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Vi racconto cosa è successo agli americani grassottelli con la sugar tax

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Ecco i veri effetti della Sugar tax nelle grandi città americane. La Nota di James Hansen

Per molti millenni l’umanità ha patito la fame, a tal punto che storicamente il grasso e le forme voluttuose erano considerati segni di salute e perfino di bellezza. Poi, quando anche i poveri sono diventati grassi, si è deciso che l’obesità era ormai, secondo l’Oms, una “crisi sanitaria globale”— pure di fronte al continuo allungarsi dell’attesa di vita riscontrato nell’ultimo mezzo secolo.

È stato addirittura istituito un “World Obesity Day”, celebrato il 4 marzo, anche se quest’anno è caduto nell’indifferenza generale, forse perché di crisi sanitarie ne abbiamo conosciute di peggiori.

Come per molti altri allarmi simili, il “motore” della preoccupazione sono gli Usa, un paese dove l’obesità è fortemente presente e dove affligge in maniera particolarmente massiccia la popolazione femminile. Secondo i dati ufficiali, il 66,9 percento delle donne americane è sovrappeso — oppure semplicemente “obeso”.

Si è anche identificato il colpevole: lo zucchero, soprattutto quello presente nelle bibite gassate. Di qui la soluzione preferita da quasi tutte le pubbliche amministrazioni: tassarlo, sia per scoraggiarne il consumo, sia per— francamente— tirare su un po’ di soldi per le casse governative. Ormai una cinquantina di paesi nel mondo ha deciso di proteggere la salute pubblica dall’obesità attraverso un’imposta sullo zucchero.

L’Italia è tra questi, anche se l’entrata in vigore della nuova disposizione è stata rimandata più volte e ora dovrebbe partire da gennaio 2022.

È emerso però un problema: la soluzione fiscale non sembra funzionare. Anche qui gli Usa sono stati un utile laboratorio. Siccome le imposte anti-zucchero sono state introdotte perlopiù a livello metropolitano nelle grandi città, è relativamente facile misurarne l’impatto.

Ora uno studio del NBERNational Bureau of Economic Research americano ha analizzato l’effetto della norma nelle quattro più grandi città dov’è stata applicata: Philadelphia, San Francisco, Seattle e Oakland. I ricercatori riferiscono che a fronte di una tassa di un centesimo per oncia (28,4 ml) di bibita, il consumo totale si è ridotto mediamente di sole cinque calorie al giorno a testa. Andando per singole città, i dati rilevano che il declino statistico è totalmente dovuto alla riduzione del consumo delle bevande nella sola Philadelphia, mentre “non si riscontra nessun impatto nelle altre tre città”.

Resta allora solo il “beneficio” fiscale generato dalla tassa: senonché, in un’altra metropoli americana — Chicago — dove l’imposta era stata prima introdotta e poi ritirata, una sorta di rivolta popolare ha obbligato le autorità ad ammettere che lo scopo della misura era puramente fiscale — per tappare dei buchi nei conti municipali — e che la salute della popolazione non c’entrava. Il pubblico non ha gradito e l’amministrazione cittadina ha trovato prudente lasciar perdere…

Ora, i grassi americani sono ancora grassi. Che ciò non faccia bene alla salute è assodato. Forse, prima o poi, bisognerà cercare un’altra spiegazione per il fenomeno. C’entrerà che, nei “millenni magri” citati sopra, l’umanità ha anche lavorato fino allo sfinimento, mentre oggi buona parte della popolazione è effettivamente sedentaria? Esiste la maniera di tassare la sedentarietà?

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