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Tutti gli strattoni di carta fra Giuseppe Conte e Massimo Giannini

di

gotor moro

La polemica fra il direttore de La Stampa, Massimo Giannini, e l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, vista dal notista politico Damato

Non c’è dubbio, come ha già rilevato Paolo Delgado, che Mario Draghi stia incontrando difficoltà superiori al previsto, fra la soddisfazione anche del predecessore Giuseppe Conte, oltre che dell’opposizione dichiarata e praticata da Giorgia Meloni con i suoi fratelli d’Italia, per le complicazioni intervenute nella campagna vaccinaria, le proteste di piazza contro i perduranti divieti e relativi danni economici e infine le polemiche procuratesi con la sua prima missione estera, in Libia. Dove anche il giornale Avvenire, dei vescovi italiani, e non solo una parte del Pd e di altri settori della maggioranza gli hanno contestato i troppi riguardi, chiamiamoli così, riservati alla Guardia Costiera di quel Paese, cui peraltro l’Italia sta per rifinanziare gli aiuti, pur sapendo ch’essa contribuisce al trattamento disumano dei migranti sia in uscita sia in entrata, o in rientro, in Libia. Che li ospita, si fa per dire, in campi di sostanziale concentramento, cioè detenzione.

Quello di cui però dubito, a proposito di Conte, è il vantaggio politico, oltre ad una comprensibile per quanto sottaciuta soddisfazione per le difficoltà di un successore che, secondo i tifosi, sostenitori e quant’altro dello stesso Conte, sarebbe arrivato a Palazzo Chigi con forzature politiche e persino istituzionali. E per il quale sarebbero stati e sarebbero tuttora in tanti, anzi in troppi, a spendersi in elogi, compiacimenti e scommesse forse troppo avventate, vista la perdurante gravità delle emergenze affidategli, col consenso fiduciario delle Camere, dal presidente della Repubblica: emergenze di carattere sanitario, sociale ed economico.

L’ex presidente del Consiglio — preso adesso da altri e non meno gravosi compiti, come la rifondazione e il governo di un movimento a dir poco complesso e irrequieto come quello delle 5 Stelle, pur sempre dipendente alla fine dall’ultima parola del “garante”, “elevato” e non so cos’altro Beppe Grillo — è appena uscito un po’ malconcio, credo, da uno scontro che ha cercato, in una lettera,  col direttore della Stampa Massimo Giannini. Il quale, contrapponendolo di fatto a Draghi, gli aveva rimproverato limiti e contraddizioni nella gestione dei rapporti internazionali in riferimento proprio alla polveriera della Libia. Dove l’Italia ha interessi enormi da tutelare: dal petrolio al controllo di un’immigrazione clandestina diretta più in generale verso l’Europa ma per forza di cose più in particolare verso i suoi confini meridionali, che sono d’Italia.

Nella risposta piccata alle osservazioni di Giannini, che disponeva peraltro di informazioni sue ed esclusive sulla “sostanziale inutilità” attribuito al lavoro di Conte sul versante libico dall’emiro di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed, l’ex presidente del Consiglio ha opposto smentite, scrivendo di “falsità” delle informazioni della Stampa, precisazioni e sarcasmo. Tale è stato, in particolare, un richiamo al mitico Talleyrand per invitare praticamente Giannini, e non po’ tutti i giornali del gruppo oggi posseduto in pratica dal giovane nipote ed erede di Gianni Agnelli, a non sostenere Draghi con “troppo zelo” perché così si rischia sempre di “servire male la causa”.

Nella replica il direttore della Stampa non solo ha confermato tutte le sue informazioni e critiche, ma ne ha aggiunte altre facendo le pulci alle iniziative, esternazioni e omissioni anche del primo governo Conte, quello con i leghisti, durante il quale in effetti accadde un po’ di tutto: dal Salvini che da vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno si sentiva meglio a Mosca che a Roma alla coppia Di Maio-Di Battista che andava a Parigi per simpatizzare con i dimostranti in gilet giallo impegnati a mettere a ferro e fuoco la città. Al secondo governo Conte, oltre alle sfortunate missioni dall’emiro di Abu Dhabi, alla corsa a Bengasi per farsi fotografare con Haftar in cambio del rilascio dei pescatori siciliani sequestrati con le loro imbarcazioni, ha abrasivamente ricordato la sponsorizzazione politica ottenuta dall’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump con quel Giuseppe al plurale, come – aggiungo io — ad un italiano qualsiasi di Brooklyn.

Per finire, e non essere da meno di Conte sul piano storico e letterario, Giannini promettendo di non praticare troppo zelo nella difesa di Draghi, cui — ha assicurato — ha già cominciato a rimproverare quel che meriterebbe, ha esortato l’ex presidente del Consiglio a non praticare troppo, dal canto suo, la “”schadenfreud” — ha scritto — di Schopenhauer. E che cos’è, mi chiederete voi se non conoscete il tedesco? La “schadensfreude” che sono andato a consultare su Wikipedia, è una “gioia maliziosa”, “un piacere provocato dalla sfortuna”, insomma — mi pare di capire — un po’ di masochismo, o un po’ troppo.

 

Pubblicato sul Dubbio

 

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