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Usa, Cina, Russia, Libia, Venezuela e non solo. Tutti i dossier che Di Maio studierà agli Esteri

di

M5S

L’approfondimento di Marco Orioles

 

Arrivate al capolinea ieri pomeriggio, le delicate trattative tra Pd e M5s sulla nascita del governo Conte 2 sciolgono il non facile dilemma della collocazione di Luigi Di Maio nell’esecutivo con l’assegnazione della Farnesina.

Sarà dunque il capo politico dei grillini a condurre i giochi internazionali della Repubblica Italiana e a rappresentarla in tutte le sedi e i consessi che contano. Una scelta che ha già suscitato parecchie polemiche, incentrate sulla giovane età, l’inesperienza e la scarsa dimestichezza con le lingue del leader campano.

Ma sono soprattutto le assortite esternazioni fatte da Di Maio in sei anni di carriera a Palazzo, e una serie di scelte politiche controverse effettuate nella veste di triumviro del Conte 1, che lasciano intravedere più di qualche ostacolo nel percorso che il neo-ministro è chiamato a imboccare nelle sue nuove funzioni .

Spiccano, dall’archivio di giornali ed internet, le affermazioni più spericolate fatte negli anni dal focoso leader stellato prendendo di mira ora l’euro, ora l’Unione Europea e i suoi burocrati, ora il neo-colonialismo francese. Del resto, in merito proprio ai rapporti dell’Italia con Bruxelles e i partner Ue, il neo-ministro sarà marcato ad uomo da colleghi come l’inquilino del Mef Roberto Gualtieri, il titolare degli Affari Europei Vincenzo Amendola, lo stesso presidente del Consiglio Conte con l’aggiunta del probabile nuovo commissario Ue, Paolo Gentiloni. Figure che, oltre a garantire l’armonioso fluire delle rinverdite relazioni sull’asse Roma-Bruxelles, svolgeranno una funzione di contenimento dell’irruenza populista del leader grillino.

Irruenza documentata, come ricordavamo, da una sfilza di dichiarazioni e decisioni che, oltre ad un certo eclettismo del nuovo ministro, certificano la difficoltà di immaginare sin d’ora quali potranno essere le linee guida della nostra politica estera nei mesi a venire. Un’incertezza legata, soprattutto, all’oscillazione tra la fedeltà atlantica, espressa in più occasioni anche se con una certa riluttanza, e le lusinghe del nuovo impero cinese da cui il nuovo ministro si è lasciato sedurre per lo scorno degli amici americani.

A Washington, in effetti, il nome del neo-ministro è associato alla controversa firma apposta dal governo uscente sul Memorandum of Understanding con cui ha aderito al maxi-progetto infrastrutturale cinese delle nuove vie della Seta. Una scelta che Di Maio ha preparato, propiziato e favorito con ben due viaggi consecutivi nell’ex impero di mezzo.

Quando, nel settembre dell’anno scorso, Di Maio fece tappa a Chengdu, nel sud-ovest della Cina, per inaugurare il Padiglione Italia alla Western China International Fair, si rese protagonista del primo atto politico apertamente filo-cinese: la firma dell’accordo sino-italiano sugli investimenti nei Paesi terzi. Un’intesa che, commentò allora Di Maio, “ci eleva al ruolo di partner privilegiato della Cina”.

In quell’occasione, il vicepremier si disse entusiasta all’idea di “rafforzare ulteriormente sia le partnership economiche sia quelle legate all’ambiente e alla cultura (…) ed è per questo – concluse –  che investiremo sempre di più nei rapporti g-to-g”.

Sarebbe scorretto, oltre che sbagliato, parlare di una luna di miele tra Cina e Italia con Di Maio come sensale. È da anni che il nostro paese getta ponti con il Dragone, che ha acquisito posizioni privilegiate nel nostro tessuto produttivo grazie all’atteggiamento quanto mai favorevole da parte di tutti i governi succedutisi a Palazzo Chigi negli ultimi anni.

Con Di Maio, però, la relazione ha fatto senz’altro un passo avanti. Lo dimostra bene il secondo viaggio compiuto dal vicepremier in Cina meno di due mesi dopo il primo. Si trattava, stavolta, di visitare la China International Import Expo di Shangai. Anche allora, il ministro usò parole impegnative. “Il nuovo governo italiano”, dichiarò ad esempio davanti a una platea di primi ministri e uomini d’affari come Bill Gates e Jack Ma, “ritiene che il rapporto con la Cina sia fondamentale”. Le cronache di questo idillio registrano anche, com’è noto, lo scivolone in cui è incorso il ministro quando si rivolse al “presidente Ping”, che probabilmente non vi diede molta importanza.

A dare importanza a questi atti, invece, furono proprio gli Stati Uniti, ben poco propensi ad assecondare i valzer cinesi dell’Italia. Ecco perché, quando alla fine di marzo un volo Alitalia lo portò a Washington, a firma del Memorandum ormai compiuta, Di Maio dovette chiarirsi con l’alleato. L’Italia avvia una partnership con la Cina sulla via della Seta? “(Non) è un’alleanza geopolitica ma un’occasione commerciale per le nostre aziende”, fu la risposta del capo politico M5s.

“L’accordo con la Cina”, disse al cospetto del Consigliere alla Sicurezza Nazionale John Bolton,  “è solo una cornice trasparente per i futuri accordi commerciali, e lo abbiamo fatto prima di altri Paesi europei. “Avevamo bisogno di farlo – aggiunse–  perché dovevamo battere gli altri paesi europei, che storcono tanto il naso soltanto perché l’Italia è arrivata prima”. Dichiarazione, quest’ultima, che va abbinata a quella fatta qualche giorno prima della partenza: “Nessuno vuole scavalcare i nostri partner Ue ma, come qualcuno diceva America First, noi nelle relazioni commerciali diciamo Italy First“.

Fu dunque prodigo di rassicurazioni, Di Maio, che anzi sottolineò la sua volontà “di intensificare i nostri rapporti sul lato commerciale e politico perché gli Usa sono il nostro alleato privilegiato e vogliamo che resti tale”.

Difficile d’altra parte ignorare quello che lui, in qualità di Ministro dello Sviluppo Economico, sapeva benissimo, ossia che Italia e Usa – parole sue – hanno “questioni importanti da affrontare sia riguardo gli investimenti italiani negli Stati Uniti che americani in Italia, come per esempio l’investimento che Delta vuole fare in Alitalia e come quello di altri investimenti statunitensi sulle turbine di Avio per gli elicotteri italiani”.

Sarà naturalmente anche dal modo con cui maneggerà questi dossier pesanti come i dollari in ballo che capiremo l’orientamento della Farnesina nell’era Di Maio. Anche se qui, purtroppo, incombono alcune contraddizioni di cui a Washington ovviamente hanno piena contezza.

Pesa come un macigno, ad esempio, la posizione di Di Maio sul programma Joint Strike Fighter. Se la sua contrarietà agli investimenti italiani nel caccia Usa di quinta generazione è ben nota e risale a prima del suo ingresso nel governo, è certo che, in veste di ministro, non si è fatto sfuggire l’occasione di ribadirla.

Clamoroso fu, ad esempio, lo scazzo col collega di partito Angelo Tofalo. Partecipando ad un convegno lo scorso dicembre, il sottosegretario alla Difesa fu protagonista di una singolare conversione sulla via di Damasco, tessendo le lodi del jet Usa fino a sottolineare che “è  ovvio che non possiamo rinunciare a quella che è una grande capacità aerea della nostra aeronautica».

Apriti cielo. Poche ore dopo, le agenzie battevano le dichiarazioni stizzite del vicepremier: “il Movimento 5 Stelle”, affermò, “è sempre stato critico e resta critico» sugli F-35.  E aggiunse: “Dobbiamo tagliare le spese inutili e nel 2019 ci sarà una revisione del programma (F-35). Alcuni sono stati già acquistati, ma questo non vuol dire che bisogna spendere tutto. Gli F35 non sono una nostra priorità”.

Concetto che tornò in primo piano tre mesi dopo, quando Di Maio confidava alla stampa che “sugli F35, io penso che il M5s debba continuare a chiedere di rivisitare questo progetto. Quelli che erano gli arretrati li abbiamo pagati, ma adesso bisogna rivisitare il progetto, perché magari dobbiamo recuperare risorse per investirle in cyber sicurezza”.

La questione degli arretrati non pagati alla Lockheed Martin, com’è noto, creò non poco imbarazzo al governo, costretto a sbloccare 389 milioni non saldati tra le grida dei militari preoccupati per la deriva populista della Difesa italiana. Militari che devono avere accolto come una beffa la successiva nota della Presidenza del Consiglio nella quale si rilevava come “(n)ei prossimi mesi  tutti i comparti della Difesa, sotto il coordinamento del ministro Trenta, saranno chiamati a operare una ricognizione delle specifiche esigenze difensive dell’Italia, in modo da assicurare che le prossime commesse siano effettivamente commisurate alle nostre strategie di difesa, con l’obiettivo di garantire la massima efficacia ed efficienza operative».

Fare chiarezza su questo punto sarà dunque, per il ministro degli Esteri Di Maio, una vera priorità. Così come sarà necessario un impegno speciale sull’altro dossier che negli Usa seguono con estrema attenzione: il 5G.

Anche qui il neo-ministro è chiamato a rassicurare gli alleati, facendo rapidamente dimenticare la sua entusiasta partecipazione, lo scorso settembre, all’”Huawei 5G Summit” alla Camera dei Deputati, dove dichiarò candidamente che “il governo vuole intensificare sempre più il legame con il popolo cinese e la sua realtà produttiva”.

Il sospetto che l’Italia stesse affidando ad Huawei la strutturazione della sua rete 5G raggiunse però l’acme, a Washington, alla vigilia della nostra firma al Mou sulla via della Seta, nel cui testo fece la sua comparsa un riferimento ad una cooperazione tra il nostro paese e la Cina nel settore delle telecomunicazioni.

Sospetto che Di Maio fu costretto ad affrontare di petto in occasione della sua visita in America, dove di nuovo fece esercizio di fede atlantista.  “Le vostre preoccupazioni sono anche le nostre”, disse ai suoi interlocutori dell’amministrazione Trump, cui spiegò che il centro di monitoraggio istituito presso il suo ministero sarebbe stato sufficiente a gestire il rischio Huawei.

Oltre a ribadirgli che “l’alleanza tra Italia e Stati Uniti è solida”, a Bolton disse anche “che l’Italia è consapevole che deve collaborare con gli alleati per difendere le infrastrutture da rischi e minacce”.  “E la collaborazione che inizia oggi con gli uffici del consigliere Bolton”, aggiunse, “sarà fondamentale per permettere di affrontare insieme tutti i rischi e le minacce per la sicurezza nazionale (…) anche sulle questioni che riguardano il 5G”.

Nei confronti di Washington, il neo-ministro degli Esteri dovrà insomma fare qualche sforzo per rimettere in carreggiata una relazione che negli ultimi mesi ha subito qualche pressione di troppo. Nel cimentarsi in questa impresa, Di Maio dovrà in un certo senso chiarirsi le idee su una serie di questioni su cui oltreoceano non hanno voglia di scherzare.

In sospeso c’è, ad esempio, il posizionamento del nostro Paese su una crisi che da mesi è sulla scrivania del presidente Trump: quella del Venezuela. E qui, come sappiamo, l’Italia non ha brillato in coerenza anche per via delle convinzioni dello stesso Di Maio.

Va ricordato, a tal proposito, che lo scorso 7 febbraio il vicepremier scrisse una lettera al quotidiano Avvenire nel quale confermava la linea italiana del “non schieramento” tra il dittatore Maduro e l’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidó strenuamente sostenuto dagli Usa.

“Siamo ben consapevoli”, osservava Di Maio, “che il Venezuela sta attraversando un periodo storico complesso e doloroso (ma) è mia piena convinzione che il governo italiano debba evitare ogni ingerenza esterna”. In una crisi che vedeva gli Usa esercitare formidabili pressioni su alleati e partner affinché gettassero tutto il loro peso nel campo di Guaidó, la posizione dell’Italia vista da Di Maio doveva limitarsi a “rendersi disponibile come mediatore tra le parti per aiutare il Venezuela a tracciare un percorso comune di legittimazione politica che arrivi attraverso nuove elezioni, libere e monitorate da organismi internazionali”.

L’ultimo sforzo, in termini di trasparenza nei confronti del nostro alleato privilegiato, Di Maio dovrà farlo con un altro paese che in America è osservato speciale: la Russia. Anche qui, il neo-ministro dovrà farsi perdonare una certa ambiguità che al suo ex collega vicepremier Salvini pare essere stata fatale.

Quando, nelle vesti di candidato premier, si presentò in America, Di Maio volle ad esempio sottolineare che “siamo interlocutori storici della Russia” e che “non crediamo che le sanzioni siano uno strumento efficace”, premurandosi tuttavia di precisare che “lo storytelling che ci dipinge come filorussi è falso”.

A distanza di un oltre un anno e mezzo, la posizione non sembrava registrare significativi cambiamenti. Intervistato dal Corriere della Sera all’indomani della visita a Roma del presidente Vladimir Putin, Di Maio ribadì di considerare “le sanzioni alla Russia dannose per il nostro Paese e i nostri agricoltori. Porteremo”, annunciò, “il tema delle sanzioni anche in Europa: si devono individuare soluzioni alternative che non danneggino l’Italia. Con Putin ne abbiamo parlato (…) Gli ho detto che l’Italia è un Paese sovrano e che deve avere partner importanti per dare nuove opportunità a nostre imprese”.

“La vocazione del nostro Paese – aggiungeva il vicepremier – è sempre stata quella di dialogare tra i due blocchi. È il nostro punto di forza e dobbiamo seguire questa strada. Gli Usa sono il nostro principale alleato, mentre la Russia resta un importante interlocutore sul piano commerciale e per la stabilizzazione delle aree Di crisi. Penso alla Siria, alla Libia”.

Quest’ultima precisazione va debitamente evidenziata. Se infatti il ragionamento del nuovo ministro degli Esteri è che il dialogo con Mosca va perseguito per i vantaggi che può recare all’Italia e, indirettamente, all’Alleanza Atlantica, sarà facile per lui applicarlo immediatamente su un dossier che preme molto: quello libico.

Su questo fronte Di Maio può far valere le parole spese a settembre dell’anno scorso in favore di una risoluzione del caos libico che passi dal rispetto di un metodo che sintetizzò così: “coinvolgere tutti, mettere al tavolo tutti”. “Per stabilizzare la Libia”, spiegò il vicepremier, “dobbiamo coinvolgere la gran parte degli attori in campo e per farlo dobbiamo anche coinvolgere paesi come l’Egitto, la Russia, che ci possono dare una mano nella stabilizzazione di quella regione”.

Questa filosofia com’è noto, ispirò la Conferenza di Palermo organizzata a novembre dal premier Conte. Che si concluse con un flop, ma non certo per colpa del governo italiano. Che ora, in un quadro internazionale decisamente più favorevole, può riprovarci, facendo tesoro delle parole pronunciate da chi oggi, dalla Farnesina, è chiamato a metterle in pratica.

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