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Un consiglio non richiesto a Nicola Zingaretti. Firmato: Michele Magno

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Oggi a sinistra leader carismatici non se ne vedono. Però ci sono buoni amministratori. Roma ne ha un disperato bisogno. Allora Zingaretti mi permetta un consiglio non richiesto: ci pensi seriamente, sono sicuro che sarebbe un suo ottimo sindaco. Il commento di Michele Magno

 

Negli ultimi anni della sua vita, Emanuele Macaluso ripeteva sconsolato che il Pd non era un partito, ma un aggregato politico-elettorale, un coacervo di correnti legate unicamente da un patto spartitorio di potere, a livello locale e centrale. Le ragioni esposte da Zingaretti per motivare le sue dimissioni mi pare che confermino largamente questo giudizio. Ora, mettiamo pure da parte la lunga catena di errori, su cui già si stanno versando fiumi d’inchiostro, culminata nella crisi di Largo del Nazareno. La verità è che il “poltronismo” del suo gruppo dirigente denunciato dal segretario dem ripropone una vecchia questione: perché nel passaggio di secolo, in forma prima silenziosa, poi via via più rumorosa e eclatante, la sfiducia nei partiti è esplosa così clamorosamente?

Almeno in Italia, la risposta che forse ha ricevuto più credito è anche la più semplice: la “casta” è diventata insopportabile perché, come si suol dire, “non ci sono più i capi di una volta”. Le élite non sono più, come scriveva Vilfredo Pareto, classi elette composte da coloro che eccellono nei vari campi, compreso quello dell’arte di governare. Nulla di tutto ciò sembra oggi possibile. Quasi tutte le leadership di partito attuali sono ampiamente screditate, tanto che l’unica rivendicazione unanime che si leva “dal basso”, ogni qualvolta si parla di legge elettorale, è quella di sottrarre alle segreterie il potere di decidere le candidature.

Inoltre, la folla di funzionari e di quadri intermedi che occupa gli apparati, così come la moltitudine dei parlamentari, sono spesso considerate come esempio di impreparazione, di cattiva conoscenza dei problemi, di inefficienza e parassitismo. Sono perfino bollate come venali e affaristiche, marcate dal vizio del privilegio e da uno spirito corporativo, oltre che da un diffuso servilismo. È una spiegazione, questa, che tuttavia spiega poco. Perché occorrerebbe capire per quale ragione i meccanismi della democrazia rappresentativa, anziché i migliori selezionino, se non i peggiori, i mediocri. Ritorna così prepotentemente in campo il tema delle riforme istituzionali, sempre evocato e mai affrontato con la necessaria determinazione

Lo stesso vale per le forme di selezione (primarie e congressi, anzitutto) dei leader nel sistema dei partiti. L’evidenza empirica ci dice che essi hanno giocato un ruolo cruciale soprattutto nelle situazioni straordinarie, come una guerra, la fondazione o la trasformazione di uno Stato, una grande emergenza nazionale (auguri sinceri a Mario Draghi). Oggi a sinistra leader carismatici non se ne vedono. Però ci sono buoni amministratori. Roma ne ha un disperato bisogno. Allora Zingaretti mi permetta un consiglio non richiesto: ci pensi seriamente, sono sicuro che sarebbe un suo ottimo sindaco.

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