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Vi spiego i nein della Germania all’Italia

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Germania

Come e perché la Germania è poco attenta alle sollecitazioni dell’Italia e dei Paesi del Sud Europa. L’analisi di Danilo Taino, editorialista del Corriere della Sera, tratta da Aspenia


Dal 2015, con la politica dello Schwarze Null, cioè del divieto di deficit in tempi normali, Berlino ha realizzato una serie di surplus di bilancio. E’ stata molto criticata, per questa “austerità”, la Cancelliera, con i suoi ministri. Sulla base dell’esperienza della crisi finanziaria del 2008, di quella del debito europeo del 2011-2012 e della crisi dei migranti del 2015, il governo tedesco ha voluto accumulare risorse nei tempi buoni per essere pronto ad affrontare i tempi difficili. Il famoso mettere fieno in cascina per quando ce ne sarà bisogno; cioè adesso.

Ora, dopo anni di risparmi, può Merkel dire a chi l’ha eletta che per affrontare la crisi si devono mettere in comune i debiti europei, anche quelli che faranno Paesi che gran parte dei tedeschi ritengono poco responsabili, che si sono ridotti ad avere scarsi spazi fiscali e, tra l’altro, poco solidali nel mantenere la solidità dell’euro? E che ci si sta probabilmente avviando sulla strada di un bilancio comune dell’eurozona? Possono non piacere queste domande, ma sono quelle che bisogna avere presenti quando si va a una trattativa, e si deve sapere fino a dove la controparte è in grado di arrivare nel fare concessioni.

Le ragioni della contrarietà tedesca agli eurobond perfino di fronte a una crisi della portata di quella provocata dalla pandemia sono anche altre. C’è il vecchio e sempre citato timore del debito, da molti in Germania vissuto come un peccato e soprattutto ripudiato dalle teorie ordoliberali come strumento di politica economica. C’è poi la ritrosia di una parte consistente dell’establishment tedesco a fare entrare una maggiore integrazione dalla finestra aperta da uno stato di emergenza come quello creato da questa crisi. Ritrosia che potrebbe trovare ascolto fatale nella Corte Costituzionale.

Infine c’è un vincolo geopolitico del quale si parla pochissimo ma che a Berlino è molto rilevante. Italia, Spagna, Francia, Grecia, Portogallo vedono nell’area euro, quella a maggiore velocità d’integrazione, il loro destino. Per la Germania, invece, ha anche una rilevanza straordinaria l’Est dell’Europa: la Polonia, la Repubblica Ceca, la stessa Ungheria (che non sono parte dell’eurozona), e i Paesi baltici: tutti Paesi che sono spesso restii a maggiori forme d’integrazione e nei confronti dei quali Berlino svolge un ruolo di cerniera per tenerli realmente uniti alla Ue.

Naturalmente, in una trattativa pesano anche, forse soprattutto, i rapporti di forza. E anche questi vanno presi in considerazione: la Germania che ha risparmiato ieri ha ora spazio di bilancio per mobilitare in proprio, nella crisi, centinaia di miliardi; ha una struttura industriale che licenzierà meno di altre grazie al contributo di Stato per la riduzione dell’orario di lavoro; ha una cancelliera che dà il meglio di sé nelle crisi e che anche questa volta ha ripreso saldamente la sella dopo mesi di incertezze. Un motivo in più, se serve, per capire come ragiona il Paese – la controparte, se vogliamo – più rilevante d’Europa.

(estratto di un’analisi pubblicata su Aspenia; qui la versione integrale)

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