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Vi racconto le ultime trovate (pure morotee) di Berlusconi per il Quirinale

Colle

Parole, mosse e pensieri di Silvio Berlusconi nella partita del Quirinale

 

Si è persino imbarazzati a scomodare la buonanima di Aldo Moro per trovare e indicare qualcuno a cui paragonare Silvio Berlusconi negli esercizi di alta acrobazia politica che contraddistinguono la sua anomala scalata al Quirinale. Che c’è, perché lui è il primo a permettere agli amici e persino al Giornale di famiglia di parlarne e scriverne, e non c’è perché lui è anche il primo a consentire persino alla figlia Marina di reagire con stizza in una intervista, com’è accaduto di recente col Corriere della Sera, quando viene interrogata sulla corsa appunto del padre al Colle, come se questa fosse l’invenzione di chi gli vuole male. E magari lo espone alle campagne d’odio tipo quella riproposta in questi giorni dal solito Fatto Quotidiano con la ricostruzione della sua vita come di un’avventura criminale. Della quale è stato accusato di non rendersi abbastanza conto anche un beniamino di quel giornale come Giuseppe Conte, cui pertanto Marco Travaglio ha chiesto di decidersi a dire a chiare lettere quello che l’uomo di Arcore meriterebbe, anziché cercare di fare la persona educata limitandosi a precisare al povero Alessandro Sallusti, lasciandolo tuttavia lo stesso senza parole, che Berlusconi non può essere il candidato del MoVimento 5 Stelle al Quirinale.

Eppure a questo partito – che adesso si può anche definire tale per avere chiesto di iscriversi al relativo registro nazionale per poter accedere al meccanismo del finanziamento pubblico del 2 per mille – Berlusconi ha teso ormai tutte e due le braccia. Dopo averne apprezzato il cosiddetto reddito di cittadinanza, introdotto dai grillini appena arrivati al governo nella presunzione addirittura di eliminare la povertà, con una intervista a Milano Finanza Berlusconi si è riconosciuto, pur essendone “lontanissimo”, nelle “motivazioni tutt’altro che ignobili o irragionevoli” del movimento fondato dal comico genovese gridando insulti nelle piazze e dando al Cavaliere, non dimentichiamolo, dello “psiconano”. “Nasceva – racconta adesso Berlusconi parlando appunto del partito grillino – dallo stesso disagio e dallo stesso fastidio per un certo tipo di politica per la quale è nata Forza Italia”. Avrebbe dovuto dire, in verità, “per i quali” – intesi come disagio e fastidio- ma pazienza per l’italiano zoppicante.

Purtroppo – ha insistito generosamente Berlusconi – “i Cinque Stelle non sono riusciti a dare una rappresentanza a questa Italia”, pur avendo raccolto nelle elezioni del 2018 il maggior numero di voti fra tutti i partiti- “ma hanno dato voce a un disagio reale, che merita rispetto, attenzione e anche delle risposte”.

“Attenzione”, ecco la parola magica, diciamo così, che accosta Berlusconi al povero Moro. Che nel 1968 adottò verso il Pci, scavalcando i “dorotei” di Mariano Rumor e Flaminio Piccoli che lo avevano appena detronizzato da Palazzo Chigi, la famosa e cosiddetta “strategia dell’attenzione”. Fu proprio Rumor tre anni dopo a rinfacciargliela, in occasione delle elezioni presidenziali destinate a concludersi con l’elezione di Giovanni Leone, spiegandogli in un incontro a casa che non poteva essere il candidato della Dc al Quirinale senza essere scambiato per il candidato, nei fatti, del Pci. “Mi avete confezionato addosso un abito che non è il mio”, rispose Moro. Non vorrei che dovesse capitare anche a Berlusconi, a questo punto, di rispondere così ai prevedibili “franchi tiratori” del centrodestra quando si voterà per il Quirinale nell’aula di Montecitorio.

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