Economia

Ecco come la Germania vuole fregare l’Italia su banche e titoli di Stato

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Che cosa emerge da un intervento del ministro delle Finanze della Germania sul Financial Times accompagnato da un documento tecnico su banche, depositi e titoli di Stato. Il commento del prof. Onado

Ha il sapore di una vera e propria beffa anche per l’Italia quella proposta dalla Germania in materia di banche.

Ieri, infatti, Berlino ha presentato proposte con l’obiettivo di far progredire l’Unione bancaria, in un intervento del ministro delle Finanze Olaf Scholz sul Financial Times, accompagnato da un documento tecnico di otto pagine (non-paper).

Un ramo d’ulivo ma con le spine, ha commentato il Sole 24 Ore: “L’articolata e complessa proposta tedesca emersa ieri subordina una formula molto blanda di garanzia unica sui depositi bancari all’introduzione di una modifica del trattamento prudenziale dei titoli di Stato: i bond sovrani non sarebbero più risk free come ora ma farebbero scattare accantonamenti di capitale in base al doppio criterio della concentrazione e del rischio di credito o rating”.

Il testo è stato letto positivamente da alcuni esponenti del mondo finanziario, che hanno valutato con favore l’apertura del governo tedesco, considerata un segnale politico significativo.

Ma le proposte del non-paper al momento appaiono però insidiose, ha sottolineato Mf/Milano Finanza: “Le concessioni sono ridotte (si parla di una riassicurazione europea sui depositi), mentre le richieste agli altri Paesi, in primis l’Italia, sono stringenti e riguardano innanzitutto crediti deteriorati e titoli di Stato. Non è menzionata, invece, una riduzione dei titoli illiquidi, che abbondano nelle banche tedesche (e francesi)”.

Nel documento la Germania sembra voler abbassare i rischi degli altri settori bancari e condividere con l’Europa quelli domestici, in un momento in cui alcuni grandi gruppi tedeschi sono in difficoltà. Basti pensare all’esempio di Deutsche Bank, che ha perso 3,78 miliardi nei primi nove mesi dell’anno.

In materia di crediti deteriorati, Berlino chiede di portarli sotto il 5% lordo e il 2,5% netto dei prestiti totali. Da tempo Germania e Francia spingono per queste soglie, già proposte dopo il vertice di Meseberg nel giugno 2018.

Le banche italiane, secondo i piani, dovrebbero avvicinarsi alle soglie a fine 2021: ora sono in media all’8,7% lordo e al 4,3% netto, dopo la forte riduzione negli ultimi anni (i valori erano rispettivamente oltre il 16% e vicino al 10% a fine 2015).

L’altro tema rilevante per l’Italia riguarda i titoli di Stato. Berlino ha proposto requisiti di capitale in base al rating e alla concentrazione delle esposizioni verso un solo Stato. Sulla base di questi fattori si arriverebbe al calcolo di una ponderazione specifica. “Sarebbero esentate da richieste patrimoniali le esposizioni fino al 33% del capitale Tier1, un livello superato dagli istituti italiani. Le conseguenze si farebbero sentire per il patrimonio delle banche e per l’appetibilità delle emissioni del Tesoro”, ha commentato Francesco Ninfole del quotidiano finanziario del gruppo Class.

L’Europa, che già vigila sui titoli di Stato attraverso leverage ratio e stress test, sarebbe l’unica giurisdizione globale con aggravi patrimoniali sui bond sovrani: “Peraltro non avrebbe safe asset, titoli sicuri che servono alle banche anche per la gestione della liquidità”, ha scritto Ninfole.

Il documento tedesco precisa che ci sarebbe un periodo transitorio di 5-7 anni e che «il modello può essere calibrato per non comportare requisiti aggiuntivi eccessivamente stringenti». L’Italia da sempre si oppone a modifiche del trattamento regolamentare dei titoli di Stato per le banche, ricorda Mf.

Secondo il Sole 24 Ore, invece, “la proposta di Scholz viene vista dall’Italia come un passo avanti rispetto alla totale chiusura tedesca ma non equilibrata: il grado di condivisione dei rischi attraverso Edis è molto limitato, mentre l’introduzione di una ponderazione dei titoli di Stato basata sul livello di rischio, misurata attraverso i rating, potrebbe produrre prociclicità e rischi per la stabilità finanziaria”.

DI SEGUITO UN BREVE ESTRATTO DEL COMMENTO DELL’ECONOMISTA MARCO ONADO SUL SOLE 24 ORE:

L’improvvisa conversione del governo tedesco però non è frutto di un tardivo riconoscimento delle tesi a favore di un completamento immediato dell’Unione bancaria e tanto meno di un miracolo. È invece l’ammissione del fatto che la crisi delle banche, che l’America ha superato nel giro di un paio di anni, in Europa ha assunto carattere cronico e trova in Germania proprio uno dei suoi focolai.

La Germania che pure è stato il Paese che ha speso di più in Europa(escluso il Regno Unito) per salvare le proprie banche (circa 450 miliardi di euro), si trova ancora con un sistema bancario molto fragile, sia nelle grandi banche (con la crisi di Deutsche Bank e Commerzbank che si trascina da una ristrutturazione all’altra) sia nelle piccole e medie banche. Eccessivo è il numero di aziende (oltre 1300 di cui 875 solo nel settore cooperativo), forti le inefficienze; elevato l’eccesso di capacità produttiva.

Ovviamente, la redditività langue: quasi tre quarti delle banche ha registrato nel 2018 un rendimento del capitale (Roe) inferiore al 5 per cento, cioè largamente al di sotto del costo del capitale. E questo dato è solo leggermente migliore di quelli recenti: basti pensare che dal 2008 la percentuale di banche con Roe negativo è stata superiore al 20 per cento in ben cinque anni.

E qui entra in gioco l’esigenza di un sistema omogeneo ed efficiente di assicurazione dei depositi, perché questo richiede al suo vertice un’istituzione che gestisca non solo il complesso meccanismo di determinazione dei rischi e dei premi relativi, ma anche (e soprattutto) guidi la risoluzione non traumatica delle banche in stato di difficoltà. Non a caso, Scholz richiama l’esperienza americana dell’ente americano (Fdic) che ha accumulato una vasta esperienza in materia e che ha dato un contributo essenziale a far sì che la crisi americana fosse superata nel modo meno traumatico possibile, ristrutturando e rimettendo sul mercato ben mille banche delle 1.500 dichiarate problematiche.

È questo il modello cui ispirarsi: pensare di affrontare la ristrutturazione del sistema bancario europeo solo affidandosi al mercato e alla rigida interpretazione del bail-in adottata in Europa (con il rischio di interpretazioni oltranziste da parte della Commissione, come ha sperimentato l’Italia subendo danni incalcolabili) è più che un salto nel buio: è la negazione di qualsiasi esperienza precedente in materia di ristrutturazioni dell’industria bancaria. Il tutto aggravato dalla rivoluzione tecnologica che incombe e che rischia di erodere gli spazi di business e di redditività che le banche hanno occupato da sempre in splendida solitudine.

La buona notizia quindi è che uno spiraglio si sta aprendo nelle posizioni tedesche. Ma la cattiva notizia è che si è perso molto tempo: quasi quindici anni per capire che l’Unione monetaria richiedeva anche l’Unione bancaria; già quattro anni da quando un progetto coerente di assicurazione dei depositi è stato presentato. Troppi. Questa volta l’Europa deve dimostrare di saper procedere con la rapidità richiesta dall’urgenza di mettere finalmente in sicurezza il suo sistema bancario.

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