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Un mito del nostro tempo: l’autodeterminazione (individuale)

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Si sta perdendo la complessità poliedrica della vita, e del giudizio. E non è uno degli ultimi segnali della crisi dell’Occidente. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

Uno dei miti della nostra epoca è quello che va sotto il nome di autodeterminazione, con cui si fa coincidere l’idea di libertà. Ognuno, si dice, deve scegliere, senza coercizioni di sorta, la propria identità, il proprio progetto di vita, i propri valori. Deve prendere decisioni à la carte, per così dire. È come se ci trovassimo in un immenso armadio e, secondo il gusto del momento, potessimo e dovessimo scegliere quale abito indossare.

Un concetto così banale di libertà ovviamente non è dato vedere nel mondo reale, così come è indubbio che se facessimo fino in fondo nostro questo concetto di liberà creeremmo un bel po’ di casini e spesso anche delle situazioni che della libertà sono la più perfetta antitesi.

Ma cosa significa autodeterminarsi, scegliere senza coercizioni di sorta? Prima di tutto significa fare astrazione dal mondo reale, che, essendo un prodotto storico, è fatto di abitudini, costumi, tradizioni, anche miti e riti, sedimentatisi nel tempo e da noi introiettati. Essi, per ciò stesso, hanno una loro razionalità: non quella astratta che ritrovo nella mia testa, ma quella che è propria di una comunità che ha, per così dire, incamerato tutte le esperienze, e anche gli errori e i fallimenti, degli esseri umani che ci hanno preceduto.

Ora, la libertà, quella concreta, non si autodetermina ma si determina proprio da questo fondo di necessità. Certamente, verso la storia non si può avere, ammesso e non concesso che sia possibile, un atteggiamento antiquario, di pura conservazione, ma un cambiamento effettivo e radicato deve tener sempre presente questo fondo di necessità senza il quale la stessa libertà non sarebbe.

Così come, detto altrimenti, deve tener sempre presente il fatto che la libertà, come il potere, si inserisce in una rete di relazioni, che la determinano e la limitano ma anche la rendono appunto concreta. Si è sempre liberi o necessitati a secondo delle situazioni, e l’individuo non esiste come una monade ma si determina ed è partire dalle relazioni che lo costituiscono e che appunto lo individuano. Pensare di poter avere la soluzione a portata di mano affermando o negando l’assoluta libertà dell’essere umano, cioè la libertà sciolta (ab-soluta) da ogni legame o rapporto di circostanze, è peggio che un’utopia: è semplicemente stupido.

Desta perciò un po’ meraviglia, non è dubbio, che, passando dalle considerazioni speculative al mondo concreto, a volte ci si perda in certe astrattezze empiriche e non si colga il problema e la sostanza di certe queste questioni. Il mito dell’autodeterminazione è così forte che si cerca persino di ridurlo a norma.

Su Il Messaggero di ieri, ad esempio, una pagina intera era dedicata alla sentenza della Consulta con cui, riaffermando la validità della legge Merlin, si afferma che la prostituzione non può mai considerarsi un atto veramente o davvero libero, come avevano sostenuto i legali di Giampaolo Tarantini e Massimilano Verdoscia, accusati di essere stati “procacciatori di escort” per Silvio Berlusconi.

Anche oggi la prostituzione, secondo la suprema Corte, è determinata da fattori, che anche se non sono più solo economici in senso stretto, “limitano e condizionano la libertà di autodeterminazione dell’individuo”. Ma, di grazia, c’è nella vita qualcosa che non sia condizionato, e quindi limitato, da un qualche fattore? Si può scegliere, vivere, decidere se non stagliando la nostra volontà a partire da un fondo di necessità?

In una intervista contenuta sempre nella stessa pagina, la matrimonialista Annamaria Bernardini de Pace dissente dalla sentenza della Consulta e dice che oggi molte donne (ma anche qualche uomo), si prostituiscono per “una scelta chiara e motivata solo dalla volontà personale”. Un diverso modo di vedere, ma Bernardini resta pur sempre sullo stesso terreno: una scelta completamente libera, autodeterminata, sarebbe possibile.

Qui, invece, si nega proprio questo. Ma, allora, come giudicare un caso di prostituzione? A me sembra che sia possibile solo provando a entrare nei casi concreti, nei contesti e nelle psicologie umane, nella considerazione dell’esistenza o meno di un vasto paniere di scelte e del danno eventualmente arrecato ad altri. E riferendosi poi sempre a un nucleo valoriale di riferimento e esplicitato che oggi non è più quello di ieri, che domani sarà ancora diverso.

Ora, a parte il fatto che c’è anche una prostituzione intellettuale che non è meno odiosa di quella carnale, a me sembra che ci sia un punto in cui la norma, ogni norma, in questo come in altri casi, deve cedere il passo a qualcosa di più concreto e fluido, diciamo alla vita. La quale ci impone di scegliere e giudicare, moralmente o legalmente poco importa, ma assumendoci fino in fondo il carico di responsabilità che il normativismo astratto vorrebbe invece sottrarci.

E’ proprio questa complessità poliedrica della vita, e del giudizio, che mi sembra si stia perdendo. E non è uno degli ultimi segnali della crisi dell’Occidente.

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