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Vi spiego perché Navalny fa paura ai putiniani in Russia

Navalny

Il merito principale di Navalny non risiede in un concreto programma di riforme o in una visione del futuro della Russia ancora tutta da delineare ma nell’aver dimostrato che la fortezza non è più inattaccabile. L’analisi di Enzo Reale per Atlantico Quotidiano

Il ritorno di Navalny sta facendo precipitare gli eventi in Russia. Forse in occidente tendiamo ad attribuire troppa importanza agli sviluppi degli ultimi giorni, ma è innegabile che la figura del più famoso oppositore di Putin sta assumendo, complice anche la tattica suicida del Cremlino, una rilevanza del tutto inimmaginabile fino a qualche mese fa.

Navalny non è Sacharov né la Russia di Putin assomiglia al moloch totalitario sovietico. Ma certamente la persistenza e il coraggio di un oppositore che ad agosto era in fin di vita in un letto d’ospedale a Berlino e ora torna in patria per sfidare lo stesso regime che ha provato a farlo fuori sono segnali inquietanti per la tenuta del putinismo. Da un punto di vista tattico il Cremlino ha dimostrato un’incapacità perfino sorprendente, riuscendo a trasformare in pochi mesi un attivista con un seguito marginale all’interno della società russa in un eroe della resistenza anti-Putin.

Il sostanziale fallimento dell’operazione dei servizi segreti, incapaci di ucciderlo con il Novichok e poi smascherati dallo stesso Navalny in una telefonata-confessione che passerà alla storia dell’FSB, più che un episodio isolato rischia di essere il sintomo di un degrado progressivo del sistema che Putin ha creato a sua immagine e somiglianza. È opinione diffusa fra gli esperti di Russia che i servizi stiano ormai assumendo un ruolo preponderante nella gestione degli affari interni, con il beneplacito presidenziale.

In quest’ottica, il caso Navalny va visto prima di tutto come un regolamento di conti tra un apparato statale umiliato e un personaggio atipico, le cui strategie comunicative e le cui intenzioni politiche il regime non è in grado di comprendere fino in fondo. Da qui la reazione più scontata, l’arresto, la probabile condanna, il tentativo di toglierlo di mezzo, se non fisicamente almeno socialmente, per i prossimi anni. Gli anni finali del putinismo appunto, quelli di una transizione che, secondo i piani, dovrà essere controllata dall’alto e non potrà permettersi deviazioni di sorta.

La figura di Navalny ha assunto una dimensione politica e morale che probabilmente va oltre i suoi stessi meriti: per la prima volta Putin deve fare i conti con una variabile impazzita, con una sfida diretta al suo ingranaggio di potere, in un momento in cui il suo consenso è in calo, la situazione economica incerta e il patto tacito che gli ha garantito la permanenza al vertice per 20 anni si indebolisce, mentre la popolazione – soprattutto tra le classi medie urbane – percepisce che il leader non ha più molto da offrire.

Secondo la politologa Tatiana Stanovaya, il 2021 sarà l’anno in cui il putinismo accentuerà la repressione per rendersi impermeabile a qualsiasi minaccia interna. L’incubo del Cremlino è un ritorno all’estate del 2019, quando le proteste per l’esclusione dei candidati dell’opposizione alle elezioni amministrative durarono per settimane e misero seriamente in crisi la capacità di risposta e di gestione delle autorità. Ma sono anche i precedenti della Piazza Bolotnaya del 2011-2012 a far suonare il campanello d’allarme e a far presagire un’ulteriore stretta autoritaria di cui il caso Navalny e le ultime normative anti-ong sarebbero solo i prodromi. A settembre si voterà per il rinnovo della Duma e qualsiasi risultato al di sotto di una maggioranza dei due terzi sarebbe considerato un fallimento per il partito presidenziale Russia Unita, fatte salve tutte le considerazioni sulla regolarità del voto.

Cosa fare con Navalny resta una questione controversa perfino tra i fedelissimi di Putin. Da una parte (tecnocrati, settore economico) c’è chi ritiene che una lotta senza quartiere non porterà benefici al regime e alla lunga finirà per destabilizzare la società russa; dall’altra (siloviki, FSB) c’è chi considera Navalny alla stregua di un criminale e come tale soggetto al peso della legge in tutte le forme possibili. È quest’ultima la linea che sta prevalendo e che spiega le attuali circostanze della sua detenzione. Lasciare spazi di manovra all’oppositore ha creato solo problemi, pensano Putin e il suo apparato di sicurezza: l’epoca dei giochi politici è finita e Navalny va neutralizzato, con il veleno o con la prigione. Poco importa se il mondo protesta, la reputazione del Cremlino è ormai compromessa, meglio concentrarsi sulla tenuta del sistema senza badare alle ripercussioni internazionali.

Oltretutto, sulle questioni essenziali (energia) Mosca ha ottenuto dall’Unione europea (leggasi Germania) le garanzie sufficienti che nulla cambierà in concreto: l’unica ritorsione in grado di far male sarebbe la sospensione sine die del completamento del Nordstream 2, ma semplicemente questa misura non è all’orizzonte perché, se Navalny è importante, il gas lo è molto di più. In attesa di verificare quale sarà la policy della nuova amministrazione americana nei confronti della Russia (personalmente non prevedo scossoni, al di là di una retorica più assertiva) e del gasdotto incriminato (qui invece potrebbero esserci novità sotto forma di ulteriori sanzioni), non è quindi a Bruxelles o a Berlino che si dovrà guardare per cercare risposte sul caso Navalny, ma alla situazione interna.

Con il suo ritorno Navalny non sfida soltanto il presidente autoritario e corrotto ma anche il conformismo della società civile, dalla cui reazione dipenderà probabilmente molto di più del futuro personale dell’oppositore. I procedimenti giudiziari a suo carico sono diversi e lo scenario più probabile è quello di un cumulo di condanne brevi che lo estromettano dal gioco elettorale e politico dei prossimi anni. Però il carcere è una ferita infetta anche per Putin, che sancisce in questo modo una sorta di conflitto permanente tra potere e società civile, nel quale nessuno può sentirsi completamente al sicuro, nemmeno in seno all’élite dirigente. O con Putin o contro di lui, la sfida di Navalny taglia con l’accetta l’equilibrio di una stabilità ortopedica imposta dall’alto e finora generalmente accettata dai russi.

Non si tratta solo di misurare l’entità delle probabili proteste delle prossime settimane ma di analizzare sul medio periodo l’impatto che la persecuzione di Navalny avrà sul consenso, ancora saldo ma tuttavia declinante, nei confronti della presidenza Putin. Senza avventure di carattere patriottico in vista (Crimea, 2014) da utilizzare in chiave domestica, Putin e il suo entourage si trovano a dover far i conti solo con la realtà: un’economia sempre più statalizzata (70 per cento di partecipazione pubblica vs. il 25 per cento all’inizio del mandato), una corruzione dilagante, una crescita economica quasi azzerata, un valore reale degli stipendi inferiore del 15 per cento rispetto a sei anni fa e – per la prima volta – una possibile alternativa politica frontalmente contrapposta all’attuale struttura di comando.

Il merito principale di Navalny non risiede in un concreto programma di riforme o in una visione del futuro del Paese ancora tutta da delineare ma nell’aver dimostrato che la fortezza non è più inattaccabile e che il potere alla fine dipende in gran parte dal timore che è in grado di suscitare in chi vi è assoggettato. Oggi Putin fa un po’ meno paura e dimostra di averne un po’ di più.

(Estratto di un articolo pubblicato su Atlantico Quotidiano; qui l’articolo integrale)

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