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Vi racconto la notte in cui cadde il Muro di Berlino. L’articolo di Mennitti

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Muro di Berlino

Erano le 18 e 53 minuti del 9 novembre 1989. Nelle case, nelle kneipe, in ogni luogo ove vi sia una televisione, si fa fatica a credere alle proprie orecchie: Schabowski aveva annunciato che il muro di Berlino era caduto

Il sole fatica a spuntare da dietro una spessa coltre di nubi. La mattina del 9 novembre 1989 è grigia e uggiosa come capita spesso da queste parti. Per vederci qualcosa, nel suo studio al ministero degli Interni di Berlino Est, Gerhard Lauter è costretto ad accendere tutte le luci. È il responsabile del settore che regola passaporti e visti per i cittadini della Ddr. Il politburo gli ha commissionato di redigere un nuovo testo legislativo che stabilisca quello che ormai la piazza chiede a gran voce: la possibilità di viaggiare in Germania Ovest, passando direttamente attraverso i punti di frontiera fra i due Stati tedeschi. Anche quelli all’interno della città di Berlino. Il tempo stringe e il progetto deve essere pronto per mezzogiorno. La Cecoslovacchia non regge più l’urto dei profughi e ha minacciato di chiudere i confini in giornata. La pressione può diventare esplosiva. L’unica salvezza è aprire una valvola.

L’ULTIMO TENTATIVO DI SALVARE IL REGIME

Nel chiuso delle quattro mura, Lauter si consulta con tre esperti mandati da Erich Mielke, il capo della Stasi. La loro proposta è ormai vecchia, superata dagli eventi: libertà di lasciare il paese per sempre. Non è più tempo. Bisogna concedere di più: lasciare il paese ma anche poter rientrare, se uno lo vuole. Libertà di andare e tornare, non espulsione. La situazione non lascia alternative e Lauter non fatica troppo a convincere gli altri tre. Per mezzogiorno il progetto è pronto, Lauter detta i punti alla sua segretaria, dalla macchina da scrivere esce la nuova legge che un autista porterà sul tavolo del comitato centrale del partito, riunito dal giorno prima in seduta straordinaria.
Disorientati, sfiniti e preoccupati di riuscire ancora a tenere sotto controllo una situazione che sta sfuggendo di mano, i membri del comitato centrale discutono la nuova bozza senza fare troppe obiezioni. Trascinati dagli eventi decidono di approvarla così come è.

Tra gli uomini seduti attorno al tavolo ne manca uno che da quel momento avrà un ruolo decisivo. “Io a quella riunione non ho partecipato”, ha infatti sempre puntualizzato Günter Schabowski. Allora membro del politburo e addetto ai rapporti con la stampa, scomparso nel 2015, Schabowski è l’uomo che ha aperto il muro, involontariamente. tempo fa, in un incontro all’associazione della stampa estera di Berlino, ricostruì passo per passo i momenti della serata entrata nella storia. “Sono entrato nella sala del comitato centrale all’ultimo momento, prendendo posto a fianco di Egon Krenz (l’uomo succeduto al capo della Ddr Erich Honecker, ndr.) pochi attimi prima di gestire la conferenza stampa fissata alle 18. La nuova legge per i viaggi all’estero era stata approvata senza troppe discussioni, tutti speravamo che la sua entrata in vigore avrebbe allentato la situazione, reso di nuovo credibile il nostro governo e aperto la strada a una stagione di riforme sull’onda della perestrojka gorbacioviana”. Prima di muoversi, Krenz gli passa i fogli contenenti le indicazioni della nuova legge: “Ne puoi parlare con i giornalisti”, mi disse. “Quello che non sapevo è che nel frattempo Lauter aveva anche preparato i dettagli, con le disposizioni per la polizia di frontiera e, soprattutto, la data di avvio, il 10 novembre”.

Sono le 18 in punto. Fuori sono già calate le tenebre, anche se qua e là tra la foschia gruppi di dimostranti continuano a sciamare per le strade, specie nei pressi del palazzo dove si svolge il comitato centrale. Nella città ancora divisa è già iniziato il tipico “Feierabend” tedesco, il periodo del dopolavoro dedicato a una birra nelle kneipe. A ovest, nel grande magazzino del KaDeWe, la vetrina d’occidente, nel reparto alimentare al sesto piano sta per iniziare un ricevimento privato per gourmet. Inge Vollmer, montaggista ai servizi giornalistici della tv regionale occidentale Sfb, sta andando con il marito a un ricevimento organizzato dall’assessore al traffico di Berlino Ovest nel Museo del trasporto pubblico, a due passi dal muro che taglia la vecchia Potsdamer Platz.

LA LEGGENDARIA CONFERENZA DI SCHABOWSKI: “AB SOFORT, SUBITO”

Schabowski entra con puntualità prussiana nella sala conferenze, lo attendono duecento giornalisti che seguono le ore drammatiche della Ddr. La tv occidentale, seguita anche a est, trasmette in diretta. In prima fila ha preso posto con buon anticipo il reporter della Bild Peter Birkmann, catapultato a Berlino dalla sua redazione con il suggerimento che forse stava accadendo qualcosa. Ma la conferenza scivola via noiosa e piena di inutili indicazioni burocratiche. Dalla porta in fondo entra in ritardo il giornalista italiano dell’Ansa Riccardo Ehrmann. Non c’è più un posto a sedere, così Ehrmann si piazza sui gradini sotto il podio da cui Schabowski sta parlando. “Me lo ricordo bene Ehrmann”, ricordava ancora Schabowski, “gli ho dato la parola quando ormai eravamo alla fine. Mi fa una domanda sulla legge sul diritto di viaggio che già da giorni ballonzolava tra le varie burocrazie del nostro Stato, e in quel momento mi ricordo dei fogli che mi aveva dato Krenz. Li cerco, li trovo sotto la cartellina che avevo davanti e comincio a leggere, contento di poter ribattere che avevamo approntato un provvedimento nuovo”. Le immagini televisive fissate per l’eternità riflettono uno Schabowski impacciato e balbettante, che dimostra di non conoscere il contenuto della legge. Sembra quasi lo scopra in quel momento. Quando annuncia il diritto di lasciare la Ddr da tutti i varchi di frontiera con la Germania Ovest, i giornalisti gli chiedono: “Vale anche per Berlino?”. “Sì, anche per Berlino”. Il reporter della Bild capisce che è arrivato anche il suo momento: “Da quando entra in vigore?”. È questa la domanda decisiva. Schabowski getta di nuovo uno spaesato sguardo sulle carte senza trovare indicazioni sulla data. Ma non può più temporeggiare. La risposta che cambia la storia arriva un attimo dopo: “Ab sofort, da subito”.

IL MURO È CADUTO, L’HA DETTO SCHABOWSKI

Sono le 18 e 53 minuti. Nelle case, nelle kneipe, in ogni luogo ove vi sia una televisione, si fa fatica a credere alle proprie orecchie. Ma l’ha detto Schabowski, il muro è caduto. Nel museo dei trasporti a Berlino Ovest un funzionario si avvicina all’orecchio dell’assessore e sussurra qualcosa. La voce si sparge, dicono che sia caduto il muro. Inge Vollmer si alza dal tavolo e decide di andare a vedere di persona. Con il marito al fianco, guida l’auto con il contrassegno “stampa” fino al Checkpoint Charlie: “Non c’era più un posto libero, il poliziotto mi dice che posso parcheggiare in qualsiasi punto, tanto c’è caos dappertutto. Dall’altra parte si vedeva la folla ma nessuno poteva ancora passare”.

I momenti più concitati si vivono all’altro capo di Berlino Est, al punto di frontiera della Bornholmer Strasse. Lì la pressione aumenta di minuto in minuto, i cittadini hanno ascoltato Schabowski in tv e ora vogliono passare dall’altra parte. Le guardie di frontiera, però, non hanno ricevuto alcuna istruzione, perché la legge sarebbe dovuta entrare in vigore il giorno dopo, alle 4 del mattino. In quei minuti il regime si dissolve. Dal ministero della Stasi arrivano alle guardie di frontiera indicazioni irricevibili: “Mandateli a casa”. Sono già troppi, premono sempre di più e cominciano ad arrabbiarsi. Tra la folla compare un ciclostilato che riporta per filo e per segno le dichiarazioni di Schabowski. Non c’è più nulla da fare, se non scegliere: chiamare i rinforzi e sparare sulla folla o alzare la sbarra. La notte è dolce, la sbarra si alza, il muro è caduto. Due ore dopo, davanti al KaDeWe, una folla enorme vorrebbe partecipare alla festa culinaria. Non si può. Torneranno, ancora più numerosi, il giorno dopo.

IL DAY AFTER, TUTTI IN FILA PER PASSARE DALL’ALTRA PARTE

La notte è trascorsa inseguendo una scia infinita di bollicine di spumante. Ma la sbornia non è passata. Il day after si apre all’insegna dell’incredulità. Tutti vogliono sapere se quel che è accaduto ieri è un sogno o davvero realtà. Un pallido sole regala una mattinata linda e tiepida, una di quelle giornate di fine autunno che rigettano indietro i timori per l’inverno che verrà. Davanti alla porta di Brandeburgo, le troupe televisive americane che hanno inondato il mondo con le immagini dei giovani che danzavano sul muro di Berlino ripiegano microfoni e telecamere. In attesa che Peter Arnett diventi famoso nella prima guerra del Golfo, la star di quei giorni è Tom Brokaw della catena NBC. L’alba è spuntata da poco e il reporter chiude l’interminabile diretta con tre domande: “La guerra fredda è finita, mio Dio, cosa abbiamo ora davanti a noi? Come si proseguirà? Che cosa accadrà?”.
La risposta è nei tanti punti di passaggio aperti durante la notte nel confine di cemento. Migliaia di berlinesi dell’est sono già in fila muniti del documento necessario per passare dall’altra parte. Sfilano attraverso il muro, numerosi e ordinati. I poliziotti questa mattina si sono attrezzati per bene. Per far fronte alla valanga si sono messi a tracolla una sorta di vassoio sul quale vengono depositati i passaporti. Timbro in mano, passeranno l’intera giornata stampando centinaia di migliaia di visti e alla fine si ritroveranno con i polsi indolenziti. Sorridono però. E allora è vero, è accaduto davvero. Si va a Berlino Ovest.

BERLINO OVEST, L’INVASIONE DELLE TRABANT TRA BOLLICINE DI SPUMANTE

Il giorno storico sarebbe dovuto essere oggi, il 10 novembre. Così aveva stabilito il politburo riunito in seduta straordinaria, prima che Schabowski s’impappinasse con le carte durante la conferenza stampa e inciampasse in quel “Ab sofort”, da subito, che ha precipitato gli eventi.

Ma oggi è un altro giorno, anzi il secondo giorno dell’era senza muro. Molti sono passati già ieri dall’altra parte, festeggiando e ballando per le strade di Berlino Ovest. Tutti ci ritornano e con loro anche quelli che ieri erano rimasti più prudentemente a casa. Lungo i passaggi principali si sono organizzati anche a occidente. Lunghe transenne consentono il transito più ordinato di uomini e auto. Arrivano le Trabant, con i loro motori a due tempi e i gas puzzolenti che escono dalle marmitte. E da un lato e dall’altro delle transenne i berlinesi dell’ovest salutano, applaudono, sventolano fazzoletti, lanciano fiori e inondano tutti di spumante. La festa è alcolica e comincia presto. Molti battono le mani pesantemente sul tetto delle auto dell’est. Gli occupanti fanno buon viso a cattivo gioco: “Le Trabant non sono fatte di lamiera ma di un misto di plastica e cotone, temevamo che ce le sfondassero tutte”, si lamenterà uno dei fratelli ritrovati.

ASSALTO AL KADEWE, LO SHOPPING NEL GRANDE MAGAZZINO D’OCCIDENTE

Obiettivo: la vetrina dell’occidente, il Kaufhaus des Westens, versione berlinese degli Harrod’s di Londra che qui chiamano vezzosamente con l’acronimo KaDeWe. È il simbolo dell’opulenza capitalistica, visto e agognato ogni sera guardando la televisione della Germania ricca. Ma dove si trova? Chi ha più di cinquant’anni ricorda di esserci stato prima che il muro venisse tirato su. Ai tempi del boom economico aveva ricominciato a riempirsi di beni di ogni sorta, dagli elettrodomestici al vestiario, dall’arredamento al cibo esposto in quantità nelle sale del leggendario sesto piano, dove negli anni della città divisa le mozzarelle arrivavano ogni giorno fresche in aereo dall’Italia. E poi i formaggi, le ostriche, i vini pregiati. Chi aveva il permesso per andare a ovest, un salto ce lo faceva sempre prima di rientrare a casa. Il KaDeWe venne costruito all’inizio del secolo scorso, quando Berlino cominciò a diventare una vera capitale e da allora ha segnato i ritmi gioiosi e dolenti della città. Nei dorati anni Venti fra i suoi scaffali si riforniva il bel mondo artistico, da Marlene Dietrich a Billy Wilder a Christopher Isherwood, negli anni Trenta diventò l’emporio di lusso della nomeklatura nazista e finì sbriciolato dalle bombe della seconda guerra mondiale. Rinacque dalle sue ceneri e, quando Ulbricht innalzò il muro che nessuno aveva intenzione di costruire, diventò il simbolo del lusso occidentale. Dunque, tutti al KaDeWe.

UN FIUME DI GENTE E UN’ATMOSFERA ECCITATA E CAOTICA

Bettina Wertheim dirige oggi una società di comunicazione ma in quei giorni, come fanno gli studenti tedeschi, si guadagnava qualche spicciolo lavorando part-time nel reparto dei cosmetici del grande magazzino. “Arrivammo un’ora prima dell’apertura perché sapevamo che avremmo dovuto far fronte a una giornata impegnativa. Già la sera precedente, un paio d’ore dopo che si era sparsa la notizia della caduta del muro, un fiume di gente si era riversata nel centro del settore ovest. A due passi c’è la Kurfürstendamm, un altro simbolo della società dei consumi e in tanti si erano accalcati davanti ai cancelli chiusi del KaDeWe. Ma per una festa gastronomica privata al sesto piano, non si poteva entrare. Torniamo domani, ci dissero. E così fu”. Presi i primi marchi occidentali nelle banche che regalavano la mancia di benvenuto, già alle nove del mattino migliaia di berlinesi dell’est pigiavano contro il portone d’ingresso. “C’era un’atmosfera eccitata e caotica, ricordo con nettezza il momento in cui furono aperte le porte, una fiumana di gente si riversò dentro in pochi secondi, non c’era letteralmente uno spazio libero per potersi muovere”. L’assalto, la commozione e lo sbigottimento di fronte all’abbondanza delle merci. “Il nostro reparto era il più affollato, ragazze, donne e anziane signore volevano ad ogni costo far man bassa di rossetti ma l’immagine che più mi è rimasta impressa è quella di un signore sulla cinquantina in lacrime davanti a una boccetta del dopo barba di una marca famosa. Piangeva a dirotto, rigirandosi quell’ampolla di vetro fra le mani”.

Le incomprensioni arrivarono dopo l’entusiasmo: “Non tutti avevano fatto in tempo a prendere i soldi occidentali e molti volevano pagare con i marchi dell’est. Ma non era possibile. Ricordo che ci fu un consulto immediato fra i dirigenti e si decise che si accettavano i marchi della Ddr con un cambio 1:10. Per intenderci, il profumo che costava 20 Deutsche Mark ora poteva essere venduto a 200 marchi orientali. Era la paga mensile di un lavoratore nella Ddr e nessuno poteva o voleva permetterselo”. Con i rossetti andò meglio: “Il 10 novembre era venerdì, poi sarebbe arrivato il fine settimana. Le case produttrici ci mandarono di corsa i rinforzi, anche se è vero che alcune diedero fondo agli scarti di magazzino. Ma non fu solo malafede, davvero la richiesta era enorme”.

Mentre lungo le arterie del lusso occidentale Trabant e cittadini ingolfano la circolazione, nelle stanze del potere si cerca di mettere ordine agli eventi. “Chi ci ha combinato questo guaio?”, chiede Egon Krenz nella riunione a porte chiuse del comitato centrale. La frittata è fatta ma i dirigenti della Ddr credono di poter sopravvivere alla caduta del muro e di avere spazio per realizzare le riforme in grado di salvare il comunismo tedesco orientale. Non hanno ancora compreso che, invece, è l’inizio della fine.

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