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Vi racconto le piroette di Pd, M5s e Lega sul processo a Salvini per la Gregoretti

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Fatti e contraddizioni in Senato sul caso della nave Gregoretti e sul processo a Salvini. I Graffi di Damato

Qualcosa non funziona, o non torna, cerebralmente e politicamente, se la maggioranza giallorossa favorevole al processo a Salvini per sequestro di migranti non partecipa per protesta alla riunione della competente giunta del Senato che fa compiere a quel processo un altro passo avanti, prima di quello finale fra un mese, nell’aula dello stesso Senato, a Palazzo Madama.

La maggiorana ha protestato così, lasciando vuoti i suoi banchi, anche contro la decisione dello stesso Salvini di sfidare la tattica di momentaneo disimpegno dei suoi avversari facendo votare i leghisti nella giunta a favore dell’autorizzazione al processo chiesta dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania per la vicenda della nave Gregoretti. Che fu fermata nella scorsa estate per alcuni giorni nelle acque di Augusta, in Sicilia, in attesa di accordi fra vari europei per la distribuzione dei passeggeri, regolarmente soccorsi in mare e assistiti a bordo del mezzo della Guardia Costiera.

Un editorialista politico non certo distratto o superficiale com’è Stefano Folli ha definito “autolesionismo” la tattica adottata, in particolare, dal Pd di fronte a questa tortuosa vicenda politica e giudiziaria, pur nell’apparente stranezza di quel titolo quasi a tutta pagina col quale anche il giornale – la Repubblica – ha tenuto a sottolineare il carattere, diciamo così, paradossale della decisione di Salvini di firmarsi da solo la condanna, diciamo così, al processo. Che tuttavia non significa condanna scontata nel processo, anche se il leader leghista lascia credere, nell’ultima settimana della campagna elettorale in una regione così significativa o decisiva come l’Emilia-Romagna, di essere rassegnato, anzi smanioso di perdere la causa proponendosi come vittima, un neo-Silvio Pellico pronto a scrivere il diario della sua prigionia. E il vignettista Vauro sul Fatto Quotidiano lo affida sarcasticamente, giocando sul nome della nave bloccata per ordine di Salvini allora al Viminale, alla protezione di “Santa Maria Gregoretti”, sotto un titolone peraltro in cui i leghisti vengono liquidati come “pagliacci”.

Diversamente da quanto annunciato in una delle tante trasmissioni televisive sull’argomento dal deputato del Pd Andrea Romano, evidentemente dimentico o a digiuno delle norme costituzionali e penali in vigore, se nell’aula del Senato fra un mese sarà data davvero via libera, a giudicare Salvini non sarà il cosiddetto tribunale dei ministri che ha chiesto solo l’autorizzazione al processo, ma un tribunale ordinario. Il “tribunale dei ministri” è un collegio sostitutivo di quello che è per gli imputati non di reati cosiddetti ministeriali il giudice per le indagini preliminari. Che nel caso di Salvini peraltro ha chiesto praticamente al Senato il rinvio a giudizio difformemente dall’archiviazione proposta dall’organo dell’accusa, cioè dalla Procura della Repubblica di Catania.

Davanti al tribunale ordinario, caro deputato Andrea Romano, e quanti ne condividono la posizione assunta su questa assai curiosa vicenda, la difesa di Salvini riproporrà il problema già sorto nella vicenda analoga della nave Diciotti, nel 2018, e risoltasi col rifiuto del Senato di autorizzare il processo: il problema, cioè, di un’azione di governo svolta legittimamente, a tutela di un interesse superiore. A quel punto il giudice non potrà sottrarsi all’obbligo di sentire il presidente del Consiglio, le cui eventuali dichiarazioni di dissenso, o comunque di distanza, dall’imputato potrebbero non risultare convincenti, essendosi la vicenda della Gregoretti svoltasi alla luce del sole. Per cui il capo del governo disponeva di tutti i poteri, e doveri, per intervenire ed impedire che fosse compiuto quello che il cosiddetto, ripeto, tribunale dei ministri ha ipotizzato come reato.

Le complicazioni che ne deriverebbero, sul piano politico e giudiziario, sono sin d’ora immaginabili e smentirebbero la certezza o l’ironia di tanti commentatori e vignettisti scesi in campo adesso contro l’ex ministro dell’Interno. Che Giannelli però, in sintonia con i dubbi di Folli su Repubblica, ha dipinto o immaginato sulla prima pagina del Corriere della Sera davanti a un plotone di esecuzione puntandone i fucili non contro l’imputato ma contro i capi dei due maggiori partiti di governo: Nicola Zingaretti e il grillino Luigi Di Maio.

Il segretario del Pd, Zingaretti appunto, se sarà ancora al suo posto, magari con Giuseppe Conte sempre a Palazzo Chigi, di fronte al rischio di un coinvolgimento dello stesso Conte non potrà tornare a sostenere, come ha appena fatto frettolosamente per Salvini, che “la questione è giudiziaria, non politica”. L’interesse superiore con cui la Costituzione protegge, diciamo così, i cosiddetti reati ministeriali comporta un giudizio politico, prima ancora che giuridico o giudiziario. Solo questa valutazione, appunto politica, spiega la ragione per la quale l’articolo 96 della carta costituzionale, non il capriccio di un giornale, o di un osservatore, stabilisce per questo tipo di processi un passaggio preventivo in Parlamento, con tanto di “autorizzazione”.

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