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Vi racconto le ultime tentazioni illiberali

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Perché non condivido il disegno di legge di cui è primo firmatario il deputato Alessandro Zan (Pd). “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista

Il disegno di legge di cui è primo firmatario il deputato Alessandro Zan, il cui testo base è stato approvato questa settimana dalla Commissione Giustizia della Camera e che andrà in aula a fine mese, è particolarmente odioso per chiunque abbia una sensibilità liberale (siamo rimasti davvero in pochi), a prescindere dal fatto che abbia o no determinate convinzione religiose. Lo è perché, come avveniva nel codice Rocco di fascistica memoria, giudica reato le opinioni e non solo, come dovrebbe essere in uno Stato di diritto o liberale, gli atti concreti.

Se io, in base alle mie convinzioni, ritengo che il riconoscimento legale del matrimonio fra due persone biologicamente dello stesso sesso sia “innaturale”, devo poter essere libero di dirlo, o anche di promuovere questa mia idea, senza per questo essere accusato di discriminazione o istigazione all’odio.

Il compromesso laico dello Stato moderno, per quanto démodé, si regge proprio su questo “passo indietro” che è richiesto a tutti di fare e che non può tollerare che una convinzione morale, per quanto forte, si faccia legge dello Stato: non quella della Chiesa cattolica, ovviamente, ma nemmeno quella di una qualsiasi “chiesa” identitaria, compresa quella LGBT.

La legge proposta suona, da una parte, come provocazione, visto che le norme attuali già combattono tutte le forme di “discriminazione” possibili; dall’altra, come strumentale sia per segnare un’identità ad una sinistra che non ne ha più sia per fissare un paletto oltre il confine stabilito per favorire la propria parte.

Come è stato giustamente notato, sono almeno tre i diritti o libertà fondamentali che sono messi in pericolo dalla nuova legge: di parola, di educare i figli e di professare la religione. Un piccolo assaggio di ciò che potrebbe succedere, se la legge fosse approvata, come è altamente probabile, si è visto, sempre nella settimana trascorsa, a Lizzano, in provincia di Taranto, ove il sindaco, Antonietta d’Oria, ha definito una “vergogna per il paese” una preghiera organizzata in Chiesa da alcuni fedeli contro quella che la Cei, nonostante le ambiguità del suo organo di stampa, Avvenire, ha definito una legge “liberticida”. Non solo, il sindaco ha contestato ai carabinieri di essere intervenuti per identificare, come previsto da legge, i participanti al flash mob non autorizzato organizzato da alcuni militanti LGBT contro la preghiera e ha richiesto che anche i fedeli convenuti in chiesa lasciassero le loro generalità. Lo ha fatto in nome della libertà di espressione: di tutti ma non dei cattolici, come ha causticamente commentato su “Il Giornale” Filippo Manti.

E questo è un cortocircuito logico che è dato spesso osservare anche nei più benintenzionati fra i fautori di “politiche della vita” più “avanzate”. Infatti, quando si dice che su questioni come l’eutanasia, l’aborto, o anche l’utero in affitto, chi la pensa e agisce diversamente è libero di continuare a farlo, si è forse anche in buona fede ma pensando che comunque si tratta di posizioni di retroguardia, arcaiche, legate a “superstizioni” religiose come quella cattolica, e quindi destinate a essere superate dalla storia.

È la mentalità illuministica più radicale e angusta quella qui trionfa, che ha persino permeato in modo irriflesso le nostre coscienze: quella di chi credeva, come ad esempio il marchese di Condorcet, che il progresso dell’umanità, che è comunque sempre relativo ai tempi e alle civiltà, possa essere non solo tecnico o di conoscenze ma anche morale. Una pia illusione che non ha ben presente come funziona la morale e come essa possa darsi solo in esseri imperfetti o segnati dal “peccato originale” come quelli che noi siamo.

Tanto che il perfettismo, da questo punto di vista, non solo non è realizzabile, ma nemmeno auspicale. Se esso si realizzasse, con esso scomparirebbe anche l’uomo così come è e che è quello che vogliamo continuare ad essere per la semplice ragione che ogni essere tende a preservarsi e a volersi nella propria natura.

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