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Tutti i grilli di Di Maio. I Graffi di Damato

di

Lombardia

Che cosa sta progettando il ministro degli Esteri ed ex capo politico M5S, Luigi Di Maio, secondo il notista politico Francesco Damato

Due titoli della Repubblica di carta – uno grande, a caratteri di scatola, e un altro piccolo ma, credo, di voluto complemento – riflettono come meglio non si potrebbe la paradossale e caotica situazione del governo e della maggioranza giallorossa che dovrebbe sostenerlo ma, in realtà, lo trascina al fondo.

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“Ora per questo governo l’odio è un’emergenza”, è il titolo grande, fatto con le parole della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, intervistata anche per commentare lettere ed altro di minacce pervenute al giornale fondato da Eugenio Scalfari e ora diretto da Carlo Verdelli. “Se Di Maio va in piazza”, è il titolo sottostante di un editoriale sull’iniziativa assunta dal ministro degli Esteri ed ex capo politico del Movimento grillino e della relativa delegazione al governo. Che si è affacciato a Facebook, in stile Salvini, per promuovere e motivare una manifestazione di piazza il 15 febbraio contro gli “osceni” tentativi di “restaurazione” in corso, dopo le realizzazioni del precedente governo a partecipazione leghista, di cui lui era vice presidente: carica non a caso negatagli, evidentemente, nel successivo presieduto dallo stesso uomo, Giuseppe Conte, ma con alleati diversi e tuttora in carica fra tensioni continue.

E’ proprio a queste tensioni, con l’uso di aggettivi non certo pacifici e pacificanti come “osceni” agli occhi di di chi è invitato a scendere in piazza, che Di Maio ha deciso di dare il suo contributo dismettendo metaforicamente questa volta non solo la cravatta, come fece annunciando la rinuncia alla guida del movimento grillino, ma anche la feluca che gli spetterebbe come ministro degli Esteri e capo quindi della diplomazia italiana.

I tentativi “osceni” di restaurazione in corso sarebbero, fra gli altri, quelli della competente commissione del Senato per ripristinare la consistenza dei vitalizi parlamentari, decurtati l’anno scorso stappando bottiglie di champagne in piazza, e quelli in atto con operazioni più o meno combinate, secondo i pentastellati, fra renziani, leghisti, berlusconiani e parti consistenti del Pd, dove pure c’è una certa insofferenza per l’ex segretario scissionista, per ripristinare la prescrizione. Che è stata abolita nei tribunali oltre il primo grado di giudizio dal 1° gennaio scorso, per i reati compiuti da quella data, senza la promessa e compensativa riforma del processo penale, necessaria a fissarne davvero, non a parole, la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione.

Di Maio, anche a costo di compromettere l’esito dell’intervento operatorio annunciato di recente da Beppe Grillo per risparmiarsi le pericolose apnee notturne di cui soffriva, con effetti anche sul lavoro, di spettacolo e non, da svolgere durante il giorno, è sceso in campo tutto sommato anche contro Conte, come gli attribuisce sulla Verità Maurizio Belpietro. Il presidente del Consiglio sta infatti cercando silenziosamente da giorni di fare breccia fra i grillini per ammorbidire le resistenze del guardasigilli Alfonso Bonafede, peraltro nuovo capo della delegazione pentastellata al governo, a sospendere almeno per sei mesi la nuova disciplina della prescrizione, in attesa di una riforma del processo penale pienamente condivisa dai partiti della maggioranza, e possibilmente anche messa al sicuro con un voto parlamentare.

Di Maio ricorre alla piazza perché non si fida evidentemente né di Conte né dei suoi compagni di partito, che non a caso del resto hanno rinviato i cosiddetti Stati Generali, cioè congressuali, del movimento da lui annunciati per le pur infauste idi di marzo, pagate da Cesare ai suoi tempi con la vita.

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