Se i fatti continuano a restare separati dalle opinioni, come raccomanda il buon giornalismo, la cronaca di quanto avvenuto il 3 gennaio a Caracas, capitale del Venezuela, è impietosa. Un tempo era la nazione più ricca dell’America latina. Da tempo quella col maggior numero di espatriati ed esiliati per mancanza di lavoro, per fame, per libertà conculcate dal regime brutale e fallimentare di Nicolás Maduro da ben 13 anni.
La cronaca non registra venezuelani in divisa che abbiano combattuto a strenua difesa dell’autoproclamatosi presidente, mentre costui veniva prelevato assieme alla moglie, Cilia Flores, dagli incursori statunitensi.
La guardia del corpo dell’illegittimo presidente era tutta formata da cubani, giusto per capire quanto l’uomo si fidasse dei suoi connazionali.
La cronaca racconta che finora non s’è vista alcuna straripante e “libera” manifestazione di civili in lacrime a Caracas o dintorni per supplicare il ritorno del prelevato in Patria.
Al contrario, nel mondo i venezuelani fuggiti, festeggiano, mentre
gli esegeti del castrismo in salsa venezuelana o i favoriti del regime -ci sono sempre-, protestano all’insegna del “giù le mani dal Venezuela”.
Ma in realtà accade l’opposto: per la prima volta il Paese può tornare nelle mani dei venezuelani per libera volontà degli stessi in un futuro vicino.
Per la prima volta dall’epoca di Hugo Chávez, il demagogo antesignano di Maduro e adoratore di Fidel Castro, ossia dal 1999 in avanti, il Paese sembra avviarsi verso una svolta di liberazione.
Ci vorrà del tempo, certo. La transizione non sarà facile. L’insidia è che la parte militare e militarizzata dal dittatore, cioè la casta arroccata al potere, non voglia capire che indietro non si torna più.
Come per la fine di ogni dittatura, il ritorno alla democrazia impone prudenza e reale volontà di pace. Delcy Rodríguez, la vice di Maduro che ha giurato al suo posto, non ha pronunciato parole incendiare, dopo quelle di amorevole circostanza per il suo despota deposto.
Certo, sarebbe stato meglio se Maduro avesse scelto di andarsene lui, come gli era stato offerto. Sarebbe stato preferibile, se fosse bastato l’esito del voto per mandarlo via. Ma non è bastato: il grande sconfitto ha calpestato quell’esito, perseguitando i vincitori dopo averne pure impedito le candidature.
Sarebbe stato meglio, se gli americani non avessero dato la solita prova muscolare. Come se l’America che non ha trovato l’America, fosse il cortile di casa, dove al padrone tutto è permesso.
E poi il petrolio venezuelano, come dimenticarlo? Chissà perché i tiranni di Paesi senza ricche risorse non suscitano mai l’indignazione dei vicini.
Così va il mondo.
Ma nessuno oggi piange e rimpiange quell’uomo coi baffi alla Saddam Hussein, accusato di narcotraffico verso gli Stati Uniti, di corruzione, di crimini, di aver rubato le elezioni e ridotto gli oppositori al silenzio.
Nessuno si straccia le vesti per il suo governo non riconosciuto da molte democrazie e del quale si stava occupando la Corte penale internazionale per le nefandezze di cui era accusato.
Nessuno rivaluta quel dittatore crudele, che ha costretto la figura di spicco dell’opposizione e premio Nobel per la pace, María Corina Machado, a nascondersi per non rischiare di finire tra le “sparizioni forzate”, come le ha definite e denunciate Amnesty International con nomi e cognomi che il mondo non conosce o che ha nel frattempo dimenticato.
(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)
www.federicoguiglia.com






