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Vigilia elettorale: todos populistas, todos caballeros

di

populismo

“Qualificare, con snobistico disprezzo, ogni manifestazione di disagio popolare come baccano da ignorare è un modo per ridimensionare un problema serio: il distacco dei cittadini dalla politica, preludio di un più grave distacco dal sistema democratico”. Il Bloc Notes di Michele Magno

 

Referendum costituzionale e elezioni regionali (senza trascurare quelle comunali): se la legislatura non è a rischio, il risultato del voto resta cruciale per ridefinire equilibri politici e rapporti di forza interni allo schieramento di maggioranza e a quello di opposizione. Chi scrive ha la sensazione che, rispetto ai sondaggi correnti, le sorprese non saranno poche. In ogni caso, nessuno che abbia un po’ di onestà intellettuale e di sale in zucca può negare che la posta in gioco nelle urne è molto alta, perché chiama in causa anche gli stessi assetti costituzionali del paese. Del resto, colui che — a torto o a ragione — è considerato l’eminenza grigia del Pd, in più di un’occasione recentemente ci ha spiegato che occorre saper distinguere (e quindi scegliere, presumo) “tra il populismo di destra e autoritario e il populismo sociale, rispettoso delle regole elettorali e di un regime di libertà” (copyright di Goffredo Bettini). Quando ho letto questa affermazione, mi sono sempre più convinto che “populismo” è ormai una parola malata. Ho quindi avvertito il bisogno, riprendendo un mio Bloc Notes di due anni fa, di tornare sull’argomento e tentare di immunizzarla, come si conviene in tempi di pandemia, dai suoi principali virus linguistici.

Comincio con l’osservare che, curiosamente, il termine che spadroneggia nel confronto politico domestico è tanto più inflazionato quanto più è lontano dalla sua origine storica. Origine che è duplice: il populismo russo da un lato e quello americano dall’altro. In Russia l’etichetta fu inventata a metà Ottocento per indicare un movimento di intellettuali che, in opposizione all’autocrazia zarista, riscoprì il popolo, in particolare i contadini. Movimento che vagheggiava un socialismo romantico, agrario, tradizionalista, volto a ripristinare una mitica comunità incontaminata, in grado di resistere alle spinte modernizzanti provenienti dall’Occidente. Del tutto indipendentemente, a quel primo populismo ne corrispose verso fine secolo un secondo sull’opposta sponda dell’Atlantico, dove nel 1892 lo U.S. People’s Party indirizzò il malessere dei piccoli farmer proprietari del Midwest e del Sud contro grandi imprese, alta finanza e ambienti corrotti di Washington.

Come ha scritto Alfio Mastropaolo (“Democrazia e populismo”, in “La democrazia in nove lezioni”, Laterza, 2010), nel populismo vive un orientamento politico-ideologico presente nella tradizione politica americana fin dai suoi esordi. In esso convergono i temi del “self made man”, dell’autonoma responsabilità degli individui, del decentramento, dell’autogoverno locale e delle sane virtù della “middle class”, alternative ai vizi e ai privilegi delle élite. Ma il termine ben presto divenne così elastico da risultare fuorviante, oppure inutile. Roosevelt e Reagan, Bush e Obama (fino a Trump): non c’é presidente degli Usa che sia sfuggito all’appellativo di populista. Il suo abuso che si è fatto e si fa tuttora oltreoceano, quindi, dovrebbe già costituire un monito alla prudenza.

Il lemma populismo tornerà in auge per classificare i regimi nati in America Latina negli anni Venti del secolo scorso. Getulio Vargas in Brasile e Juan Domingo Perón in Argentina sono forse i due casi più noti. Entrambi attratti dai fascismi europei e dalle loro tecniche di mobilitazione del consenso, riuscirono a integrare ceti sociali prima condannati all’esclusione mediante una singolare miscela di manifestazioni di piazza, leadership carismatica e generosi provvedimenti paternalistico-redistributivi. Il populismo sudamericano, tuttavia, non ebbe mai la dignità di un’ideologia. Fu capace di sfruttare abilmente la retorica del popolo umile e sofferente, rapinato dalle oligarchie latifondiste e dalla borghesia “compradora”.

Ridefinito in questo modo, il concetto di populismo era pronto a fare il giro del mondo. Nella seconda metà del Novecento viene infatti impiegato per designare i movimenti nazionalisti e antimperialisti proliferati in Africa e in Asia. Questa svolta semantica trova il suo imprimatur nel primo testo scientifico dedicato all’argomento, una volta abbandonato il teatro americano. Si tratta di un libro pubblicato nel 1969 a cura di Ernest Gellner e Ghita Ionescu (“Populism: Its Meanings and National Characteristics”) in cui il populismo diventa ufficialmente un contenitore dove si potevano far rientrare comodamente, per citare qualche nome, i cartisti inglesi, il bonapartismo, Gandhi, Sukarno, Nyerere. Bastava a definirli una concezione organicistica, secondo cui l’antica armonia, saggezza e moralità del popolo sarebbero state turbate da classi dominanti rapaci e dissolute.

Il populismo terzomondista era, in verità, una categoria prevalentemente accademica. La novità di fine anni Ottanta è che trasmuta in una categoria mediatica e politica che però aveva bisogno di antenati. In Francia vengono trovati nel sanguigno movimento creato nei primi anni Cinquanta dal bottegaio di provincia Pierre Poujade, intriso di nazionalismo antiarabo, antisemitismo, rivolta fiscale, suggestioni antiparlamentari. In Italia sarà il “Fronte dell’Uomo Qualunque” fondato da Guglielmo Giannini nel 1946 ad essere riconosciuto come il suo avo più genuino. Uno dei più autorevoli studiosi italiani del fenomeno, Marco Tarchi, gli ha poi affiancato la retorica dell’antifascismo e della maggioranza silenziosa, il frontismo del Pci e del Psi, il popolarismo della Dc, le battaglie contro il “Palazzo” di Pasolini e contro la partitocrazia di Pannella, le picconate di Cossiga e Mario Segni, Bossi, Berlusconi e Di Pietro e i “girotondini” e il “popolo viola”. (“L’Italia populista”, il Mulino, 2018).

Questo per dire che un po’ di populismo, senza neanche cercarlo troppo, si può scovarlo dappertutto e che quindi un minimo di cautela sarebbe necessario. Forse, anche se è difficile, fino al punto da gettare alle ortiche la parola. Il paradosso è che mentre oggi Salvini non la disdegna, la sinistra e gli ambienti culturali che le sono vicini continuano ad attribuirle un significato vistosamente spregiativo (a meno che, come si è visto, essa non designi un fantomatico populismo “sociale e liberale”). Insomma: alla sinistra non più popolare -e a taluni milieu culturali contigui- quanto sa di popolo appare imbarazzante, sicché talvolta gli preferiscono l’espressione, non meno polisemica, “società civile”, e spesso proprio un termine sommamente qualunquistico come “gente”.

Da ultimo, l’accusa di populismo si è riversata sul movimento pentastellato. Qui è opportuno aprire una breve parentesi. Al di là del rituale appello diretto al popolo sovrano, infatti, il populismo si è caratterizzato anzitutto come una rivolta contro la modernità. Il popolo dei movimenti populisti del terzo millennio è quello dei disoccupati, della borghesia minuta, dei disorientati, degli impauriti dalla globalizzazione. Ma con il M5s ci troviamo su un pianeta diverso: il popolo al quale si rivolge o, meglio, si rivolgeva Beppe Grillo non è il popolo “semplice e umile”, ma è il popolo sofisticato del web; non nasce dallo spaesamento di fronte alla modernità, ma dalla modernità stessa. Si tratta di un elemento determinante del suo profilo politico e culturale.

Tanto più, pertanto, occorrerebbe restituire al termine populismo la sua originaria funzione descrittiva. Nel testo citato, Tarchi lo definisce così: “Una mentalità che “individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione”.

Dal canto suo, il politologo inglese Paul Taggart lo ha definito “servitore di molti padroni”, perché “il populismo è stato uno strumento dei progressisti, dei reazionari, degli autocrati, della sinistra e della destra”. E gli attribuisce “un’essenziale capacità camaleontica, nel senso che acquisisce sempre il colore dell’ambiente in cui si manifesta” (“Il populismo”, Città aperta, 2002). In estrema sintesi, il populismo è al massimo una “ideologia debole”, nelle cui manifestazioni storiche sono tuttavia ricorrenti alcuni elementi distintivi: primo tra tutti l’appello diretto al popolo, senza mediazioni istituzionali, contro l’establishment.

Ora, condannare l’intolleranza verso ogni sorta di diversità, le ossessioni securitarie, le smodate passioni identitarie, i toni rissosi e triviali, la violenza verbale e il folklore demagogico che infestano la politica nazionale è perfino un imperativo etico. Ma qualificare, con snobistico disprezzo, ogni manifestazione di disagio popolare come protesta sterile e baccano da ignorare è, come disse Joseph Fouché a proposito della fucilazione del duca di Enghien (1804), peggio di un delitto: è un errore politico. È solo un modo miope per cavarsi dai guai e ridimensionare un problema molto serio: il distacco dei cittadini dalla politica, minaccioso preludio di un più grave distacco dal sistema democratico.

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