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Tutti gli ultimi subbugli fra Conte, Di Maio e Salvini su Mes non solo. I Graffi di Damato

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Che cosa succede fra Conte e Di Maio? I Graffi di Damato

Ospite dell’assemblea dell’associazione nazionale dei sindaci e non di una piazza di sardine, le ultime maschere, diciamo così, indossate dai nemici di Matteo Salvini, che lo inseguono dappertutto per guastargli comizi, raduni e quant’altro, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dato al leader leghista, già suo vice presidente e ministro dell’Interno, del “delirante”, “irresponsabile” e “sovranista d’operetta”.

Il motivo di tanto livore, persino superiore al processo fattogli il 20 agosto al Senato appoggiandogli la mano sulla spalla nei banchi del governo ancora gialloverde, è nella pesante accusa rivolta dallo stesso Salvini a Conte di avere tradito o compromesso l’interesse nazionale concordando a Bruxelles e dintorni, o addirittura firmando all’insaputa del Parlamento, un cosiddetto “fondo salva-Stati” destinato, per un meccanismo praticamente imposto dai tedeschi, ad aiutare tutti fuorché l’Italia. Che, pur contribuendovi con le percentuali proporzionali alla popolazione e altro, per usufruirne all’occorrenza dovrebbe accettare una riduzione bestiale e rapida del suo ingente debito pubblico. Ciò comporterebbe quanto meno il ricorso ad un’imposta patrimoniale da lacrime e sangue, ma anche perdite delle banche scaricabili sui depositi dei clienti: un pericolo peraltro avvertito anche dall’associazione degli istituti di credito e dallo stesso governatore della Banca d’Italia.

Conte, spalleggiato dal nuovo ministro dell’Economia, nega tutto questo. Dice di non avere firmato un bel nulla, dovendo farlo eventualmente solo il mese prossimo, e di avere portato avanti le trattative sulla riforma del Mes, acronimo del Meccanismo europeo di stabilità, attenendosi scrupolosamente alle intese via via raggiunte nella maggioranza allora gialloverde con vertici cui ha partecipato qualche volta anche Salvini in persona. Il quale ha reagito immediatamente a mezzo stampa dandogli del “bugiardo” e dello “smemorato” perché in nessuna di quelle riunioni il presidente del Consiglio sarebbe stato autorizzato alla versione dell’intesa europea in via di definizione, e neppure nella risoluzione parlamentare approvata dopo una relazione fatta il 19 giugno da Conte. In soccorso del quale è tuttavia intervenuto l’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria vantandosi di avere personalmente condotto le trattative dopo quella data, riferendone poi alle commissioni competenti delle Camere, col proposito riuscitogli di non far passare la linea del rigorismo oltranzista sostenuta dagli olandesi.

Chi – fra Conte e Salvini – abbia ragione in questo scontro a distanza si potrà dire forse solo il mese prossimo, quando davvero il problema arriverà al vertice europeo e alla firma, che peraltro lo stesso Conte non ha dato per scontata, riservandosi di ricorrere al diritto di veto.

Certo, un po’ di confusione deve esserci stata nella gestione della vicenda, non foss’altro per l’abitudine del governo gialloverde, seguita anche da quello giallorosso che gli è subentrato, di annunciare persino in consiglio dei ministri approvazioni di disegni di legge e decreti legge “con riserva d’intesa”, cioè senza intesa. Ma quel che colpisce di più, politicamente e anche umanamente, del duro intervento di Conte è la sua riconducibilità alla metafora di parlare a nuora perché suocera intenda.

La nuora, in questo caso, è Salvini, la suocera è Luigi Di Maio, tuttora alleato di Conte, capo del principale partito di governo e addirittura ministro degli Esteri. Il quale, anche se Conte ha finto di non essersene accorto, ha praticamente condiviso preoccupazioni e proteste di Salvini reclamando un vertice di chiarimento.

Del resto, è fresco di stampa un titolo dell’omonimo giornale di Torino che attribuisce a Di Maio questa dichiarazione, nelle conversazioni fuori e dentro il Movimento delle 5 Stelle, di cui avrebbe tutto il diritto di essere compiaciuto l’ex alleato Salvini: “Il futuro è il sovranismo”, senza il sarcastico e ittico – da sardine -richiamo di Conte all’”operetta”.

Credo, o temo, che non abbia torto Stefano Folli a scrivere su Repubblica che “come spesso accade, siamo precipitati nello psicodramma”, in cui “tutti recitano la loro parte sul palcoscenico romano ma pochi lo fanno con lealtà”. Ciò vale anche per la vicenda dell’ex Ilva e simili, compresa l’Alitalia, le cui sorti sono tornate in alto mare.

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