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Chi odia di più via Twitter? Analisi e polemiche (per un articolo del Corriere della Sera)

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I tweet d’odio in Italia sono opera di chi vive in zone con maggiori diseguaglianze di reddito e più alta densità di persone che temono di perdere il lavoro. Lo scrive Fubini sul Corsera riportando i risultati di uno studio. Ma è davvero così? Sì, forse. No. Boh. Ecco tutti i dettagli

 

I tweet d’odio vengono digitati dai dispositivi di gente che abita i distretti dell’italico Stivale dove impera la bassa copertura vaccinale, sono diffuse maggiori diseguaglianze di reddito e alta è la densità di persone che temono di perdere il lavoro entro sei mesi. Lo scrive in un corsivo domenicale Federico Fubini sul Corriere della Sera. Riporta i risultati di un paper curato da Alessandra Faggian e Daria Denti, economiste del Gran Sasso Science Institute. Ma è davvero così? Sì, forse. No. Boh.

STATISTICHE CHIARE: I NO VAX ODIANO DI PIÙ. O FORSE NO

Lavorando su una banca dati di migliaia di tweet di odio con geolocalizzazione – la Mappa dell’Intolleranza, progetto ideato da Vox, Osservatorio italiano sui diritti, in collaborazione con l’Università Statale di Milano, l’Università di Bari, La Sapienza di Roma e il Dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano – le due studiose arrivano alla conclusione che l’intolleranza verso donne, omosessuali, migranti, diversamente abili, ebrei e musulmani trova il suo brodo di coltura in determinate zone del Paese. Ovvero, riassume Fubini, “con più frequenza da zone No vax; per la precisione, da dove è più bassa la copertura vaccinale al morbillo e alla difterite”. L’odio su Twitter tende poi “a essere più intenso in aree d’Italia con maggiori diseguaglianze di reddito e con livelli più elevati di insicurezza occupazionale”. Aggiunge: “Solo questi tre fattori – avversione ai vaccini, forti diseguaglianze e percezione di precarietà – in Italia sono i soli chiaramente correlati all’odio digitale”. Chiaramente? Non proprio. Non per tutti. Difatti nella Mappa di Vox di quelle conclusioni non c’è traccia.

HATE SPEECH SOCIAL E DISPUTE (NON SOLO) ACCADEMICHE

Il professor Giovanni Semeraro, coordinatore del gruppo di ricerca SWAP del Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari che, con il ricercatore Cataldo Musto, ha messo a punto il software alla base della mappa italiana dell’odio online da cui hanno attinto i dati le due economiste, ha replicato così via Twitter al corsivo del Corriere: “Le correlazioni riportate nell’articolo non sono oggetto dello studio alla base della mappa italiana dell’odio online”.

Fin qui potrebbe essere l’inizio di una disputa squisitamente accademica fra le due studiose del Gran Sasso e il docente dell’Ateneo pugliese. Ma la faccenda ha interessanti e serissimi risvolti per tutti.

COME TI RELAZIONO L’IMPONDERABILE

In statistica si definiscono correlazioni spurie. Cioè del tutto casuali. Potenziale inciampo per i media. Il concetto è semplice: trova due cose correlate tra loro e presentalo come se significasse qualcosa. Le correlazioni quindi cuciono i titoli che attirano l’attenzione. E le discussioni politiche reali sono poi condizionate dalle statistiche e (soprattuto) dalle loro letture. È la statistica (o meglio: la sua analisi) bellezza, e tu non puoi farci nulla. Dipende da come si mettono insieme i pezzi.

MARGARINA E DIVORZI. UNA QUESTIONE SERISSIMA

Ad esempio: il tasso di divorzi nel Maine è strettamente correlato al consumo di margarina. Meno grassi fanno bene all’amore coniugale.

E che dire di Nicolas Cage? Appena appare un suo film aumentano gli incidenti di persone che affogano cadendo in piscina.

E quando gli Stati Uniti aumentano la spesa per la ricerca spaziale, la gente tende a impiccarsi con maggiore frequenza.

Da evitare il consumo di formaggio: più se ne mangia, più negli States nello stesso lasso di tempo cresce il numero di persone che si strozzano impigliandosi tra le lenzuola del proprio letto.

I dati sono reali. Serissimi. Ma ovviamente il rapporto tra i fenomeni è del tutto casuale. Lo mette in evidenza un blog americano diventato a suo tempo virale tra statistica e umorismo geek. Lo ha curato l’analista Tyler Vigen per mostrare la regola d’oro secondo cui “la correlazione non equivale alla causalità”. Vigen ha messo in rapporto fenomeni che nulla hanno a che fare tra loro, ma che per misteriose coincidenze si possono leggere e comparare. L’assurdità di certi accostamenti dovrebbe essere ormai ovvia e banale. Ma è sempre così?

TITOLI ACCHIAPPA LIKE E POLLI

Nel giornalismo il clickbait, il titolo acchiappa like, è spesso in pagina. Tra catenacci e occhielli si insinuano pensieri che restano nella mente. E pazienza se sono tesi smentite nell’articolo già al quarto paragrafo, là dove la maggioranza dei lettori non si avventura. Intanto il gioco è fatto, cullando l’ossessione per i dati o per qualche teoria della cospirazione. Per svegliarsi servirebbe cominciare il digiuno certificato dal proverbiale pollo di Trilussa: se uno mangia un pollo e un altro no, la media certifica che entrambi ne hanno mangiato metà. Provarsi a sedere al desco di chi il pennuto non l’ha visto nel piatto. Del resto: “Esistono tre tipi di bugie: bugie, maledette bugie e statistiche”. Lo scriveva Mark Twain. Anzi, no, lo disse Benjamin Disraeli. O nessuno dei due? Sì, forse. No. Boh.

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