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Una filosofia per l’Europa, ma la “green” è quella giusta? Il pensiero di Ocone

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

Per “deformazione professionale”, diciamo così, sono abituato a vedere le vicende della politica anche da un punto di vista storico-filosofico. E perciò l’insistenza di Ursula von der Leyen, sin dal suo discorso di insediamento come presidente della Commissione europea, sui temi della sostenibilità ambientale, con la proposta altresì di un ambizioso Green New Deal per il nostro continente (prontamente recepito dal presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte), mi è sembrato qualcosa di molto più significativo che una semplice presa d’atto della crescente sensibilità ambientalistica di una parte importante e influente, anche se non credo maggioritaria, della popolazione europea. Che si è poi concretizzata anche, il 26 maggio scorso, nell’avanzata elettorale dei partiti verdi in numerosi Paesi.

Mi son fatto l’idea che quella insistenza nascesse anche dalla conquistata consapevolezza che, per rinsaldare lo spirito europeistico, il progetto dell’Unione europea avesse bisogno di un “supplemento d’anima”: una vera e propria “filosofia per l’Europa” che accompagnasse e integrasse la costruzione giuridica e burocratica. E che in questo modo, da una parte, provasse a rispondere ad alcune esigenze connesse all’affermarsi dei partiti “populisti” e “sovranisti” e, dall’altra, a risolverle in senso positivo. Una sorta di presa d’atto dell’insufficienza del modello proceduralistico (o di “patriottismo costituzionale” per dirla con Jurgen Habermas) che aveva presieduto al processo centralistico di rafforzamento del progetto europeo negli anni della globalizzazione trionfante (diciamo da Maastricht in poi). Un processo che aveva poi trovato sbocco nel progetto di Costituzione e nella controversa (e teoricamente errata) decisione di togliere ogni riferimento alle “radici cristiane” del nostro continente.

E’ come se, piuttosto che fare harakiri o retromarcia, le élite europee avessero ora trovato nella sostenibilità ambientale un sostituto o un surrogato della vecchia e per loro illuministicamente inservibile religione cristiana con tutto il suo universo valoriale.

E’ chiaro che, impostata in questo modo la questione, il rischio forte è che quella della sostenibilità diventi una religione secolare: senza dubbio diversa e più “sostenibile”, diciamo così con un gioco di parole, di quelle che hanno contrassegnato in negativo il Novecento ma ugualmente pervasiva e nemica del pensiero critico o difforme. Una religione con una sua teologia (politica), una sua dogmatica, i suoi riti, i suoi miti, i suoi “eroi” (o “eroine” come Greta).

Sia beninteso, il problema della conservazione e del costante miglioramento dell’ambiente naturale è sicuramente di fondamentale importanza, ed è giusto che ce lo poniamo e che sia portato da chi può all’attenzione generale. Va però evitato che esso, da una parte, diventi una vera e propria ideologia; e, dall’altro, si saldi in maniera organica con quel “razionalismo in politica” che significa concretamente a livello europeo bulimia legislativa, volontà astratta ed esagerata di regolamentazione e standardizzazione, esclusione di ogni pensiero o comportamento “eccentrico” o “laterale” (che ovviamente è qualcosa di colto e raffinato e non può ridursi a certi rutti inconsulti che a volte è dato leggere sui social).

Chi scrive è forse un nostalgico dei tempi che furono. Fatto sta che egli crede che recuperare rinnovando la tradizione del personalismo cristiano e liberale che era propria dei Padri Fondatori possa dare un tono e una prospettiva diversa ad un altro e diverso processo di integrazione europea. Un processo che parta dal basso e allontani da sé ogni tentazione ingegneristico-sociale. Forse, per quanto ancora vaga e generica, la traccia del “nuovo umanesimo”, su cui pure insiste Conte, potrebbe avere, anche a livello europeo, declinazioni più appropriate di quelli che il Green New Deal lascia presagire.

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