Mondo

Un bilancio dell’era Cameron. L’approfondimento di Meloni

di

Cameron

L’uscita della sua autobiografia “For the Record” può essere un buon momento per riflettere sulla premiership di David Cameron. L’articolo di Daniele Meloni

Nel Regno Unito si continua a parlare di David Cameron, come dell’uomo responsabile della “tragedia Brexit”. Detto che le tragedie sono ben altre – non dimentichiamoci che 70 anni fa gli inglesi dormivano nella Tube sotto le bombe della Luftwaffe – è forse giunto il momento di dare a David Cameron quello che è di David Cameron, e valutare il suo operato nei 6 anni in cui è stato Primo Ministro con occhi meno eurocentrici e più analitici. L’uscita della sua autobiografia “For the Record” può essere un buon momento per riflettere su una premiership ricca di eventi, di successi e di sconfitte, conclusasi il 23 giugno 2016 con il referendum sulla Brexit.

Certo, Cameron ha faticato non poco a scrollarsi di dosso la fine improvvisa del suo mandato. Come Eden con Suez e Blair con la guerra in Iraq, il suo nome sarà per sempre accostato a quell’ultima sconfitta che ha cambiato il corso della storia del Regno Unito.

Diventato segretario dei Tories nel 2005 dopo l’ennesima sconfitta elettorale e la fine del mandato di Michael Howard alla guida del partito, nel 2010 Cameron è anche l’uomo che ha riportato i Tories al governo dopo 13 anni di opposizione alla macchina da guerra elettorale del New Labour blairiano; ha offerto un ambizioso accordo di governo ai LibDems di Nick Clegg guidando il primo governo di coalizione che si ricordi a memoria d’uomo nel Regno Unito; ha dovuto – con il suo Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne – fronteggiare la peggiore crisi economica dagli anni ’30, al termine della quale il paese ha ripreso a crescere su tutti i fronti; nel 2015 ha vinto le elezioni riuscendo a ottenere la maggioranza assoluta ai Comuni, cosa che ai Tories non riusciva dal 1997; riforme significative in ambito scolastico, nel welfare e nel servizio sanitario nazionale (NHS) sono state portate avanti dai suoi ministri nonostante non godessero di un univoco sostegno popolare.

Come alcuni illustri predecessori – Thatcher e Major su tutti – anche lui si è scontrato con un partito che da tempo si sta facendo la guerra sul rapporto tra UK ed Europa, ma nonostante ciò è riuscito a governare in modo efficace in anni difficili per il suo paese.

Ancor più della lotta fratricida interna ai Tories, Cameron ha subito il vento anti-establishment che ha iniziato a soffiare anche a Londra dopo il fallimento della Northern Rock e la crisi del settembre 2007. Certo, dopo gli anni dell’austerity il popolo ha in realtà aumentato la sua maggioranza di governo nel 2015, ma quando nel 2012 i backbenchers Tory si sono sentiti in pericolo per l’avanzata dello UKIP di Nigel Farage, gli è stato impossibile reggere lo scontro interno al partito e ha annunciato – a seguito di una accorata lettera scritta da un centinaio di MPs conservatori – che se avesse vinto le elezioni del 2015 avrebbe fissato la data per un referendum sulla Brexit. Sfortuna (per lui) volle che le vinse, che l’Europa nella trattativa con il governo inglese si mantenne su posizioni rigidamente ottuse, e che Boris Johnson e Michael Gove, due tra i più popolari politici britannici, presero posizione per il Leave.

David Cameron era assurto alla leadership dei Conservatori affermando di voler vedere un partito che parlasse dei problemi della gente e non continuasse a concionare sull’Europa. Da Leader Tory, dopo 10 anni alla guida del partito che ha ottenuto più voti di tutti al mondo nella storia delle democrazie, il suo fallimento è stato dunque spettacolare. Ma come Primo Ministro i suoi risultati sono stati notevoli: l’aumento del salario minimo e il Same-Sex Marriage Act potrebbero essere celebrati anche dal Guardian e dalla sinistra britannica, che invece gli dedica ogni sorta di epiteto tirando in ballo anche il figlio disabile venuto a mancare pochi anni fa. Negli ultimi anni, anche grazie alla cura Cameron-Osborne l’economia britannica è cresciuta in media molto di più di quella europea e, ancora oggi, anche se molti parlano di “tragedia Brexit”, il numero degli occupati nel Regno Unito è ai massimi storici, mentre il numero dei disoccupati è ai minimi.

A Londra si continua a costruire: Brexit o non Brexit, Cameron o non Cameron. Dopo gli anni dei tagli e dei sacrifici, è forse questa l’eredità che ha lasciato l’uomo che nel suo ultimo intervento ai Comuni disse “I was the future once”, “Tempo fa sono stato il futuro”.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Start Magazine

Errore

Articoli correlati