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Vi racconto i trambusti della famiglia presidenziale Macri in Argentina

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Il Presidente Macri denuncia il padre, scomparso solo 20 giorni fa. Una campagna elettorale avvelenata in un paese ferito dalla crisi economico-finanziaria. L’approfondimento di Livio Zanotti, già in Rai e alla Stampa, per anni corrispondente dall’America Latina e inviato speciale di esteri.

Intenzioni e sentimenti contrapposti, tutti intensi e drammatici, si riflettono nel sorpreso clamore provocato dal capo dello stato, Mauricio Macri, che in un’intervista televisiva ha coinvolto il padre scomparso appena qualche settimana fa in una vasta e sistematica rete di corruzione e tangenti. Un’evidente e certamente sofferta intimità è il verso più inatteso della denuncia, che nel suo rovescio chiama in causa decine di altri esponenti dell’imprenditoria e della politica per colpire soprattutto l’ex presidentessa Cristina Kirchner e il suo governo. Tra sette mesi, infatti, sono attese le elezioni per il rinnovo dell’incarico presidenziale e i sondaggi attribuiscono agli avversari peronisti la possibilità di tornare a riconquistare la Casa Rosada, a causa dell’implacabile crisi economica in cui versa il paese. La campagna elettorale è cominciata e già rilascia fumi d’acido solforico.

L’accusa mostra aspetti disperati. Tira dentro una folla di personaggi d’ogni ambiente e categoria, nessuno dei quali sconosciuto e indifeso, così da gettare un’ombra pesante su decenni di vita pubblica argentina. È di quelle che si sa dove cominciano, ma non come possono finire. Per un paese di nuovo pesantemente indebitato, corroso dall’inflazione, sul ciglio della recessione e alla spasmodica ricerca di investimenti esteri, non sembra un invito alla fiducia. Se non guardando al nuovo scandalo come effetto di una volontà assoluta di catarsi, in cui la massima magistratura della Repubblica mette la faccia e il cuore nella speranza di lasciarsi una volta per sempre alle spalle un passato di favori, mazzette e imbrogli miliardari che precede e di molto il kirchnerismo. Una interpretazione in cui non sembra prevalere la razionalità.

Mauricio Macri ha detto che il padre, Franco, nato in Italia e divenuto uno degli uomini più ricchi e potenti dell’ultimo mezzo secolo in Argentina, “era parte di un sistema estorsivo del kirchnerismo (cioè del precedente, decennale governo n.d.r.), in cui per lavorare (nel senso di ottenere appalti pubblici n.d.r.) bisognava pagare”. Tenendo a precisare: ”Ciò che ha fatto mio padre era un reato”. La Naciòn, il più tradizionalista dei giornali argentini, commenta con malcelata ironia che una volta gli appaltatori di lavori pubblici aspettavano come una manna gli anni elettorali, poiché chiunque stesse al governo arrivava una pioggia di contratti e di milioni. Ma speravano almeno di non restare sepolti da questo spettrale 2019: ”L’ultima palata di terra gliel’ha invece tirata il Presidente Mauricio Macri…”, scrive Diego Cabot.

Ancor più diretto e velenoso, l’ex avvocato di Franco Macri, Luis Conde:” Dopo la ripartizione di SOCMA (la holding di famiglia n.d.r.), tutto era in mano a Mauricio Macri, in misura minore al fratello Gianfranco, e a un amministratore”. Non sono novità assolute. La Procura Federale n.1 ha aperto un’inchiesta un anno e mezzo addietro. Nei cassetti di qualche istanza giudiziaria giace poi una vertenza dei Macri con l’erario pubblico, per un indennizzo miliardario richiesto dallo stato dopo il fallimento dell’azienda postale nazionale da loro acquistata, prima che Internet la rendesse una scatola vuota. Un paio di ministri di Macri a lui specialmente vicini e qualche parlamentare del suo partito sono stati infine investiti proprio in questi giorni dalla bufera sollevata dall’indagine di un procuratore della Repubblica.

L’inquirente, Alejo Ramos Padilla, ritiene di aver scoperto una vasta trama di spionaggio, ricatti e loschi interessi politici e personali. Vi sarebbero coinvolti un paio di noti esponenti del potere giudiziario impegnati ad inquisire l’ex presidentessa Cristina Kirchner con alcuni suoi ex funzionari di prima linea, ed elementi dei servizi segreti argentini. Volto visibile e uomo di raccordo sarebbe un disinvolto faccendiere, Marcelo D’Alessio, ora arrestato, che si spacciava per avvocato e vantava rapporti confidenziali con l’ambasciata degli Stati Uniti a Buenos Aires. Ma ritenendo che il governo ostacola in luogo di sostenere le sue investigazioni, Ramos Padilla è andato a denunciare l’intera vicenda al Congresso della Nazione, più che ben accolto dall’opposizione e diffidato invece dal Presidente e dai parlamentari della sua coalizione che per protesta hanno abbandonato l’aula. È questo il clima che prepara le prossime elezioni presidenziali.

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