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Vi racconto come Merkel si districa tra problemi e dossier

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Successi e sfide di Angela Merkel tra lotta al coronavirus e misure anti crisi economica. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

In una celebre copertina di appena due anni fa lo Spiegel aveva decretato l’inizio della fine dell’era politica di Angela Merkel. La cancelliera formava con il classico gesto delle sue mani intrecciate la parte superiore di una clessidra, e i granelli di sabbia che le erano rimasti non erano più molti. “Endzeit”, era il titolo, finale di tempo. Un’immagine mesta per un’icona politica ritenuta ormai a fine corsa, indebolita dalle critiche alla gestione della crisi migratoria nella precedente legislatura e ingolfata in un governo, l’ennesimo di Grosse Koalition, incerto e poco efficace.

La mestizia era accentuata dal richiamo a uno dei più noti modi di dire della lingua tedesca, usato per indicare l’inesorabilità del tempo che scorre: “Die Zeit vergeht, wie Sand zwischen den Fingern”, il tempo passa come sabbia tra le dita. Malinconico e romantico. E due mesi fa un altro periodico di peso, il mensile di cultura politica Cicero, aveva decretato il tempo politico della cancelliera del tutto finito. “Good bye Merkel” titolava l’edizione di marzo, un chiaro richiamo al film-cult degli anni Novanta sulla fine della Ddr: sullo sfondo l’immagine di un busto in bronzo della cancelliera, strappato dalla sua base e trasportato da un elicottero sullo sfondo di palazzoni in stile realsocialista.

Nel film originale di Wolfgang Becker la statua era quella di Lenin. Niente male come simbologia: per la cancelliera venuta dall’Est era arrivato il tempo di togliere il disturbo, scriveva Cicero, magari prima della scadenza naturale del mandato. Nessuna delle due grandi riviste aveva fatto i conti con la saggia raccomandazione che diede uno dei più acuti biografi della Cdu scomparso prematuramente qualche anno fa, Gert Langguth, a sua volta politico del partito democristiano e studioso della cancelliera che pure non amava fino in fondo: mai dare per finita Angela Merkel.

Due anni dopo la sentenza dello Spiegel e due mesi dopo il benservito di Cicero, Angela Merkel è politicamente più viva che mai. Amata come ai tempi d’oro dai suoi cittadini, è in testa a tutti i sondaggi di gradimento per il piglio e la competenza con cui ha saputo prendere di petto e gestire la crisi del coronavirus. La sua ritrovata popolarità si riflette anche sul partito, che aveva trascinato, sconfitta dopo sconfitta, ai livelli più bassi di sempre e che invece ora ha riportato alla soglia del 40 per cento, coinvolge un governo che appariva appassito e lambisce anche il partito alleato, i socialdemocratici, riscopertisi nei sondaggi d’incanto di nuovo sopra i Verdi.

Merkel ha ritrovato il tocco magico, ha trasformato in principi i suoi ministri un po’ ranocchi e ha orchestrato con il piglio di un tempo una banda di presidenti regionali anarchica e talvolta rissosa. Ha riproposto con successo il meglio del suo repertorio, l’arte del compromesso, mediando fra consigli e interessi di virologi, direttori ospedalieri, politici, rappresentanti dell’industria e del mondo economico in senso più ampio. Ne è venuta fuori una gestione della crisi che ha proiettato la Germania fra i paesi che hanno attraversato con maggior successo la prima ondata del contagio. Per di più con l’adozione di misure restrittive chiare ma più morbide rispetto a quelle che sono stati costretti ad adottare i governi di molti altri paesi europei.

Merkel è anche un politico fortunato. Questa era la migliore crisi che le potesse capitare, perché ne ha esaltato le competenze scientifiche maturate nella sua vita precedente. Nelle varie conferenze stampa accanto al presidente della Baviera e al borgomastro di Amburgo è apparsa a suo agio più quando spiegava i motivi scientifici che avevano determinato le misure adottate che le misure stesse. Hanno fatto il giro del mondo un paio di video in cui, divertita, si destreggiava fra indici del tasso di contagio e andamento delle curve pandemiche, disvelando ai cittadini incantati gli arcana imperii dei laboratori scientifici. Tanto da far immaginare per il suo tempo dopo la cancelleria non tanto all’occupazione di una presidenza politica in qualche pensionato europeo, quanto a un ritorno in camice bianco dietro alambicchi e microscopi.

Merkel potrebbe centrare l’obiettivo di lasciare, fra un anno, il suo partito in una posizione migliore rispetto a quando lo aveva raccolto: un capolavoro che non era riuscito agli altri due mostri sacri della storia cristiano-democratica, Konrad Adenauer e Helmut Kohl e che sembrava del tutto inimmaginabile anche per lei, appena due mesi fa. Ma le incognite sono ancora tante, la fase due è piena di difficoltà e nulla assicura che sarà gestita con lo stesso successo della prima fase.

Le sfide sono anche di natura differente: non c’è solo da gradualizzare il processo di ritorno a una normalità condizionata dal virus, ma c’è soprattutto da affrontare una crisi economica che si mostra di giorno in giorno più drammatica e da garantire la tenuta dell’Europa, nei confronti della quale la Germania, che da luglio deterrà per sei mesi la presidenza di turno del Consiglio europeo, fatica ad assumere quel ruolo di leadership generosa che la sua funzione di potenza egemone richiederebbe.

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