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Banana Football Club

Un pallone di grandi e piccoli affarismi

“Banana football club” di Roberto Perrone letto da Tullio Fazzolari

Era il 1980 quando per la prima volta si scoprì che il calcio era inquinato dalle scommesse clandestine. Nello scandalo furono coinvolti grandi campioni come Paolo Rossi e Bruno Giordano. Allora si parlò di “totonero”. Poi venne il “calcioscommesse” e periodicamente “lo sport più amato dagli italiani” si rivela l’epicentro di un colossale giro di attività illegali. Lo scandalo di questi giorni non è una novità e nemmeno una sorpresa. Le inchieste giudiziarie faranno il loro corso e l’ex paparazzo continuerà a fare il moralista. Puniti i colpevoli e assolti gli innocenti resterà però un problema di fondo: se l’illegalità attecchisce è perché il mondo del calcio da anni sta rischiando di perdere i valori etici che caratterizzano lo sport.

Per rendersene conto non c’è bisogno degli scandali e dei talkshow televisivi. È meglio leggere un romanzo come “Banana football club” di Roberto Perrone (BUR, 185 pagine, 11 euro) che, in maniera brillante e perfino divertente, riesce a raccontare fatti e misfatti che avvengono nel calcio. E poiché si tratta di un mondo che Perrone, per tanti anni inviato di sport per il Corriere della Sera, conosce perfettamente è lecito supporre che le vicende narrate non siano soltanto un’invenzione narrativa. La storia inizia da una mamma della buona borghesia preoccupata perché Pierpaolo, il figlio tredicenne, è apatico e sovrappeso. La soluzione, per essere più partecipativo e anche per perdere qualche chilo, è uno sport di squadra e così il ragazzo entra a far parte di un club di calcio giovanile. Non ha grande talento ma, essendo molto alto, l’allenatore lo mette subito a fare da torre al centro dell’attacco.

Per non togliere il piacere di leggere “Banana football club” è preferibile non raccontare il seguito della storia. Però si possono citare un paio di episodi dai quali si capisce che troppe persone si avvicinano al calcio con una mentalità sbagliata e tante altre si comportano in maniera scorretta. La mamma di Pierpaolo va per solidarietà a vedere le partite del figlio. E si ritrova circondata da altri genitori che urlano e litigano. A loro della squadra e dello sport non importa nulla. Nella parola calcio vedono soltanto il miraggio di una carriera strepitosa e di guadagni milionari. Se questa è l’educazione che danno le famiglie ai giovani calciatori poi non c’è tanto da meravigliarsi se un ragazzo di vent’anni gioca d’azzardo. Un altro male del calcio sta nel giro d’affari. Nella squadra di Pierpaolo gioca un vero talento soprannominato “foglia morta” per l’abilità con cui calcia le punizioni. E c’è subito chi ci vede il business ma non lo fa in maniera trasparente. Si arriva a cacciare l’allenatore, burbero ma competente e soprattutto onesto, perché la squadra deve perdere il che fa diminuire il valore del giocatore. L’imbroglio non riuscirà per merito di Pierpaolo e di sua nonna. Ma il lieto fine di “Banana football club” fa comunque vedere un altro pericolo che incombe sul calcio. Già fra i dilettanti e le piccole squadre di periferia si muovono persone senza scrupoli che truccano le partite e fanno firmare contratti capestro. E le scommesse illegali di cui oggi si parla  sembrano proprio la conseguenza di un malcostume diffuso.

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