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Vi racconto la danza affilata fra Le Pen e Zemmour in Francia

Le Pen

Che cosa succede in vista delle presidenziali in Francia tra i due candidati di destra Le Pen e Zemmour. Il corsivo di Andrea Mainardi

 

Marine Le Pen a Reims, Èric Zemmour a Lille. Mentre la campagna elettorale a due mesi dalle presidenziali è pigra e tutto sommato fantôme, spettrale, come titola Le Point, la destra si strappa. Emmanuel Macron ha già raccolto le firme necessarie, e con discreto sovrappiù, ma ancora non ha ufficializzato la candidatura per una gara che i sondaggi lo danno per favorito al 24%.

A giocarsi un possibile ballottaggio col presidente uscente, Le Pen e Zemmour: entrambi vengono dati al 14%, a un soffio di distanza di un possibile secondo turno. Il metrò della destra è in realtà ben più affollato, ma con candidati sfumati, nonostante percentuali al 16,5 di Valérie Pécresse per i Repubblicani. Il match attuale è tra il Rassemblement National (RN, ex-Front National) di Le Pen – già due volte candidata all’Eliseo – e la Reconquête di Zemmour – al debutto nell’urna. L’editorialista de Le Figaro si è ritagliato uno spazio decisivo a suon di provocazioni e innegabili toni aggressivi.

E dire che diffonde clip su twitter con la faccia intellò dell’ottavo arrondissement; e la sua équipe elettorale è fatta di 20-30enni laureati, in giacca, rassicurante camicia bianca o azzurra. Molto efficaci sui social. Le Monde – l’ammiraglia della stampa di centrosinistra – accusa Reconquête di utilizzare programmi informatici che automatizzano i retweet e gli attivisti di gonfiare artificialmente la presenza del candidato sui social network. Génération Z, i giovani di Reconquête, hanno per un po’ giocato sul web con Le Monde e Liberation, sostituendosi con le immagini di robot e replicando con l’hashtag #JeNeSuisPasUnRobotEtJeSoutiensZemmour.

Un’équipe che nel sabato del derby delle destre li avvicina iconograficamente più a renziani o berlusconiani che a destrosi estremi. Le parole hanno però altro messaggio. Le Pen in una intervista a Le Figaro di giovedì, ha assestato un colpo nella guerra fratricida della destra.

Ha detto più o meno: trovo con Éric Zemmour tutta una serie di gruppi che, nel storia del FN, vennero poi lasciati, gente piena di caratteri sulfurei. Ci sono cattolici tradizionalisti, pagani e alcuni nazisti. Tutto questo non delinea un atteggiamento presidenziale.

“È il primo passo falso di Le Pen”, analizza Boulevard Voltaire.

Ma, come si fa ad utilizzare contro Zemmour il campo semantico della reductio ad hitlerum, mettendo insieme i cattolici tradizionalisti e i nazisti? Oltretutto accreditando a posteriori le accuse mosse in passato contro il proprio movimento e quello del padre?

La destra avrà bisogno di rimettersi insieme per un secondo turno. Zemmour ovviamente è determinato a dirigere le danze, e sta schierando in campo la militanza più determinata dello schieramento, che in caso di doppio turno servirà da manovalanza click a Le Pen o a Pécresse.

Gli osservatori sono più interessati alla novità del polemista di Montreuil, di origine ebraico-berbero algerina. Già l’anagrafica inviterebbe per lo meno ad utilizzare con prudenza, almeno per opportunità elettorale, l’accusa di sostegni da parte di gruppi “nazisti” (Le Pen) e di razzismo, come dal sindaco di Montreuil che gli ha chiuso le porte della città e della maire di Lille, Martine Aubry, socialista, che ha appoggiato una manifestazione di un centinaio di persone per dire a Zemmour che non era gradito in città con quel meeting di sabato che ha raccolto 6000 persone (qualcuno dice 8000). Da Le Pen ne danno 4000.

Il fatto è che da settimane Zemmour attira l’attenzione e non solo delle destre o delle sinistre movimentiste.

Forse per la conoscenza decennale del polemista, al debutto politico-elettorale, o forse per la già nota carriera di Le Pen e Pécresse. Entrambe hanno in curriculum cariche di primo piano. Zemmour non ha ricoperto ruoli. Ha giustamente preoccupato la sua idea che i ragazzi disabili dovrebbero studiare in scuole solo a loro dedicate. E hanno preoccupato altre uscite. Gli danno del trumpismo à la francaise. Ma non mangia da Kfc come Donald, e ha letto molto più di un bilancio di una tower newyorkese. E ha scritto parecchio. Il che lo rende preoccupante, al limite. Vagheggia una Francia anni 50-70 che forse non è mai esistita. Di certo detesta le pale eoliche che deturpano il paesaggio (ricorda uno Sgarbi italico) e promuove il nucleare che Macron intende pensionare. Scrive di ruolo maschile (sembra Langone del Foglio).

A proposito di Macron: Le Pen appare volerlo combattere avvicinandosi agli “en marche”, proponendosi moderata e conciliante. C’è chi sui social la candida alla presidenza di SOS Racisme.

Mentre i due si randellano. Si scambiano scortesie in famiglia. Se Marine dà dei nazisti ai sostenitori di Èric (almeno ad alcuni), il secondo gioca sui selfie coi gattini di quella che era un tempo la sola leader della destra estrema.

La campagna è cambiata. Proprio nei giorni del derby del Nord delle destre, tra Lille e Reims, sono stati diffusi i volantini di Marine rassicurante: lei in barca, lei che medita sull’orlo di una scogliera, lei quando era una giovane madre con il suo bambino e, appunto, con il suo gatto… Sarà “l’avvocato di tutti i francesi”, promette la propaganda. Zemmour, determinato ad affondare le parti (LR e RN), ostacola il sogno di “unione delle destre” e ridacchia presuntuoso: io sono l’uomo dei libri, lei dei gattini. Praticamente dandole della casalinga di mezza età che tra un intenerimento e l’altro finirà a immortalarsi mentre cucina colorati e friabili macarons. A Reims, città simbolo dei re di Francia e della sua storia, Le Pen si è concessa un’ampia parentesi personale, quasi intima, per parlare della sua infanzia, della sua famiglia, della sua vita di madre e del suo ruolo politico.

Tra Lille e Reims, i due pubblici plaudenti, sabato contrastavano: “Eric Zemmour ha una militanza fatta di cadetti radicalizzati di buona famiglia; Marine Le Pen, di occupati e disoccupati”, sintetizza il sondaggista Jérôme Sainte-Marie.

A 200 km da Reims, a Lille, quasi Belgio, Zemmour, discettava di potere d’acquisto, politica sociale, sicurezza interna. Di “bonus addebito zero”. Quello pensato per incrementare il portafoglio dei lavoratori senza aumentare la tassazione dei datori di lavoro, che per Zemmour sembrerebbe “una tredicesima, ma anche una quattordicesima e quindicesima”. Propagandina? Privo di ogni tassa, il bonus costerebbe “solo” 3.000 euro lordi al datore di lavoro, che potrebbe così premiare i propri dipendenti senza spendere troppo. L’approccio di Zemmour risuona come un’accusa frontale nei confronti dei suoi detrattori socialisti che, quando non lo chiamano “fascista xenofobo”, percepiscono in lui un ultraliberale al servizio del grande business. Già sentito per Macron.

Zemmour spera di attirare a sé la parte dell’elettorato di RN ancora sospettoso di questo parigino fino ad oggi piuttosto cauto in termini di politica sociale. Ammicca gli operai, agli altri della destra lo fa da mesi, avendone imbarcati parecchi. E di importanti, come l’eurodeputato eletto con i colori del RN, Jérome Riviere.

In un articolato ritratto di ottobre, Le Grand Continent lo definisce qualcuno con un sogno da personaggio balzachiano. Però lo prende sul serio, affrontandolo senza scivolare nel terreno di alzate di spalle su colorati estremismi.

Recensendo il suo ultimo saggio, La France n’a pas dire son mot, si fa spietato. Certifica: vive di illusioni confuse. Tra un appartamento e l’altro della commedia umana. Infatti Zemmour parla nei suoi libri solo di Parigi, la provincia non compare. La parentesi uscita nel fine settimana rivolta ai salariati poco importa: è una parentesi posteriore. Del resto la storia è capetian, considera per Zemmour solo i grandi uomini e le loro azioni. A Parigi o Vichy. La geografia di Le Grand Continent.

Il punto: Zemmour trasformerà i lettori in elettori? A Macron, non ancora in campo per Covid, Ucraina e Mali, col suo 24%, quando tra una settimana si metterà nelle urne, quel raffinato lettore di Balzac con pensieri, per ora, così “sporchi”, rischia di diventare il contendente più apprezzato. Balzac tira sempre. E almeno Gallimard ringrazia.

 

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