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Vi racconto i sorprendenti (e curiosi) spifferi di Conte contro Bruxelles

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Che cosa ha detto a sorpresa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. I Graffi di Damato

Reduce da un rapido viaggio nella dirimpettaia Libia, non compromesso per fortuna dai ritardi sulla strada del bilancio italiano del 2019 accumulati in un’aula a dir poco infuocata del Senato, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in una intervista alla Stampa ha dismesso i panni dello statista Conte a ragione o a torto attribuitigli durante il negoziato con la Commissione Europea per sottrarre la manovra finanziaria alla costosa procedura comunitaria d’infrazione. E si è rituffato, addirittura con “orgoglio”, nella realtà di un’orchestra di governo dove la bacchetta del direttore è sua, ma la musica è quella che gli passano di giorno in giorno, di ora in ora, con le interpretazioni, le correzioni, gli aggiornamenti e quant’altro i suoi due vice presidenti del Consiglio. Che sono naturalmente il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, accumunati da Conte – si vedrà se con realismo o troppo ottimismo – nella volontà di accettarne “la resistenza”, non si sa se più a loro stessi o agli imprevisti, per durare a Palazzo Chigi sino al 2023. Siamo in un “orizzonte di cinque anni”, quanto dura una legislatura, superiore anche a quel che resta del mandato di Sergio Mattarella al Quirinale. Dove i più ottimisti, almeno fra i grillini, potrebbero addirittura coltivare la speranza di mandare proprio Conte. Ma probabilmente qui sconfiniamo nella fantapolitica.

LE PAROLE A SORPRESA DI CONTE CONTRO LA COMMISSIONE EUROPEA

Il ridimensionamento del ruolo di statista attribuito – ripeto – a ragione o a torto al presidente del Consiglio nel passaggio dalla “guerra” alla trattativa con la Commissione Europea sui conti italiani sta nel suo tentativo, di fronte ai ritardi e al caos del maxi-emendamento alla legge di bilancio presentato e approvato col ricorso notturno alla fiducia nell’aula di Palazzo Madama, di attribuirne la colpa ai commissari europei. E ciò per i tempi troppo lunghi del negoziato in cui è stato ridotto via via, sino al 2,04 per cento, il 2,4 di deficit sul prodotto interno lordo festeggiato a fine settembre sul balcone di Palazzo Chigi come bandiera della cosiddetta “manovra del popolo”.

I VERI NODI SULLA TEMPISTICA DEL NEGOZIATO CON BRUXELLES

Invece, come potrebbe testimoniare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel caso improbabile in cui volesse intervenire a gamba tesa in una operazione di verità, anche a costo di sacrificare un po’ del suo tradizionale galateo istituzionale, il problema del negoziato con Bruxelles non è stato quello della durata, ma quello dell’inizio. Vi si è ricorsi troppo tardi -dopo le sfide iniziali e le promesse di entrambi i vice presidenti di “non arretrare neppure di un millimetro”- rispetto alle scadenze istituzionali di fine anno per l’approvazione del bilancio. Cui anche la Camera, come il Senato nei giorni scorsi, dovrà pertanto provvedere con l’acqua alla gola, facendo finta di discuterne ma in realtà rinunciandovi.

LA QUESTIONE DELLA FIDUCIA

Di un simile spettacolo non vi è precedente nella ormai settantennale storia della Repubblica, per quanto i consiglieri di Conte gliene abbiano suggeriti due – del 2014 e del 2016 – che egli ha compiuto l’imprudenza, a mio avviso, di indicare nell’intervista alla Stampa: l’imprudenza, perché improponibili, tanto diverse sono state le circostanze, a dir poco.

I PRECEDENTI

Nel 2016 a gestire l’approvazione del bilancio fu il governo di Paolo Gentiloni, subentrato non più di sei mesi -come Conte rispetto allo stesso Gentiloni- ma qualche giorno prima a quello precedente di Matteo Renzi. Nel 2014 proprio il governo Renzi dovette ricorrere “di notte alla fiducia”, è vero, ma una sola volta, e non nella serie imposta al Parlamento in questo scorcio del 2018. E quella volta i grillini protestarono in un modo tale che avrebbe dovuto loro impedire solo di tentare una imitazione o replica.

MEGLIO LE SCUSE

No, signor presidente. Uno statista in simili circostanze si scusa e basta, riservando l’orgoglio ad altro. E magari preparandosi a difendere il suo governo dalle proteste già levatesi e destinate forse a crescere dal popolo cui la manovra era stata dedicata, e che via via potrebbe invece scoprirne gli inconvenienti sulla propria pelle.

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