Sulla base dei tuoi contatti con Caracas, in questi giorni prevale l’ottimismo o il pessimismo sui destini del Paese dopo la cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti?
Prevale l’incertezza, dopo la rocambolesca azione degli Stati Uniti che hanno prelevato Maduro e portato via lui e sua moglie negli Stati Uniti, dove è stato poi sottoposto a una prima udienza.
La gente però sceglie di non parlare, sceglie una linea di prudenza: descrive accuratamente i fatti, ma non si sbilancia.
Cerca di elaborare la confusione che si è generata in queste ore, mentre nel Paese, piano piano, riparte una parvenza di normalità: riaprono le attività commerciali, riprendono i trasporti, i servizi, il lavoro.
Nel frattempo si cerca di comprendere il Venezuela che verrà.
Non si parla di democrazia, non si parla di diritti umani: si parla di petrolio, del “nostro petrolio”, dice Trump, che sarebbe stato rubato dal regime socialista, il quale a sua volta avrebbe sequestrato, sottratto e venduto illegittimamente piattaforme Exxon e ConocoPhillips.
Petrolio che ora servirà, secondo questa narrazione, per l’indennizzo dei cittadini americani che avrebbero subito dei danni.
I venezuelani potranno anche essersi arricchiti, certamente, ma intanto fanno la fila. In fondo, gli investitori e i fondi speculativi si preparano all’assalto.
Maduro è caduto, ma la successione per ora è nel segno della continuità: gli Stati Uniti hanno voluto al suo posto la vice Delcy Rodríguez. Dunque il regime resiste come prima?
L’aspetto che colpisce di più è proprio questo: la sopravvivenza del chavismo senza Maduro. Anzi, per qualcuno si tratta della sopravvivenza del chavismo grazie alla caduta di Maduro, che era diventato l’emblema della corruzione, del malgoverno, dell’impresentabilità. Era diventato il volto, il frontman di un potere corrotto e oppressivo.
Tuttavia la struttura, che ha più di ventisette anni e che si è saputa radicare nella pubblica amministrazione, nell’esercito, nell’intelligence, nel tessuto economico e imprenditoriale del Venezuela, è ancora lì. È forte ed è anche ferita nell’orgoglio: quindi più coesa, in cerca di consolidamento.
Ha ottenuto, con l’attacco di Donald Trump, ciò che in parte voleva: una narrazione per sentirsi assediata, sotto attacco, e per far valere il proprio ruolo nello scacchiere internazionale.
Perché ora il chavismo non è più presentato solo come un’entità di oppressione nei confronti della popolazione civile, ma come una vittima.
Nel frattempo Donald Trump non parla di diritti umani, ma rivendica il primato sulle risorse naturali di un Paese terzo, segnando un precedente pericolosissimo che potrebbe essere copiato da Mosca e da Pechino. Anzi, c’è chi ha già detto al presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky che il prossimo Maduro potrebbe essere lui.
Occorre poi fare un focus sul ruolo di Delcy Eloína Rodríguez, nata nel 1969, che ha ricoperto numerosi incarichi all’interno del chavismo e che ora è presidente ad interim di questo nuovo governo. Un governo che non sappiamo se sia davvero di transizione né quanto potrà durare.
Sappiamo però che ha saputo giocare le sue carte: è entrata nelle grazie dell’amministrazione Sánchez in Spagna ed è stata in prima persona a trattare con l’amministrazione statunitense per la caduta di Maduro, proprio per salvare il chavismo.
Noi che guardiamo le vicende venezuelane da lontano ci siamo stupiti che la scelta americana non sia ricaduta su María Corina Machado: il Nobel per la Pace assegnato a ottobre sembrava un’investitura. E invece cosa è successo?
María Corina Machado millantava un potere che non aveva e non ha. Prometteva risorse naturali che non sono nelle sue mani e che gli Stati Uniti possono tranquillamente prendersi da soli, con costi politici minori.
L’arrivo di Machado al potere avrebbe significato abbattere l’intero edificio del chavismo e ricostruire lo Stato da zero.
E non mi sembra che nella strategia di Trump — che vuole fare in fretta per recuperare quello che considera un tesoro perduto — ci sia spazio per una transizione di questo tipo.
Anche perché l’esercito è ancora dalla parte del chavismo, e quindi bisognerebbe chiedersi come la Machado avrebbe potuto garantire il monopolio della forza sul territorio.
Si teorizza quindi che sia stata fatta uscire proprio per questo: che il Nobel sia stato un’esca, o quantomeno un contentino, per prelevarla dal Venezuela e risolvere anche il problema della legittimità del regime. Per non discutere più di ideali, ma di fatti.
Machado, nel comunicato diffuso poche ore dopo la caduta di Maduro, si considerava già parte integrante del nuovo governo che sarebbe arrivato.
Era pronta a una presidenza formalmente affidata a Edmundo González Urrutia, ma nella quale avrebbe comandato lei. Era pronta ad attirare investitori a modo suo, cosa che gli Stati Uniti possono fare autonomamente. Era pronta a non avere alcuna pietà nei confronti del blocco politico del chavismo.
Questo potenziale conflitto civile, ma anche giudiziario — questa Norimberga sognata dalla Machado — avrebbe potuto bloccare la produttività petrolifera e la ripartenza stessa del Paese. E Trump non ha la pazienza per gestire un pantano del genere.
(Estratto da Appunti)






