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Vi spiego che cosa cela la diatriba fra globalisti e sovranisti

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L’accesa diatriba attuale tra “globalisti” e “sovranisti” non è altro, a mio avviso, che un momento della lotta in corso da più di duecento anni fra progressisti razionalisti e liberali realisti. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e autore del recente saggio “La cultura liberale – Breviario per il nuovo secolo”

 

I filosofi del linguaggio parlano di “performatività”. Alcune parole avrebbero, a loro dire, un valore che trascende il significato descrittivo ma, facendo riferimento ai valori, genererebbero effetti sulla stessa realtà o sulla prassi. Mi sembra che la parola “sovranismo”, che avrà forse un senso in un ambito scientifico, sia stata assunta nel dibattito pubblico un po’ con questo intento. Il termine “nazionalismo”, infatti, era troppo neutro per servire alla lotta politica attuale, legato anche storicamente a momenti positivi della storia umana, quali ad esempio l’emancipazione e la raggiunta indipendenza di popoli e nazioni (compresa la nostra nel Risorgimento).

E’ chiaro che, così stando le cose, coloro che vengono chiamati “sovranisti” siano da considerarsi quanto meno “sporchi, brutti e cattivi”; mentre ai non “sovranisti” o “globalisti” spetterebbe la palma della moralità, della bontà e dell’amore per il Progresso. Le cose, in verità, stanno in modo un po’ diverso, più articolato. L’accesa diatriba attuale tra “globalisti” e “sovranisti” non è altro, a mio avviso, che un momento della lotta in corso da più di duecento anni fra progressisti razionalisti e liberali realisti.

Vi ricordate gli argomenti con cui Edmund Burke criticava la Rivoluzione francese, o in Italia Vincenzo Cuoco metteva in luce con tempestività le contraddizioni e i limiti della Rivoluzione partenopea del 1799? I “sovranisti” seri più o meno stanno su quella lunghezza d’onda. Essi cioè ritengono che la storia non possa essere considerata come il risultato di una lunga serie di angherie, malefatte, superstizioni, e non ritengono perciò che la tradizione vada semplicemente messa da parte per far posto ad un progetto razionale di “ottimo Stato”, o anche solo di “ottima Costituzione” (come credevano di fare i patrioti napoletani). La storia non può essere accantonata, o corretta, perché essa è il serbatoio in cui si sono sedimentate, attraverso prove e esperienze secolari, tutte le conoscenze del genere umano. Le quali non attengono solo alla sfera della ragione, ma anche a quella dei sentimenti, delle passioni, dei modi di fare e risolvere problemi.

L’identità a cui i “sovranisti”, così come i liberali realisti e i conservatori, si richiamano è questa. E non è affatto un’identità statica e da conservare in una teca come una reliquia. Essa non è altro che lo sfondo da cui partire per rendere concreta e determinata la libertà e la stessa moralità. Le quali, se se ne prescinde, sono destinate a convertirsi nel loro contrario: in nome di un “pensiero unico”, seppur illuminato, razionale e progressista, si finirebbe, come la stessa vicenda umana insegna, proprio per calpestare le libertà concrete e determinate dall’uomo finora conquistate. Si finirebbe per soffocare le diversità e i mille colori del mondo in un asfittico e conformistico orizzonte comune.

Paradossalmente, gli stessi obiettivi che i progressisti pretendono di raggiungere per via razionale sono più garantiti dal paziente lavoro storico che non da quello di una ragione astratta e progettuale; più dall’emergere spontaneo di un “ordine” che da un progetto “costruttivistico”, per dirla con Friedrich von Hayek. Ora, i cosiddetti “globalisti” altro non sono che un’incarnazione dell’illuminismo radicale e giacobino, con la sua pretesa di modellare il mondo secondo un progetto eticamente corretto. Una progettualità che paternalisticamente crede di agire per il bene comune, anche se si ritiene sotto sotto che il “popolo” (poverino!) non sia in grado ancora di capire qual è il suo vero bene. Ora gli Stati nazionali non sono altro che il luogo ove il comune sentire e le comuni tradizioni si sono forgiate e hanno incarnato e resa concreta la libertà. E’ da essi, dall’identità che essi ci danno, che bisogna partire, non necessariamente per star fermi ma anche casomai per preparare le condizioni per qualcosa di altro o ulteriore.

Non ricordo da chi l’ho sentita dire, ma c’è una frase molto significativa e che condivido in pieno, che fa ben capire cosa vuole il vero “sovranista”: ai muri vanno certo sostituiti i ponti, ma prima occorre rendere ben solide le fondamenta e i pilastri su cui essi reggono. Se si fa altrimenti, il rischio è che la nostra civiltà faccia la fine del ponte Morandi.

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