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Verbali Amara, il giornalismo e gli uomini di mondo

Giornali

Il corsivo di Teo Dalavecuras

Non conosco Francesco Cundari se non attraverso i suoi articoli che – ovviamente – apprezzo visto che séguito a leggerli: una fiducia nel suo talento professionale che mi consente di andare oltre il disincentivo di titoli come “la grande ipocrisia del giornalismo” (sai lo scoop..). L’ultimo, intitolato appunto “Scripta manent verbali volant. La grande ipocrisia del giornalismo” è dedicato al “trattamento mediatico” dell’ultimissimo scandalo, quello dei verbali contenenti dichiarazioni decisamente clamorose dell’avvocato Piero Amara che, secondo buona parte della grande stampa contengono “fango”, potenziali “calunnie” e altre consimili mercanzie, tanto che gli svariati organi di informazione che li avrebbero ricevuti si sono ben guardati dal pubblicarne il contenuto, perfino i giornali che della denuncia di scandali di ogni tipo e della guerra alle élites di ogni provenienza (o quasi) hanno fatto una sorta di oggetto sociale.

Cundari si chiede perché, certo consapevole di formulare domande destinate a cadere nel vuoto. Che cosa consente di distinguere così facilmente l’informalità (nello specifico l’invio dei verbali, secretati, da parte di un PM di Milano che ne disponeva per ragioni d’ufficio, a un collega magistrato di Roma fuori dei canali ufficiali) dalla illegalità? E poi (ma qui vale la pena di trascrivere le parole dell’autore) “Quand’è esattamente che le accuse diventano fango, e vanno pertanto cestinate, e i loro propalatori denunciati come corvi, mestatori, avvelenatori di pozzi, e quand’è invece che vanno prese e pubblicate come oro colato?”.

Queste domande lasciano riaffiorare ricordi delle mie vite precedenti. Tanti anni fa, nel 1976, all’inizio della parentesi di giornalista – la vita è fatta di parentesi – mi era capitato un minuscolo istruttivo episodio. Scrivevo per la “Lettera Finanziaria” dell’Espresso, una newsletter diretta dal più brillante talento del giornalismo economico di allora, e non solo, Giuseppe “Peppino” Turani, purtroppo inadatto a ruoli organizzativi ai quali pure aspirava (non solo in virtù della legge di Pitigrilli: “Tutti desiderano eccellere nelle qualità di cui sono meno dotati”, ma anche perché alla fine dei conti il fatto di non avere peso nella “macchina” restringe fortemente lo spazio concesso al tuo lavoro). Era l’anno del disastro della nube tossica fuoriuscita dallo stabilimento chimico Icmesa di Seveso che ebbe gravi conseguenze sanitarie e ambientali, fece molto scalpore e costò al gruppo Hoffmann-La Roche l’equivalente di molti miliardi di euro di oggi solo in risarcimenti. Venuto a sapere, per puro caso, che capofila in Italia dei legali della grande multinazionale era il noto e assai stimato avvocato milanese Antonio Stasi, vicino all’ambiente de il Manifesto, ne feci una “breve” per la rubrica dove si pubblicavano, senza enfasi, piccole curiosità e indiscrezioni raccolte nella settimana. “Lo sapevamo benissimo anche noi”, mi sibilò un collega dell’Espresso destinato a brillanti, meritatissime carriere, incrociato sulle scale all’ora della pausa di mezzogiorno. Il senso era: “Ma tu dove vivi, amico mio? Ci sono cose che si sanno ma non si scrivono”. Non diedi retta alla univoca lezione del collega e infatti non feci nessuna carriera ma, in compenso, nei pochi anni in cui seguitai a fare quel mestiere mi divertii molto e di quell’epoca conservo un ricordo grato.

Vengo alla distinzione tra informale e illegale. Nel 1982, dopo averlo incontrato per un’intervista, accettai immediatamente la proposta di Guido Rossi di chiedere un’aspettativa al giornale dove allora lavoravo, il Mondo, e trasferirmi a Roma per fargli da assistente/addetto stampa alla Consob. Accettai anzitutto per ragioni private ma fu anche un’occasione per vivere dall’interno il mondo della burocrazia romana (e per frequentare un uomo che ancora oggi al nostro Paese manca assai, un uomo che ha lasciato uno stuolo di “eredi” veri o presunti ma nessuno che ne abbia saputo o voluto seguire l’esempio, Nino Andreatta). Un anno interessante il 1982, l’anno del crack del Banco Ambrosiano, ma la lezione che ne trassi – questa volta da sprovveduto osservatore partecipante invece che da sprovveduto addetto ai lavori – fu duplice.

Innanzitutto, le leggi scritte in Italia non sono scritte male, sono scritte benissimo, se si ha presente qual è la loro funzione, principalmente regolare il lavoro quotidiano della burocrazia, offrire merce di scambio nelle rivalità tra un corpo burocratico, ma anche di altra natura, e l’altro, e fornire l’apparenza di uno stato di diritto, moderno (non vorremo farci riconoscere!); ma, ancora prima, fare sì che la norma impedisca di individuare, di là di ogni ragionevole dubbio, il responsabile di un evento indesiderato o vietato, oppure di distinguere con la certezza umanamente possibile la ragione dal torto in una controversia.

Di questo, quando le parti del conflitto, il clamore e altri parametri superano un certo livello, si occupano leggi non scritte. La principale è che coloro che detengono nel momento storico una quota del potere di fatto decidono chi ha ragione e chi ha torto, oppure chi ha sgarrato: la legge scritta con le sue pregevoli argomentazioni seguirà, come l’intendenza, per usare una metafora cara a Charles de Gaulle…

Bella scoperta, dirà qualcuno. C’è però una questione di quantità. In Svizzera, paese se ce n’è uno dove il potere è gestito consensualmente e con discrezione, il Procuratore generale della Confederazione, che si era mosso in modo criticabile nella vicenda Sepp Blatter, Gianni Infantino e compagni del football, sollevando vivaci polemiche ma dimostrandosi fermamente deciso a non mollare la poltrona, dopo tre anni, al termine di una elaborata procedura è stato accompagnato, cortesemente com’è ovvio, alla porta. Non ho bisogno, di contro, di ricordare a nessuno la vicenda del Vajont, per dirne una tra le non poche.

Tutto il mondo è paese, certo, e sotto tantissimi punti di vista altri sono assai peggio del nostro, ma in termini di visibile strumentalità delle leggi scritte, grado di opacità della geografia del potere e dell’informazione che se ne dovrebbe occupare, sono convinto che il nostro, di Paese, tema pochi confronti.

Non intendo dire che questo peculiare assetto del potere e dell’informazione sia arbitrario o sbagliato, in sé. Sinora, nelle svolte cruciali l’Italia ha dimostrato di saper scegliere la strada giusta. L’Italia è un universo molto complicato. É assai stimolante e non è estraneo al fatto che gli italiani siano mediamente più intelligenti dei loro simili nel resto del mondo e anche leggermente più cinici. Il problema avrebbe potuto essere l’Italia ma ormai è diventato l’Europa, dove si ha la sensazione che il nostro Paese abbia fatto scuola. Però, senza lo stesso livello di intelligenza.

Per quanto riguarda il mondo dell’informazione il problema della “gestione degli scandali” (di cui nessuna comunità può fare totalmente a meno), esiste, è assai grave ma è di natura estetica, come tale insolubile.

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