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Tutti i timori dell’Italia per le tensioni commerciali Usa-Ue

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Che cosa teme il governo italiano sul dossier dazi tra Usa e Ue. L’articolo di Marco Orioles

A questo punto i timori dei più paiono più che fondati: l’amministrazione Trump sta scaldando i motori per lanciarsi in una nuova guerra commerciale. Che sarà diretta stavolta non contro la superpotenza rivale cinese già piegata da due anni di dazi e ritorsioni di ogni tipo, ma contro un competitor nei cui confronti The Donald e la sua squadra non hanno mai nascosto il proprio rancore: l’Unione Europea, che attende con il fiato sospeso le decisioni definitive che la Casa Bianca assumerà in materia di dazi a seguito della sentenza del WTO sul caso Airbus.

La paura, dalle parti del Vecchio Continente, non solo è tanta, ma è ulteriormente alimentata da alcuni segnali in arrivo da Washington. Dove ieri, anziché il capo della Commissione Ursula von der Leyen, si è presentato il n. 1 del commercio dell’Ue, Phil Hogan, per colloqui con il suo omologo Usa Robert Lightizer.

Il fatto stesso che il vertice negli Usa tra Trump e la sua collega Ue – annunciato sin da quando i due si sono visti a tu per tu sullo sfondo delle montagne innevate di Davos, e dato poi per certo la settimana scorsa da fonti del Corriere della Sera (che intitolava significativamente il suo articolo “Trump e Von der Leyen, vertice a Washington per fermare i dazi”) sia scomparso dai radar e che a Washington, al posto della delfina di Angela Merkel, si sia fatto vivo il suo commissario al Commercio la dice lunga sui guai a venire per le produzioni e l’export Ue.

Conforta poco, da questo punto di vista, il dispaccio con cui nella notte italiana l’agenzia Bloomberg ha riferito che l’incontro tra Hogan e Lightizer è stato “utile e costruttivo” e che prelude ad “ulteriori meeting” tra le parti.

Se questi meeting ci saranno (e se coinvolgeranno o meno, oltre a Hogan, il n. 1 dell’Ue ) non saranno più “utili e costruttivi” di quello che ha avuto la settimana scorsa nella tana del lupo americano il nostro Sottosegretario per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale Ivan Scalfarotto.

Un incarico quanto mai arduo, quella del sottosegretario che ha messo piede in terra Usa meno di una settimana dopo l’annuncio da parte dell’amministrazione Trump di voler introdurre, quale effetto diretto della sentenza del WTO sul caso Airbus, nuovi dazi su prodotti derivati in alluminio e acciaio.

Come recitava il comunicato emesso allora dal nostro Ministero degli Esteri, la visita americana di Scalfarotto si inseriva “nel solco della continua azione che tutte le articolazioni del Sistema Italia, ed in primis la Farnesina tramite l’Ambasciata d’Italia a Washington e l’ICE, stanno compiendo per difendere (da eventuali dazi Usa) i produttori italiani e l’intera filiera di importatori e distributori americani di nostri prodotti. Azione che – prosegue il testo – si accompagna alla costituzione dell’American Italian Food Coalition, costituita da oltre 400 imprese italiane (unite dall’obiettivo) di fare fronte comune per la difesa dei prodotti italiani negli Usa”.

Ebbene, al cospetto dei suoi interlocutori americani Scalfarotto – diceva la Farnesina – ha ovviamente ribadito l’aspettativa italiana che il nostro Paese “non venga colpita in modo sproporzionato da una nuova tornata di tariffe che correrebbero il rischio di danneggiare imprese e consumatori non solo nel nostro Paese e in Europa, ma negli stessi Stati Uniti”.

E se il sottosegretario ha fatto presente ai suoi partner quanto sarebbero ingiuste misure punitive nei confronti di un Paese “che non è parte del consorzio Airbus”, non ha nemmeno potuto fare a meno di ripetere un mantra che in Europa va per la maggiore da quando lo Studio Ovale è occupato dall’immobiliarista newyorchese: ossia, che “(l’)obiettivo della relazione commerciale tra Ue e Usa (deve) essere quello di evitare qualsiasi escalation per concentrarsi piuttosto su soluzioni “mutually beneficial”. 

A tal proposito, Scalfarotto a Washington ha assicurato – rende noto ancora la Farnesina – “l’impegno dell’Italia in sede Ue per l’avvio di un negoziato costruttivo e risolutivo sul tema dei sussidi al settore aerospaziale”.

Negoziato che però, come dimostra il vertice saltato tra The Donald e Ursula, parte in salita, o forse non è nemmeno partito e mai partirà. L’amministrazione Trump, del resto, non solo ha già abbondantemente dimostrato – come a Pechino sanno molto bene – di tirare diritto sino alle estreme conseguenze quando è convinta di essere nel giusto, ma ha pure il dente avvelenato con l’Europa – e con l’Italia in particolare – per una questione che si chiama digital tax.

Questo è un dettaglio che non poteva sfuggire nemmeno a Scalfarotto. Che a Washington, fa sapere ancora la Farnesina, ha “illustrato portata e funzionamento della tassa italiana sui servizi digitali, entrata in vigore il 1° gennaio con raccolta del gettito il prossimo anno, confermando l’impegno e l’aspettativa del nostro Paese per il raggiungimento di un accordo globale in sede OCSE”.

Si può scommettere che a Washington, dove c’è sempre qualche ligio funzionario del Dipartimento di Stato che controlla i comunicati degli altri Paesi, la nota della Farnesina avrà fatto alzare più di qualche sopracciglio.

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