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Scott Morton

Vi racconto le figuracce di Vestager e Von der Leyen su Scott Morton

Può essere che il controllo sempre più esteso dell’universo dei media da un lato, e la crescente “assertività” con cui gli States esercitano la loro egemonia dall’altro, abbiano indotto Vestager e Von der Leyen un sentimento di onnipotenza. Oppure hanno lasciato bruciare la Scott Morton per preparare la strada al loro vero candidato. Il corsivo di di Teo Dalavecuras.

 

“Pur onorata di essere stata scelta per il ruolo di Chief Economist della DG Competition, vista la controversia politica insorta per la scelta di una persona non-europea per questa posizione (…) ritengo che la scelta migliore sia il ritiro della mia disponibilità a assumere la posizione di Chief Economist”.

Le sobrie parole di Fiona Scott Morton concludono l’aspetto formale di una vicenda che lascia aperte più di una questione e suggerisce alcune considerazioni. La stampa italiana, sentendo puzza di bruciato ha scelto di ignorare questa vicenda fino a quando non si è conclusa (di fatto con le dichiarazioni, lette martedì 18 luglio da una Margrethe Vestager che a qualcuno è parsa imbarazzata, in difesa della scelta, ma che a quel punto, suonavano premessa della “spontanea” rinuncia di Scott Morton (dopo le prese di posizione di Macron in persona e gli articoli di le Monde ripresi senza particolari riserve anche dal Guardian).

Servono due premesse. Di là della giustificazione riduttiva se non evasiva, contenuta nella lettera di rinuncia di Scott Morton (la cittadinanza americana), negli ultimi giorni erano emersi più motivi di perplessità sulla designazione, pur sostenuta ostinatamente da Vestager e da Von der Leyen, in risposta alle prime esplicite frontali e motivate obiezioni francesi, nel silenzio di tutti gli altri interessati. Non solo l’inquadramento, come “senior consultant”, in un gigante internazionale della consulenza e assistenza, la bostoniana Charles River Associates, ma anche gli incarichi dalle big del digitale, da Apple a Microsoft a Amazon, gli incarichi nella divisione antitrust della amministrazione Obama, perfino un editoriale per il Washington Post nel quale Scott Morton liquidava con uno sprezzante “sloganeering” l’ipotesi di “Breaking Up” (spezzettare, una consolidata pratica dell’antitrust americano) i giganti del tech, senza contestualmente dichiarare come d’uso il suo rapporto di consulenza con la Apple, ma giustificandosi a posteriori, con un tantino di arroganza, col fatto di essere assolutamente “tranquilla” sulla conformità alla legge del comportamento dei suoi clienti.

Evidentemente un po’ disinvolta, la professoressa Scott Morton, perfino per gli assai liberali standard americani in materia di porte scorrevoli e di conflitti d’interesse, visto che la giurista e politica Zephyr Teachout l’ha invitata a lasciare la direzione del Thurman Arnold Project, iniziativa no profit di promozione della cultura antitrust istituita in onore del celebre studioso e “pratico” della materia Thurman Arnold, e dopo questa uscita di Teachout due studiosi borsisti di Thurman Arnold Project hanno annunciato il loro abbandono del progetto. Quindi: economista americana, universitaria (la sola qualifica vantata dai suoi sponsor), consulente d’azienda, funzionaria pubblica, con un limitata sensibilità, quanto meno, al tema del conflitto d’interessi e della trasparenza, forse anche un po’ lobbista.

La seconda premessa è che la Direzione Generale Concorrenza della Commissione Eu è il più importante apparato organizzativo della Commissione, dove si convogliano le informazioni più sensibili e si prendono decisioni cruciali.

Von der Leyen, Vestager e un manipolo di economisti tra cui segnatamente il Nobel francese Jean Tirole hanno puntato sui titoli accademici di Scott Morton arrivando a dire (Tirole), che la Commissione europea e “noi europei siamo molto fortunati di aver preso una persona di quel calibro” cioè, sempre con le parole di Tirole, “il miglior economista al mondo nel campo dell’organizzazione industriale”. Questo approccio mentale lascia capire che per i vertici della Commissione europea la politica industriale dell’Ue (perché di questo si tratta) è il risultato di processi intellettivi organizzati ad libitum dagli “specialisti” del settore, nell’implicito ma inevitabile presupposto che gli innumerevoli conflitti tra interessi che una politica decide, promuovendo o disincentivando con le proprie regole, e soprattutto con i dettagli di queste, sono un non problema. Così come non è un problema il profilo etico-psicologico della persona designata che, sia pure in staff, viene collocata al vertice di una poderosa tecno-struttura che è fatta di donne e uomini: in un solo colpo la politica e il buon governo dell’organizzazione finiscono nel cestino della carta straccia, nel nome di una miracolistica concezione della competenza specialistica e della radicale rimozione degli interessi concreti altrui dall’universo tecnocratico.

Quanto agli ingombranti precedenti di Scott Morton da senior consultant di Charles River Associates e da funzionaria dell’Antitrust americano, ella stessa ha candidamente replicato che sui dossier relativi a suoi ex clienti si sarebbe astenuta (in fondo si tratta solo di soggetti come Microsoft, Amazon e Apple e magari del governo americano, visto che nell’ambito di Charles River la mancata Chief Economist della DG COMP ha prestato la sua apprezzata collaborazione a favore del governo federale in svariati casi). La Commissione ha immediatamente sposato questa teoria provocando la controreplica inevitabilmente sarcastica dei francesi: “volete assumere quella che definite la migliore specialista al mondo, e rinunciate in partenza a utilizzarla in quelli che saranno sicuramente i casi più difficili?”.

C’è qualcosa di poco chiaro nella determinazione e l’apparente goffaggine con cui due donne di potere come Von der Leyen e Vestager hanno cercato, a testa bassa, lo scontro con il principale “condomino” di Bruxelles, la Francia e – cosa che riporta indietro di molti anni – hanno fatto perdere la Commissione contro lo Stato Membro. Può essere che il controllo sempre più esteso dell’universo dei media da un lato, e la crescente “assertività” (delizioso eufemismo anglosassone) con cui gli States esercitano la loro egemonia dall’altro, abbiano indotto nelle due donne forti della Commissione – la cui fedeltà atlantista è a prova di bomba – un sentimento di onnipotenza. Oppure hanno lasciato bruciare la Scott Morton per preparare la strada al loro vero candidato.

Si vedrà. Quel che sembra certo è che la politica è sempre più spinta ai margini dell’Europa, mentre come se nulla fosse un altro uomo sentimentalmente legatissimo a quella corrispondenza di amorosi sensi che si chiama Nato, certo Josep Borrell, si dà da fare per creare un fondo di 20 miliardi di euro (in quattro comode rate da 5 miliardi ciascuna) da utilizzare per opere di bene nel campo degli armamenti, a cominciare della formazione. Anche qui ci sarà presto bisogno di consulenti di livello internazionale, ma sicuramente la Charles River eccetera avrà a tempo debito istituito una divisione (nomen omen) nel campo delle discipline militari.

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