Caro direttore,
l’anti-intellettualismo è una specie di fiume carsico, che scompare e riappare senza sosta nella storia degli Stati Uniti. Anche perché è un parente stretto del populismo. Entrambi esaltano le virtù dell’uomo comune e del “self made man”, contrapposte ai vizi, al malcostume e al parassitismo delle élite culturali. Tuttavia negli Usa, contrariamente a ciò che è avvenuto in Europa, le due tradizioni hanno continuato a svilupparsi entro i confini della democrazia. Almeno fino a quando sulla scena politica non è comparso “Deranged Donald” (Donald il folle), il soprannome affibiatogli dall’avvocato conservatore George Conway.
Anche il populismo maccartista aveva tratti illiberali, alimentati dalla sindrome complottista che da sempre accompagna i progetti antidemocratici. Quello trumpiano ha fatto un salto in avanti, avvelenando il sangue stesso del liberalismo politico che scorre nelle vene della repubblica americana. Coltiva infatti l’idea che le élite sono pericolose, non solo inutili. Che spetta al popolo governare attraverso il suo leader carismatico, non già ai “professori” che si sono formati nei college e nei campus più prestigiosi. Così il paese che vanta le più importanti università del mondo, il più alto numero di premi Nobel, che è all’avanguardia nella ricerca scientifica e tecnologica, è anche il paese in cui è più radicato l’anti-intellettualismo, più pervicace la sfiducia nella scienza, più ricorrente l’ostilità verso la ricerca e i centri che la promuovono.
I movimenti Maga vogliono affermare, in fondo, il principio che “uno vale uno”, archiviato in Italia dopo una lunga e sofferta stagione di assurdità irresponsabili, ma le cui macerie non sono state ancora del tutto smaltite. Questo principio è non solo irrealistico ma truffaldino, in quanto l’ignoranza ha sempre prodotto miseria economica e miseria politica. Epperò quei movimenti costituiscono la febbre di una malattia in cui le istituzioni non funzionano e le élite non circolano, dove il ruolo di queste ultime spesso non è giustificato dal merito ma è protetto dal privilegio.
Caro direttore, una democrazia ha bisogno di popolo e di élite. Ma è sana se costruisce sistemi educativi adeguati, promuove una formazione basata sulla competenza tecnica e sociale, legittima sistemi competitivi in cui nessun detentore di qualsiasi potere possa considerarsi al riparo dalla sostituzione da parte di chi ha più talento e più capacità. L’antidoto all’anti-intelllettualismo, insomma, è una democrazia liberale efficiente e una società aperta, ma intolleranti con gli intolleranti.






