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Un paio di domande al Pd. Il Bloc Notes di Magno

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Il Bloc Notes di Michele Magno

Da Pierre Mendès-France ho imparato una grande lezione: è meglio perdere un’elezione che perdere l’anima. Un’elezione si può rivincere dopo cinque anni, che vuole che sia? Ma se si perde la bussola, o si perde l’anima, per ritrovarle ci vogliono generazioni.

(Jacques Delors)

Enunciato in termini generalissimi, il secondo principio della termodinamica afferma che il cosmo tende verso uno stato di caos totale. La misura del suo implacabile aumento è data da una grandezza che i fisici chiamano entropia. In parole semplici, può essere definita come il grado di disordine di un sistema. L’entropia del sistema politico italiano, già elevata, sembra destinata a crescere ulteriormente. Il premier Conte ostenta sicurezza, ma il suo azionista di maggioranza è sull’orlo di una crisi di nervi che per lui potrebbe rivelarsi fatale.

Il pur atteso passo indietro di Luigi Di Maio, infatti, è solo l’ultimo capitolo di una dura lotta intestina per spartirsi le spoglie del movimento, nonché di una profonda crisi d’identità del suo gruppo dirigente, da poco integrato con un fantasioso team di “facilitatori”. C’è chi considera questo gruppo dirigente una associazione di incompetenti, e c’è chi lo ritiene una specie di rumorosa scolaresca dove si trova di tutto: il capoclasse incapace di sorvegliare i compagni, la studentessa arrogante che si crede un’accademica dei Lincei, il giovane terzomondista appassionato di viaggi esotici, il buffone che fa casino durante la ricreazione e poi fa la spia al professore. Ma se invece questi impagabili alleati del Pd fossero gente sincera? Gente che, al fondo, è solo sfascia-passato perché non ha nessuna idea plausibile del futuro, per giunta stordita dall’improvvisa coabitazione col privilegio e col potere?

Benedetto Croce usava scherzosamente il termine onagrocrazia, ovvero governo dei somari (dal  greco “ònagros”, che significa asino selvatico), per satireggiare il regime mussoliniano e l’ignoranza dei suoi gerarchi. Tra i ministri della ditta fondata da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio c’è forse qualche cavallo di razza (magari non proprio un purosangue), ma di sicuro non mancano i ciuchi. Non voglio mancare di rispetto a nessuno, sia chiaro, ma come si può immaginare un futuro allargamento del mitico “campo del centrosinistra” con i rappresentanti di un populismo digitale che non perde occasione di mostrare il proprio disprezzo per la democrazia parlamentare e per i più elementari principi dello stato di diritto?

Nicola Zingaretti e Dario Franceschini credono sul serio di poter recuperare voti dal bacino dell’astensione, che probabilmente resta ormai l’unico a cui rivolgersi per conquistare nuovi consensi, salendo a bordo di una barca -quella grillina- che fa acqua da tutte le parti? E come si concilia l’idea di costruire un nuovo bipolarismo, prospettata dal segretario dei democratici, con un sistema elettorale di tipo proporzionale? È sempre possibile, naturalmente, ma molto più difficile.

Quando qualcuno solleva questi dubbi, in particolare sui social network scatta immediata la reazione dei tifosi più dello stato di cose esistente. Perlopiù invitano a non “disturbare il manovratore”, perché o si mangia ciò che passa il convento o l’unica altenativa è il digiuno. Pelose lezioni di realismo politico, in cui si riflette un malcelato fastidio per quanti si rifiutano di accodarsi alla vulgata del fascismo alle porte, a cui talvolta si accompagna l’accusa di essere falsi profeti, disfattisti, pavidi e, nella migliore delle ipotesi, anime belle, cioè -secondo la definizione di Hegel-   anime pure e incontaminate, ma completamente incapaci di agire nel mondo, e di influire sul suo corso con il proprio impegno e con la propria operosità.

In realtà, sembra quasi che sia vietato criticare la conclamata subalternità a logiche di potere per il potere di cui sta dando prova la sinistra al governo; e che chi dissente, quindi, debba tacere e annullarsi nella volontà della maggioranza (forse Rousseau non abita solo a Milano, in via Gerolamo Morone 6). Perfino di fronte alle scelte più inaccettabili, a cominciare dall’abolizione della prescrizione.

Può darsi che Stefano Bonaccini, se domani vincerà le elezioni in Emilia-Romagna, regali una  insperata stampella al claudicante governo guidato dal “punto di riferimento essenziale per le forze progressiste” (copyright di Zingaretti). Ma, prima o poi, le urne nazionali dovranno essere aperte. E, allora, credo che non saranno rose e fiori per gli stenterelli dell’annunciato nuovo partito o partito nuovo che dir si voglia.

 

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