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Vi racconto i bisbiglii di Zingaretti e Renzi su Conte. I Graffi di Damato

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Pd

“Non è super partes”, ha avvertito Zingaretti ricordando che il professore e avvocato da più di un anno a Palazzo Chigi è lì per designazione dei grillini. I Graffi di Damato

 

Mentre tutti, o quasi, vedono e indicano nelle tensioni all’interno del movimento grillino le difficoltà di Conte sulla strada del suo secondo governo, di cui ancora Luigi Di Maio – o Di Moio, come lo chiama sarcasticamente in una vignetta di prima pagina l’insospettabile Fatto Quotidiano, di casa sotto le Cinque stelle – sono giunti al presidente del Consiglio uscente e rientrante segnali dal Pd di cui dovrebbe preoccuparsi.

Consapevole delle sorprese procurate a quanti, fuori e dentro il suo partito lo avevano lasciato qualche settimana fa fermo sul no ad un governo con i grillini prima di un passaggio elettorale, per cui ora fa i conti con titoli come quello di Libero, che gli dà del “grande buffone”, il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha contestato il tentativo compiuto da Conte, accettando con la consuete riserva il reincarico, di posizionarsi come “terzo” fra le due parti della costituenda maggioranza giallorossa, o “giallorosa”, come preferisce chiamarla Travaglio per un curioso pudore.

“Non è super partes”, ha avvertito Zingaretti ricordando che il professore e avvocato da più di un anno a Palazzo Chigi è lì per designazione dei grillini. E la durata del suo eventuale secondo governo -ha avvertito l’ex segretario del Pd Matteo Renzi, che Zingaretti ha dovuto inseguire e ad un certo punto anche scavalcare nelle aperture a sorpresa ai pentastellati- “sarà legata alla qualità della squadra”. Per cui non è detto che Conte possa considerarsi “sereno” sino al termine ordinario della legislatura, per dirla con una parola dello stesso Renzi rivelatasi politicamente fatale all’amico di partito Enrico Letta sei anni fa. D’altronde, anche una “squadra di governo” che parte col vento in poppa, persino nei mercati finanziari, può trovarsi in tutt’altre condizioni lungo la navigazione e fare naufragio, o qualcosa del genere.

La prudenza, chiamiamola così, del Pd fa il paio con quella che traspare sul Colle dalla corrispondenza di Marzio Breda. Che, pur non smentendo “la fiducia” attribuita il giorno prima al capo dello Stato, mentre si accingeva a conferire l’incarico a Conte, ha avvertito che Sergio Mattarella non considera affatto un “governo del Presidente”, cioè da lui promosso, quello che è in cantiere. E’ un governo tutto “politico”, nato dalle scelte dei partiti che si sono dichiarati disposti a tentarne la formazione, nel programma e nella struttura, pur con la sorveglianza che il capo dello Stato si riserva di esercitare sulla scelta di certi ministri come quelli degli Esteri, della Difesa, del Tesoro, della Giustizia e dell’Interno. Le cui competenze confinano o incrociano con particolare evidenza le prerogative del capo dello Stato. Ora sta a Conte “camminare sulle sue gambe”, ha fatto praticamente dire Breda a Mattarella.

Il quirinalista del Corriere della Sera ha probabilmente raccolto ed espresso gli umori, quanto meno, del presidente della Repubblica anche quando si è chiesto se non ci siano da aspettare sorprese dai numeri sempre ballerini della maggioranza al Senato, sia nella versione gialloverde ormai conclusa sia in quella giallorossa in arrivo. Ed ha allungato un filo di preoccupazione su quello che potrebbe passare per la mente di Matteo Salvini, che sembra il grande sconfitto di questa crisi, quando organizza proteste in piazza e avverte: “Non vi libererete di me”.

Di tutt’altro avviso sembrano tuttavia nella redazione del manifesto, dove il leader del Carroccio, peraltro sottrattosi personalmente alle consultazioni di Conte a Montecitorio, è stato impietosamente immaginato come un migrante disperato su un gommone in avaria in alto mare, affidato al buon cuore del suo successore al Viminale. Dal quale il Pd, che ne rivendica peraltro l’assegnazione, si aspetta non una correzione ma una inversione di rotta nella gestione dei soccorsi e degli sbarchi dopo i 14 mesi di blocco dei porti, almeno a parole, e salvo interventi della magistratura, sotto la guida leghista del Ministero dell’Interno.

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