina raffinerie e stabilimenti petrolchimici adatti allo specifico tipo di greggio estratto nella penisola.

L’ingresso del Regno nella SCO

Ben lungi dall’essere limitato a questioni economiche, l’abbraccio tra Cina e Arabia Saudita è stato cementato l’anno scorso dalla cooptazione della seconda, in qualità di “Dialogue Partner” nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, Forum di cooperazione sulla sicurezza che oltre a Cina e Russia include Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Iran, India e Pakistan.

Il MoU tra Saudi Aramco e Sinopec

È palpabile la volontà di entrambi i Paesi di potenziare ulteriormente questa partnership. Una prova la si è avuta nel mese scorso con la firma di un Memorandum of Understanding tra i due colossi energetici di Stato Saudi Aramco e Sinopec, finalizzato a estendere le già esistenti join ventures tra le due compagnie che hanno condotto alla realizzazione congiunta di grandi impianti di raffinazione nei  due Paesi.

Come si evince dal comunicato emesso da Aramco, l’accordo prevede l’ulteriore integrazione tra le due compagnie nei campi della raffinazione, del petrolchimico, delle costruzioni, dei servizi, delle tecnologie upstream e downstream, del carbone e dell’idrogeno. È inoltre in discussione la realizzazione di un hub manifatturiero nella cornice del King Salman Energy Park.

Verso la dedollarizzazione?

Ma, come ha rivelato il Wall Street Journal, in materia di cooperazione energetica l’Arabia Saudita sta meditando di compiere un passo ulteriore in direzione degli amici cinesi ridenominando nella loro valuta alcuni contratti per la fornitura di petrolio, come chiaro segno della volontà di procedere verso la dedollarizzazione tanto cara a Pechino.

Non è detto tuttavia che quest’ultima mossa possa sortire gli effetti sperati in virtù dell’assoluta predominanza del dollaro come valuta di riferimento per le transazioni energetiche. Come ha dichiarato a Politico David Satterfield, già Vice Assistente Segretario di Stato Usa e attuale Direttore del Baker Institute for Public Policy della Rice University, “c’è una sola valuta per i prezzi del petrolio e non è il rublo né lo yuan”.

La questione armamenti

La Cina si è resa disponibile anche come fornitore di armamenti che l’America si è storicamente rifiutata di mettere a disposizione dell’Arabia Saudita nel timore di scatenare una corsa regionale alle armi. Ed è probabilmente in considerazione di questa complicità, che Biden, al suo ritorno dalla visita a Jedda, ha approvato la vendita al Regno di un maxipacchetto di armamenti del valore di oltre tre miliardi di dollari che potrebbe includere la cessione di batterie di missili Patriot.

Il dossier iraniano

Nella contesa tra Cina e Usa per la lealtà del maggiore produttore di petrolio al mondo, i secondi d’altronde dispongono di un asso nella manica: la comune avversione verso l’Iran, storico rivale regionale dell’Arabia Saudita.

Sarà questo fattore ad impedire alla relazione tra Cina e Arabia Saudita di cementarsi ulteriormente? Ne è convinto il già citato Satterfield, per il quale “gli Usa sono e rimangono i cruciali partner di sicurezza dell’Arabia Saudita in quanto l’Iran è la più significativa fonte di minacce per l’Arabia Saudita e per l’intera regione del Golfo. La Cina non è preoccupata dell’Iran. E non può e non vuole essere un partner, in qualsiasi modo significativo, in un conflitto” tra il Regno e la Repubblica islamica.

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