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Vi spiego cosa rischia l’Italia nel Corno d’Africa. Parla Galietti

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Che cosa succede nel Corno d’Africa? E quali sono i rischi per l’Italia? Conversazione di Start con Francesco Galietti, fondatore della società di scenaristica strategica Policy Sonar.

 

Una delle vecchie sfere di influenze italiane, il Corno d’Africa, è in subbuglio. Le forti tensioni tra il governo federale e il Tigray sono cresciute a partire dalle elezioni regionali di settembre, svoltesi malgrado il divieto di Addis Abeba che le ha dichiarate illegali. La responsabile dei diritti umani delle Nazioni Unite Michelle Bachelet ha lanciare un accorato allarme circa la situazione umanitaria nel Tigray, che da 40 giorni è ormai isolato, l’esercito etiope impedisce l’ingresso a operatori umanitari e giornalisti.

In quella zona ormai l’Italia non ha più molta rilevanza, anche se l’ultima attività degna di nota è stata la costruzione di una grande diga tra Sudan, Egitto ed Etiopia ad opera della Salini.

Quella crisi, però, potrebbe toccare presto il nostro Paese e non solo per una nuova emergenza immigrazione ma anche per il rimescolamento delle influenze geopolitiche nella zona del Corno d’Africa e in quella del Mediterraneo.

Di tutto questo Start Magazine ha parlato con Francesco Galietti, fondatore della società di scenaristica strategica  Policy Sonar.

Che ruolo sta giocando l’Italia nella crisi del Corno d’Africa?

Il ruolo dello spettatore, per ora. Per molti aspetti questa crisi allarga il raggio di tutta una serie di fenomeni di cui noi italiani siamo spettatori come, ad esempio, la contrapposizione tra due potenti blocchi sunniti – il blocco dell’islam politico sostenuto da Qatar e Turchia, e il blocco emiratino saudita. L’Italia su questo crinale fa difficoltà a muoversi, perché vuole avere buoni rapporti con tutti. Non parliamo più solo di Mediterraneo, ma in un perimetro ben più ampio che comprende il Corno d’Africa, cioè le nostre ex colonie. Il quadro si complica parecchio perché l’Etiopia si considerava pacificata, invece ha un conflitto in atto nell’enclave del Tigray. L’Etiopia è da anni sotto sfera di influenza cinese, metà del suo debito sovrano è sottoscritta dai cinesi che hanno imponenti progetti infrastrutturali da quelle parti. In quella zona c’è un’importante presenza di turchi, per adesso di tipo commerciale, e di russi che si sono installati in Sudan con truppe in divisa. Siamo dunque testimoni di un Grande Gioco, con più conflitti che si accavallano: quello interno al mondo islamico, che è lo stesso che abbiamo nel Mediterraneo, e poi abbiamo una partita di respiro geo-economico che vede scendere in campo la Cina con la sua strategia delle stringhe di perle, da Malacca a Gibuti. Sono piani molto delicati che si intersecano e l’Italia per il momento è relegate al ruolo di mero spettatore.

Come può l’Italia uscire dal ruolo di spettatore? Magari utilizzando la soft diplomacy o le organizzazioni non governative di ispirazione cattolica?

Queste organizzazioni, il più delle volte, non sono italiane ma vaticane, in comune hanno solo la lingua ma servono un padrone diverso. Direi che l’Italia comunque ha titolo di intervenire come broker di pace perché ha buoni rapporti con diversi attori in quella zona. Ha buoni rapporti con l’Egitto, l’Etiopia, con la Turchia e con i russi, oggi presenti in Sudan. L’Italia può dunque giocare un ruolo, non da protagonista ma nemmeno disprezzabile.

Qual è il rischio se l’Italia resta a guardare?

Il rischio è che l’Italia resti tagliata fuori sia dal Mediterraneo, che una volta chiamavamo Mare Nostrum, sia dal Mediterraneo allargato. Da una parte è comprensibile visto le potenze in gioco, la Turchia, la Cina, il blocco saudita ed emiratino. Dall’altra parte l’Italia è una potenza commerciale e non possiamo fare finta che quei disordini non ci riguardino perché siamo una potenza votata all’export. Il Corno d’Africa è una fondamentale cerniera tra Mediterraneo, Oceano Indiano e Mare di Cina. Anche la Germania lo ha capito e ha fatto più di noi, pur non affacciandosi sul Mediterraneo. A differenza nostra, Berlino ha infatti aderito al club indo-pacifico, mostrando così di tenere a un asse strategico con le potenze democratiche che anno da contrappeso alla Cina a est del Canale di Suez.

Quali saranno le ricadute nel campo dell’immigrazione?

Se il conflitto si incancrenisce sappiamo che i flussi migratori hanno nel nord Africa solo un trampolino logistico, su quel trampolino salgono popolazione in fuga dall’Africa sub sahariana.Noi abbiamo una sorta di obbligo a intervenire sia per difendere i nostri interessi commerciali e il traffico marittimo che non deve subire rallentamenti ed essere messo in pericolo. Sia perché se non interveniamo il problema si presenterà sulle nostre coste con barconi pieni di migranti.

Nel momento in cui ci troveremo ad affrontare il problema dell’immigrazione in che modo l’Italia potrà far sentire la sua voce?

L’Italia da quel punto di vista  non ha mai scelto di far valere lo status di frontiera esterna dell’Unione Europea. L’Italia ha scelto un approccio radicalmente diverso da quello della Turchia che ha scelto di condizionare l’Unione Europea facendo da tappo e impedendo l’afflusso di migranti in Europa attraverso le rotte balcaniche. L’Italia non ha mai adottato una politica di questo tipo, ha ribadito solo a livello verbale di essere una frontiera esterna dell’Ue ma non ha usato alcun metodo di condizionamento. Quindi direi che dovremmo per forza di cose occuparci della questione, sotto un profilo diplomatico, rapidamente altrimenti ce la ritroveremo in casa. Dovremo far valere la nostra conoscenza profonda di quel territorio che ha a che fare con gli importanti progetti infrastrutturali realizzati nel recente passato.

Quale può essere la posizione degli Stati Uniti con il nuovo presidente eletto rispetto a questa crisi?

È difficile da capire perché si scontrano diverse correnti che sono del deep state americano. Da una parte c’è una tendenza al disimpegno, ad andar via da zone in cui non è possibile pensare di avere una data di scadenza dell’ingaggio e purtroppo il Corno d’Africa non fa sperare nulla di buono. Dall’altra parte c’è la paura che il disimpegno significhi lasciare il campo aperto a chi già si sta infilando, i cinesi ma anche i russi. Sulla Turchia c’è una posizione neutra, gli Usa considerano la Turchia una indispensabile componente della Nato, gli americani confidano nella Turchia ma non in Erdogan e probabilmente sono in una posizione di attesa per capire se Erdogan potrà essere sostituito attraverso un fisiologico avvicendamento elettorale. In buona sostanza non vogliono forzare la mano e sperano che siano i turchi a scegliere un nuovo Capo dello Stato.

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