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Vi spiego i veri rapporti fra Salvini e Maroni

Pd

I veri rapporti fra Salvini e Maroni e le non notizie dai funerali a Varese. La nota di Paola Sacchi

 

Per fortuna ci sono stati anche reportage informati e eleganti, dai quali emerge l’unica vera notizia: Roberto “Bobo” Maroni l’altro ieri nella sua Varese “ha riunito tutta la Lega”. Purtroppo, però è toccato anche leggere articoli da cui emerge l’impressione che si è scritto sull’affollato e commosso addio allo storico leghista, numero due di Umberto Bossi, poi suo successore – all’ ex tre volte ministro (due all’Interno, una al Welfare), infine ex presidente della Lombardia – quasi soprattutto per cercare di assestare un calcio a freddo sugli stinchi, peraltro neppure suffragato da eventi nel corso della cerimonia, a Matteo Salvini. Ovvero, il segretario federale della Lega, il ministro delle Infrastrutture e vicepremier, descritto in modo un po’ tragicomico quasi come fosse un intruso a Varese. Mentre ci sono video in cui, circondato dall’affetto dei militanti, un Salvini con gli occhi un po’ gonfi di pianto, ricorda “Bobo”, come uno che “risolveva concretamente i problemi, non li creava”. Poi, Salvini conclude con un brusco “basta” ai cronisti, chissà forse anche per non farsi vedere in lacrime. Che lui e Maroni non fossero più d’accordo negli ultimi tempi su varie cose è storia nota, “Bobo” nella sua rubrica su “Il Foglio” aveva anche fatto un endorsement per Luca Zaia segretario, il quale interpellato rispose però che la cosa non lo riguardava. Ed è altrettanto ovvio che i funerali politici siano occasione per parlare del partito o del governo colpito dal lutto.

Fare resoconti retorici, sull’onda della morte, che, come diceva Indro Montanelli, “indora tutto”, non è mai un buon esercizio professionale. Ma che l’omaggio a un politico, scomparso prematuramente, che ha segnato sotto la guida di Bossi il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, diventi per certa narrazione mediatica di sinistra o anti-salviniana a prescindere il pretesto per attaccare a freddo Salvini e disegnare ipotetici congressi di carta, come se la Lega non fosse ritornata al governo e stesse nelle stesse peste del Pd, appare solo gratuita ineleganza e soprattutto una non notizia. Neppure giustificata dalla compostissima cerimonia.

Per chi sa un po’ di Lega e ha frequentato da inviato Pontida, altro che intruso Salvini nella storia di “Bobo”. Lo volle lui come terzo segretario della Lega, dopo le dimissioni di Bossi in seguito al caso Belsito. Salvini fu eletto alle primarie sfidando lo stesso fondatore dell’allora Lega Nord. Fu Maroni a indicarlo come successore già al congresso di Assago dove lo stesso “Bobo” fu eletto in sostituzione del Senatùr. Maroni disse sorridente alla platea che forse non se lo aspettava: “E poi dopo di me ci sono i giovani, vero Matteo?”. Salvini, dietro di lui con i suoi coetanei applaudì. Maroni aggiunse anche una battuta scherzosa. Più o meno diceva una cosa che suonava come un elogio e un affettuoso monito al tempo stesso: “Eh, Matteo, ti vedo però molto frizzante…” .

Salvini, l’ex primo giovane consigliere comunale a Milano, unico dei leghisti a sfondare tra i ragazzi bene di Via della Spiga, ogni giorno una decina di eventi ovunque in città, dal centro storico ai mercati più popolari, alle periferie più profonde, è parte integrante della stessa Lega di Maroni, dove, sotto la guida di Bossi, entrò nel 1990, giovanissimo e da fantasioso giornalista professionista fece decollare “Radio Padania”.

Poi trasformò la Lega Nord in Lega nazionale, fino a far diventare quello che era un grande movimento-partito territoriale al Nord il primo partito italiano. Salvini, pur essendo ancora giovane, non è più il ragazzo “frizzante” di Assago, ha salvato il partito che era a poco più del 3 per cento. Poi ha pagato il prezzo prima di un governo cui coerentemente dal suo punto di vista staccò la spina, perché la Lega, di ieri e di oggi, è sempre stata incompatibile con filosofie contro crescita e sviluppo come quelle grilline, poi pagò il prezzo in consensi di entrare nel governo di emergenza, non di unità, nazionale di Mario Draghi, cui il Capo dello Stato chiamò tutte le forze politiche a contribuire.

Lo stesso Maroni, a differenza di Bossi, fu d’accordo con la sua svolta della Lega nazionale. Poi, le loro strade si divisero. Maroni si ritirò dalla corsa per un secondo mandato alla guida della Lombardia, anche inseguito da vicende giudiziarie finite nel nulla, secondo il solito copione dell’uso politico della giustizia. Ma “Bobo” e il fondatore Bossi a Pontida da Salvini sono stati sempre ricordati.

Una storia complessa quella leghista, la storia del partito più antico del parlamento, comunque uno la pensi, fatta di passione politica e anche di liti e riappacificazioni, ridurla alla ricerca gratuita di un calcio a freddo al suo segretario federale, in occasione del funerale di uno dei protagonisti di quella storia, è dare soprattutto non notizie al lettore.

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