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Vi racconto chi era Roberto Maroni, politico colto, ironico e alla mano

Maroni

Con Roberto Maroni – o Bobo, come gli piaceva essere chiamato – era sempre possibile parlare e confrontarsi alla pari. Il ricordo di Paola Sacchi

 

In morte di qualcuno, poiché, come mi disse una volta Indro Montanelli, “il tempo indora sempre tutto”, si tende ad essere ipocriti.

In morte di Roberto Maroni, “Bobo”, come a lui piaceva essere chiamato da noi inviati di Lega, ricordo che più di una volta non ci trovammo d’accordo. Lui mi scriveva sul cellulare che un mio pezzo non gli era piaciuto, io gli rispondevo: “Guarda Bobo (lui, era anche ministro dell’Interno), non sono d’accordo”.

Oggetto del contendere era quello che per me resta un duro comportamento sul “caso Belsito”, la “sera delle scope”, dal sapore giustizialista, ai miei occhi, con lo stesso Umberto Bossi, commosso, ma che ebbe il coraggio di salire sul palco.

Oggetto di discussione tra me e l’influente ministro: quei giorni drammatici in Via Bellerio, in cui Bossi si dimise subito, non consentendo a nessuno di dimissionarlo, Maroni che chiese le dimissioni di Rosi Mauro, la quale resistette fino alla fine e poi pochi anni dopo fu prosciolta da tutte, cosa che nessuno ricorda, le infanganti accuse anche mediatiche sui presunti diamanti. Ma la querelle con lui iniziò con la mia intervista scoop per Panorama nel 2006 a Bossi, che dopo il colloquio di Aldo Cazzullo per Il Corriere della sera, fu la prima ampia intervista del Senatùr dopo la malattia del 2004. Bossi indicò i suoi possibili successori, bypassando una generazione con lo stesso Bobo, in Giancarlo Giorgetti e l’ingegner Marco Reguzzoni, allora giovane presidente della Provincia di Varese e poi capogruppo alla Camera della Lega Nord.

Bobo, avvocato, politico colto e raffinato, mi telefonò per dirmi che non era d’accordo e mi disse da dove derivava il termine delfino in politica, certamente non da quello di un cetaceo. Gli dissi: “Guarda che lo so, e, comunque, ho portato con me a Gemonio due registratori. Quanto ho pubblicato è testualmente quello che ha detto Bossi. Chiama lui”.

Il Senatùr volle prima della pubblicazione rileggere le sue risposte, cosa che a Panorama facemmo in via eccezionale, anche per rispetto delle sue condizioni fisiche non ancora ristabilite del tutto. Bossi mi chiamò verso le tre del pomeriggio, dopo ore di attesa. Giornale in chiusura, intervista bloccata, attimi di panico. Squilla il mio cellulare, voce arrochita, inconfondibile: “Grazie, signora”. E subito clic.

Ma Bobo con me fu anche divertente quando illustrò la derivazione della parola delfino in politica. E, comunque, su Panorama Bossi minacciò mani libere con Silvio Berlusconi e attaccò pure l’allora governatore lombardo Roberto Formigoni. Bossi ritornato un po’ in forma sparigliò alla grande, come nessun altro sapeva fare. Riportai fedelmente tutto. Un vortice, per non dire “casino”, di telefonate si abbatté sul mio povero cellulare, che altro che quella di “Bobo”, fatta sempre con una certa sua ironica e colta leggerezza. E con quel grande pregio soprattutto, non molto diffuso tra i politici, di considerare il giornalista alla pari con lui, come anche un interlocutore politico. Cosa che solo politici di notevole livello sanno fare. Anche quando non eravamo d’accordo, so che lui disse sempre di me “è una brava giornalista e poi capace di seguire la Lega a questo livello”.

Bobo è stato un grande ministro, non concordai quando i suoi se la presero con il cosiddetto “cerchio magico”, perché ho sempre pensato che i “cerchi” sono i leader che se li scelgono e diventano un alibi per non prendersela direttamente con il capo di turno. In quel caso si trattava del “Capo”, come ancora oggi nella Lega chiamano il fondatore.

Con Bobo era però sempre possibile parlare e confrontarsi alla pari. E poi era anche molto simpatico con la sua band, la passione per il blues, per Springsteen. Lo chiamai in un articolo “Bobo blues Maroni”. Bravissimo, l’ho sentito suonare nella sua Varese. Mi mandava sempre i suoi articoli per Il Foglio, mi rimprovero di non avergli ultimamente risposto se non qualche volta con un semplice “grazie”. Ma non volevo mancargli di rispetto parlandogli della sua malattia. Facevo finta che non l’avesse.

L’ultima volta gli risposi più estesamente per gli auguri di Natale. Una paio di anni fa mandò a me e agli altri “legologhi” un delizioso cartoncino con gli auguri di “Bobo Natale”. Non se la tirava lui e come lui i suoi “compagni” di Lega, come il fondatore e il segretario Matteo Salvini. Politici alla mano, che si rapportano alla pari. Maroni volle sempre essere chiamato Bobo, anche quando era a capo del Viminale.

Ieri alla notizia della sua morte prematura ho provato la sensazione di un vuoto incredibile anche per me inviata di Lega, un’esperienza, pur avendo seguito tutti i leader e i partiti, che ha segnato la mia vita professionale per la passione politica e la franchezza che ho trovato in quel partito, comunque uno la pensi.

Ciao Bobo, mi mancano anche certe nostre litigate, eri davvero un politico e uomo di Stato con semplicità e grande passione per la politica e la tua Lega, di cui tu mi spiegasti per primo la forza. Così Maroni in un’intervista a Panorama: “Bossi l’ha costruita con radici profonde nel territorio, come un albero che resiste a tutte le intemperie”.

Quanto a “Umberto”, il giorno dell’approvazione della “Devolution” in Senato, quando Bossi tornò a festeggiare dopo la malattia, Bobo ricordò con affetto: “Mi portava con lui a attaccare manifesti ai cavalcavia, una volta la polizia ci inseguì, tornammo di corsa in auto dove si rovesciò tutto il secchio di colla. Era la macchina, carina, ordinata di mia mamma. Pensai: ora chi glielo dice? Le mando Umberto”. E rise di gusto, immaginando la scena.

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