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Lo scontro Usa-Cina farà deflagrare l’Europa?

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Lo scontro Stati Uniti-Cina mette l’Europa, senza più alibi retorici, di fronte alla propria crisi esistenziale. L’analisi di Antonio Pilati pubblicata sul nuovo numero della rivista della Fondazione Craxi “Le Sfide”

 

Tra il marzo 2013 e il maggio 2017 quattro dei cinque Stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU cambiano leader e ribaltano strategia politica. In Cina, quattro mesi dopo la nomina a segretario del Partito Comunista, diventa presidente della Repubblica e presidente della Commissione Militare Centrale (significa il controllo dell’esercito) il più scaltro fra i “principi rossi” (figli di nomi top della nomenklatura), Xi Jingping, che abbandona la strategia del basso profilo, dettata trent’anni prima da Deng Xiaoping per evitare all’espansione economica intralci da diffidenza politica e promuove una linea molto assertiva di ascesa nazionale: la promessa è quella di diventare nel giro di una generazione o due la prima potenza mondiale.

Nel 2016 il Regno Unito vota per uscire dall’Unione Europea: si dimette il premier David Cameron, un Tory europeista, e dopo un tortuoso interregno sale al potere con una netta vittoria elettorale Boris Johnson, leader Tory della Brexit, che punta a rilanciare il ruolo del Regno Unito sulla scena mondiale. A inizio 2017 arriva alla Casa Bianca, con lo slogan America First, Donald Trump, un outsider nazionalista che rimette in discussione obiettivi e accordi accettati da lungo tempo. A maggio 2017 la Francia elegge presidente Emmanuel Macron, ex banchiere ed ex ministro tecnico in un governo socialista, inventore in pochi mesi di un partito centrista: il suo programma fa balenare grandi – e nebulose – novità per ridare lustro a una nazione da tempo in declino.

DOPO LA GUERRA-FREDDA, UNA “PACE INFELICE”

Come mai, un quarto di secolo dopo la fine della Guerra Fredda, le principali potenze mondiali sentono il bisogno di modificare in modo radicale la propria azione sulla scena mondiale (solo la Russia di Putin si mantiene stabile)? La risposta più semplice è: l’assetto mondiale delineato dopo il crollo dell’URSS si è rivelato inadeguato, ha suscitato disagi e drammi nelle democrazie occidentali, ha esaltato le ambizioni e lo spirito di revanche della Cina. Alla risposta politica occorre però aggiungere il dato tecnologico: la rivoluzione digitale, che decolla negli anni ‘90 per i convergenti progressi del computing e delle reti di telecomunicazioni, accelera e intensifica la globalizzazione che cambia la gerarchia economica delle potenze. Partiamo dal filo politico.

Quando finisce un conflitto militare tra grandi potenze (e tale fu la Guerra Fredda), la sistemazione che ne deriva condiziona per decenni le relazioni internazionali e non sempre configura un assetto stabile – un ordine mondiale. Nel XIX e XX secolo ci sono quattro guerre su scala globale: due si concludono con una sistemazione equilibrata e inclusiva, altre due innescano disordine e conflitti ulteriori. Le paci virtuose sono quella del 1815 che permette di superare la tempesta napoleonica e quella che conclude la seconda guerra mondiale. Le paci infelici sono quella combinata con fatica dopo la prima guerra mondiale e quella installata di fatto dopo il crollo dell’URSS nel 1991. Il Congresso di Vienna instaura un ordine europeo delle nazioni, che si regge sul bilanciamento delle forze sorvegliato dalla Gran Bretagna e ratificato dal principio di legittimità (le vecchie dinastie tornano sui troni): in esso rientra a pieno titolo la Francia sconfitta. Poi, tolto un breve intervallo (la Prussia costituisce il Reich tedesco schiantando Danimarca, Austria e Francia), si dispiega un secolo di pace segnato da uno sviluppo economico e tecnologico sempre più intenso.

L’assetto emerso dopo la fine della seconda guerra mondiale ha tratti simili. Due egemoni, uno principale (gli Stati Uniti) e uno secondario che è anche rivale strategico (l’URSS), assicurano un ordine globale dando ciascuno disciplina al proprio campo di nazioni. L’ideologia coagula – in quanto criterio di legittimazione – gli alleati: in un caso agevola mercati funzionanti, iniziative lungimiranti (Bretton Woods, il piano Marshall), grande crescita di ricchezza per oltre un trentennio; nell’altro normalizza l’uso della forza. Il vinto, diviso in due, è integrato con onore: ogni campo ha il suo pezzo di Germania e quello più ricco elargisce anche la sanatoria delle responsabilità storiche – addossate, diluendo lo specifico tedesco, alla figura di un nazionalismo universalmente colpevole. Nelle paci infelici i fattori di successo sono rovesciati punto per punto. Nel 1919 manca l’egemonia: la Gran Bretagna, esausta e indebitata, non ha più la forza per esercitare il ruolo di vigile bilanciatore e gli Stati Uniti evitano di farlo.

Il principio di nazionalità è posto come criterio ordinatore – morale, non solo politico – per dare legittimità al rifacimento della mappa mondiale ma non funziona: si scontra con gli interessi delle grandi potenze, risulta inadatto all’intricato coacervo di popolazioni presente in tante regioni d’Europa, è applicato in modo intermittente e partigiano. La Germania sconfitta è trattata come un paria politico (lo stesso accade alla Russia rivoluzionaria), però le è lasciato intatto il potenziale di rivincita (risorse e gran parte dei territori). Senza egemonia e senza legittimità tutte le potenze accumulano rivendicazioni, i veleni finanziari derivati dalla guerra circolano liberamente e fanno massa in una devastante crisi economica, l’isolamento americano aggrava ogni cosa. L’equilibrio è irraggiungibile, si rotola senza scampo verso il conflitto.

Nel 1991 un egemone c’è e dispone di una potenza senza precedenti nella storia. Tuttavia, l’uso che ne fa lungo un quarto di secolo, diviso in tre presidenze a doppio mandato, è volubile, imprevidente, non calibrato. L’egemonia male indirizzata ha ricadute non diverse dall’egemonia carente: dà spazio all’ascesa di minacciosi rivali (Cina oggi, Germania e Giappone nel primo dopoguerra), porta conflitti, rivolte, ambizioni di potenza. Il vinto della Guerra Fredda rimane sospeso in una condizione di ambiguità: la Russia perde territori, alleati, appeal ideologico, ma conserva tutta la sua potenza militare. Infine, il criterio ordinatore, che nelle paci virtuose dà forma all’ordine politico (il principio di legittimità dopo il Congresso di Vienna, la lealtà ideologica dopo il 1945), nelle paci infelici si tramuta in driver operativo che decide, senza prospettiva strategica, corsi d’azione contingenti: dagli anni ‘90 i diritti umani, che nella fase di picco ideologico diventano promozione forzata della democrazia, guidano scelte di rilievo (Kosovo, Iraq, Libia, Siria). L’ordine politico è incerto, evanescente: l’espansione finanziaria non ha limiti e alla fine innesca una crisi economica mondiale.

STATI UNITI E CINA, LO SCAMBIO INEGUALE

Il rapporto tra Stati Uniti e Cina è la chiave di volta, sia nella fase che precede la svolta 2013- 17 sia nella fase attuale. Fino alla parte finale della seconda presidenza Obama fra le due potenze c’è cooperazione, quasi un’alleanza.

Clinton spalanca il mercato interno a merci cinesi dai prezzi iper-competitivi che quasi azzerano l’inflazione, predispone condizioni di grande favore per l’ingresso di Pechino nella WTO (concluso nel 2001), favorisce le delocalizzazioni che consentono a chi le ospita di fare addestramento e perfezionare abilità tecniche. In contropartita la Cina acquista grandi quantità del debito americano facendo da sfondo e partner all’attivismo finanziario yankee. Su queste basi si fonda l’ideologia della globalizzazione (Third Way di Clinton, New Labour di Blair) che, attraverso l’accelerata e pervasiva mobilitazione dei capitali (spesso con impieghi molto creativi: le start-up con valori di Borsa stratosferici), immagina di aprire un’era di ricchezza diffusa: trionfa il capitalismo liberale e la storia ha fine. Circola per una breve fase persino l’idea di un condominio egemonico: la strategia americana non percepisce la sostanza di rivalità che anima il partner cinese e mette a rischio – con noncurante sicurezza – la propria supremazia. Controprova: la Corea del Nord, cliente cinese (e russo), acquista, nella quasi indifferenza occidentale, lo status di potenza atomica. Anche con Mosca gli Stati Uniti hanno condiviso egemonia per quarant’anni: l’URSS però era un partner minore che sapeva di esserlo (la crisi di Cuba ne diede plateale conferma) e che Washington fin dall’inizio considerava nemico.

La globalizzazione è un prodotto del nesso USA/Cina e nella versione grandiosa e frenetica che ha dominato l’economia mondiale per quasi trent’anni dimostra l’enorme potenziale di tale convergenza. Gli americani portano nell’impresa due straordinarie invenzioni (che, tra l’altro, fondano la loro leadership economica): le piattaforme della rivoluzione digitale, che ampliano il campo dei possibili connettendo operazioni a enorme distanza (direzione a New York, esecuzione a Shangai), e le innovazioni della finanza; i cinesi, come altri paesi asiatici, offrono lavoro a basso costo e lasche norme ambientali (ma non societarie). L’industria americana ottimizza le proprie supply chain con forniture dai prezzi compressi e l’industria cinese sfrutta l’occasione per recuperare il ritardo nell’ambito della proprietà intellettuale. Quasi un miliardo di persone in Asia esce dalla miseria e la Cina consolida molti campioni nazionali. Per gli Stati Uniti vale il rovescio della medaglia: scoprono un potente rivale nell’alta tecnologia, riducono controllo e sicurezza sulle produzioni delocalizzate, perdono o sviliscono l’occupazione in aree industriali di antica tradizione. Titoli di debito piazzati facilmente e merci a basso prezzo forse non compensano. L’egemonia distratta investe anche le altre due relazioni – Russia, Europa – fondamentali per la politica USA. La Russia non è più la dittatura, catafratta da un’ideologia aggressiva, che spaventava il mondo ai tempi della Guerra Fredda, ma gli Stati Uniti la vivono come la minaccia di sempre anche al prezzo (alto) di avvicinarla alla Cina e di scontrarsi con i principali stati dell’Europa continentale per i quali Mosca invece è un utile fornitore di energia, un buon mercato di sbocco e in fondo una potenza che ripiega.

EUROPA, LA DIFFIDENZA DEGLI STATI UNITI

Quanto all’UE, da tempo gli Stati Uniti percepiscono i paesi che la compongono come free rider (Obama), ma prima di Trump non ne hanno mai voluto stringere l’agire politico con quei freni di coalizione che peraltro la retorica ufficiale di Berlino o Bruxelles invoca tanto spesso. Sono sicurezza ed export i punti di divergenza più significativi. Per la sicurezza gli europei spendono poco e gli americani, la cui azione beneficia tutti, rimarcano che è il loro bilancio a sostenere la gran parte dei costi. La politica economica mette in scena invece una divaricazione filosofica che ha però corposi effetti pratici. Gli Stati Uniti attuano, per uscire dalla crisi del 2008, una politica di espansione fiscale e monetaria che aumenta il deficit di bilancio e quello commerciale, entrambi molto elevati.

La Germania, che domina ideologia e pratica dell’euro, promuove una strategia mercantilista che mira a produrre stabilmente avanzi commerciali: allo scopo impone una linea di stretta fiscale che porta stagnazione prima nei paesi deboli (o non strutturati per vendere fuori casa), poi anche in quelli più abili a esportare. La BCE contiene i danni con iniezioni di liquidità che però, prolungate nel tempo fin quasi a sembrare normali, portano i tassi d’interesse a zero (o anche sotto) accentuando affanni bancari e contrasti nazionali. La divergenza tra i due lati dell’Atlantico non è solo un contrasto di strategie entro un’arena mondiale sempre più integrata, tocca anche gli interessi nazionali: l’Europa scopre una sintonia mercantilista con la Cina, dittatura che aspira al primato mondiale, mentre gli Stati Uniti non apprezzano gli alleati che fanno i campioni dell’export (anche a loro spese) e manifestano una risentita diffidenza nel vederli a fianco del rivale (quando lo scoprono per tale).

Con le principali relazioni strategiche sbilanciate o poco realistiche gli Stati Uniti perdono la scala delle priorità e dirottano risorse di potenza verso bersagli minori o immeritevoli: gli esiti sono nocivi, i costi sproporzionati. Il Vicino Oriente è una sfilata di disastri: Iraq e Afghanistan, dove migliaia di soldati muoiono per impiantare democrazie, finiscono in un caos che favorisce insorgenze terroriste (ISIS) e guadagni d’influenza da parte di storici nemici (Iran e Taliban); le Primavere arabe, che Obama voleva usare per sostituire tiranni con governi imperniati sui Fratelli Musulmani, portano guerre (Siria), Stati falliti (Libia), dittature militari (Egitto); la caduta del potere sunnita in Iraq e poi l’accordo sul nucleare negoziato da Obama elevano l’Iran a potenza regionale estesa fino al Mediterraneo; la Turchia, dopo un fallito golpe avviato da una base USA, insegue con alleanze variabili sogni di potenza islamica. Anche altrove, dalla Somalia al Kosovo fino all’Ucraina, iniziative avventate procurano perdite, danni d’immagine, vantaggi per soggetti spiacevoli o avversi.

IL PREZZO DELLO SMARRIMENTO AMERICANO

I guai della strategia americana, della globalizzazione squilibrata e dei grandi organismi multinazionali, dal FMI alla UE, che ne sono i coautori ideali e tecnici, diventano evidenti – forse più alle persone comuni che alle élite – a metà degli anni 10 del nuovo secolo con una serie clamorosa di eventi: a fine 2014 la Cina crea un fondo da 40 miliardi di dollari per la “Belt and Road Initiative” lanciata con grande enfasi dal presidente Xi e costituisce l’“Asian Infrastructure Investment Bank” con un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari; nell’estate 2015 la Grecia, un Euro-Stato ormai quasi privo di liquidità, è costretta a una durissima politica di bilancio che sprofonda in miseria la popolazione ma permette di ripagare gran parte dei crediti elargiti da banche francesi e tedesche; a settembre Merkel decide di aprire le frontiere ai migranti in fuga dalla guerra in Siria; a fine anno Obama minaccia di colpire Assad con una dura punizione per l’uso di armi chimiche e poi si tira indietro. Nel 2016 si cominciano a pagare i conti: due vittorie a sorpresa – a giugno la Brexit, a novembre l’elezione di Trump – proiettano al comando una coppia di leader eterodossi (Boris Johnson ci mette tre anni ma alla fine conquista la guida UK e batte i testardi sforzi per sterilizzare il voto popolare) che trasformano la rivolta esistenziale di metà della popolazione in una revisione strategica delle politiche nazionali. Si entra in una fase del tutto nuova anche perché, nel ciclo politico che s’è aperto, la globalizzazione perde attrattiva e propellente.

La Brexit rappresenta il ritorno all’antica diffidenza inglese per un continente i cui popoli sembrano presi da un’isteria spaziale che li spinge a lottare senza sosta – e senza respiro globale – per conquistare mediocri porzioni di terra; al contempo, facendo rivivere tradizioni, rende identità a chi non riceve vantaggi né stima dalla dominante idea cosmopolita. In passato, la diffidenza si era declinata come controllo (egemonico ai tempi belli, dagli anni ‘40 associato a quello del nuovo egemone americano), mai come rottura. Oggi invece la distanza è mentale e quindi non rimediabile: i britannici non capiscono il totalitarismo regolatorio dell’UE e col tempo ne temono la sordità strategica; gli europei pensano la Gran Bretagna dimezzata, si esaltano per la grandezza di export e PIL che credono forza politica (senza vederne la fragile contingenza), sottovalutano la propria angustia terrestre: con una proiezione marittima ridotta non esiste dimensione di potenza.

Trump, a sua volta, costituisce la reazione brusca e accelerata allo status calante e ai costi crescenti della potenza americana: la sua iniziativa, che smonta idee strategiche resistenti da anni e divenute senso comune, nasce dalla volontà di ricostruire, in una complessa fase di cambio tecnologico, una supremazia lesionata dal cattivo uso. La sua idea non è ritrarsi dal mondo, rinunciare alla supremazia: al contrario è ricostruire potenza.

TRUMP, LE QUATTRO COORDINATE DI UNA PRESIDENZA

Nella grande varietà di operazioni che caratterizza, con cambi di marcia e diversioni improvvise, la presidenza Trump emergono quattro coordinate di fondo. La prima, che indirizza poi tutte le altre, è il conflitto con la Cina, la decisione di contrastarne la sfida per il primato mondiale che ha il suo nucleo bollente nelle tecnologie d’avanguardia. Il campo da gioco è l’economia, ma il conflitto è politico. I dazi, come le sanzioni, sono un’arma che segue i tempi e gli obiettivi della strategia. Le aziende, soprattutto se ad alto contenuto tecnologico, sono spinte, mediante incentivi, a riorganizzare, in patria o in paesi amici, catene di fornitura e mercati di sbocco: ripiegano le delocalizzazioni, base della globalizzazione asiatica. Infine, le alleanze politiche sono riformulate secondo le esigenze del conflitto: l’India vede sbocciare un’improvvisa sintonia, Giappone e Australia rinsaldano i vincoli di amicizia, l’Indocina (Vietnam anzitutto) ritorna cruciale: la fila di isole che ostruisce fisicamente il passaggio dalla costa cinese all’Oceano è doppiata al largo da una cintura di Stati ostili a Pechino e ai suoi progetti di espansione. La Cina, per la prima volta dal 1979, incrocia ostacoli strutturali che si intersecano e rafforzano: crescita rallentata dopo una corsa di quarant’anni; strumenti finanziari in perdita di efficacia per l’uso intensivo; problemi di sicurezza, sanitaria (virus vari) o tecnica (Huawei), che creano nelle democrazie percezioni di pericolo comprimendo export e delocalizzazioni; cali d’immagine (lavoro coatto, degrado ambientale); fragilità strategica: niente alleati, solo clienti o amici volatili. La strategia del rilancio continuo, cara a Xi, non sembra la migliore oggi, in una fase difficile che richiede cambi di gioco.

Anche la relazione con l’Europa, alleato infido che rilutta a staccarsi dalla Cina, ha un essenziale carattere politico. Già questo è un problema per l’UE che nasce scegliendo di sterilizzare la politica (troppo pesante è il carico di storia e sentimenti addensato nel continente) e cresce facendo convergere i suoi componenti per via giuridica (sentenze della Corte di Giustizia, direttive, regolamenti: terreno di coltura per una vasta invasiva burocrazia) ed economica (moneta unica, disciplina fiscale, forte enfasi sull’export). La formula è astuta (sana diffidenze storiche con i benefici portati da scambi più efficienti), ma va in crisi quando l’economia volge al peggio e occorre guida politica: le emergenze esterne (migranti, conflitti nell’area mediterranea) allargano la divaricazione fra gli Stati membri e spengono quel po’ di solidarietà che era rimasta dopo Maastricht; cresce il prezzo politico dei surplus commerciali (il mercantilismo aggressivo non è fatto per generare consenso); si contrae, sommersa dalla cura maniacale per i dettagli giuridici, la capacità d’innovazione tecnologica. Arrivata malmessa alla svolta di metà decennio (Xi, Trump, Brexit), la UE non capisce, si perde nel disordine: l’unica cosa che le riesce è far finta di nulla – ripetere le azioni di sempre, barcamenarsi fra Stati Uniti e Cina, offrire lezioni di etica e diritto quando serve forza. Appena Trump comincia a fare pressione mettendo da parte abitudini e convenzioni di un’alleanza logora, appare in risposta una stizza delusa e molta confusione: impasse operativa (acrobazie fallite per bypassare le sanzioni statunitensi sull’Iran, conferenze sulla Libia, telenovela sul bilancio 2021-2027, inerzia sui temi scottanti: migranti, virus), piani fantasmagorici (Green deal, difesa comune sotto il comando della Francia), gesti d’immagine. Di questa crisi strategica fanno le spese i sistemi politici nazionali: dalla Germania, dove cresce il numero dei partiti e la regista Merkel declina da mediocre, all’Italia sbandata, dalla Francia dell’inviso Macron alla Spagna dove i leader catalani tengono in piedi il governo dal carcere, gli assetti politici perdono ordine e poteri decisionali.

L’Unione, oggi, è un recinto dove Stati debilitati battagliano, sulle tracce di una lunga storia, per vantaggi contingenti (alcuni per la supremazia continentale) usando lo sterminato apparato normativo come arma contundente: a tenere insieme i pezzi non è più l’ideologia della convergenza cooperativa, ormai staccata dalla realtà, ma solo una burocrazia proliferante che difende il suo status. Lo scontro Usa-Cina mette l’Europa, senza più alibi retorici, di fronte alla propria crisi esistenziale. La terza coordinata-base riguarda la Russia che, con lo scontro USA-Cina reso esplicito, migliora la posizione strategica: ha un inedito potenziale di alleanza con la Cina e lo storico nemico americano si trova isolato nel triangolo delle grandi potenze. Trump, a quanto sembra, ne è consapevole e forse vuole rettificare la linea USA: il tema russo, però, è un punto centrale dell’aspra opposizione che gli muove l’establishment e in un anno elettorale non conviene portarlo in primo piano. La situazione dà spazio di manovra a Putin che punta a ripristinare gli assetti di potenza sovietici e sfrutta con notevole creatività, al limite delle scarse risorse nazionali, le occasioni date dalle correzioni strategiche di Trump (Cina, Europa, minore presenza in più aree).

L’ultima coordinata vale fuori dalle relazioni principali e consiste in una strategia selettiva che, diversamente dall’epoca unipolare, dosa impegni e valorizza alleanze o equilibri di potenza: dall’Afghanistan alla Siria e alla Libia un calcolo realistico – ma sempre di potenza – spinge a sfruttare la restrizione delle connessioni mondiali per concentrare risorse tagliando interventi in aree non vitali e giocando su triangolazioni di interessi: meno ambizione ideologica, più difesa mirata della supremazia.

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