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Pacifista

Tutti a caccia del voto pacifista

Il Bloc Notes di Michele Magno

Tutti a caccia del voto “no war”. Secondo i sondaggisti, infatti, la maggioranza degli italiani è schierata per la pace. Anche se è come scoprire che la maggioranza degli italiani vuole bene alla mamma, la notizia ha riacceso gli appetiti elettorali dei partiti in vista del rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Niente di nuovo sotto il sole, in verità, tanto più che non da oggi la composita e trasversale galassia pacifista si ripara sotto l’ala benedicente dell’attuale pontefice.

Dall’inizio del suo insediamento sul soglio di Pietro non si contano gli appelli di Jorge Bergoglio perché la pace, cioè il “bene assoluto”, prevalga sulla guerra, cioè il “male assoluto”. Nonostante il suo alto e nobile magistero, questo male assoluto non sembra però sradicabile dalla storia umana. Ciò ripropone anche anche ai non credenti (come chi scrive), ma che si considerano crocianamente cristiani, una questione che fu avanzata per primo, nella sua formulazione più radicale, da Epicuro (341-270 a.C) con la sua famosa “equazione”: “La divinità o vuole abolire il male e non può; o può e non vuole; o non vuole né può; o vuole e può. Se vuole e non può, dobbiamo ammettere che sia impotente, il che è in contrasto con la nozione di divinità; se può e non vuole, che sia invidiosa, il che è ugualmente estraneo all’essenza divina; se non vuole e non può, che sia insieme impotente e invidiosa; se poi vuole e può, la sola che conviene alla sua essenza, da dove dunque provengono i mali e perché non li abolisce?”.

È nota la risposta a queste obiezioni che ha finito col prevalere nella teologia cristiana: il male (la malattia, la guerra, le calamità naturali) non è altro che assenza di bene (“privatio boni”). Ma è stato in particolare Agostino d’Ippona (354-430) a insistere sulla corruzione congenita che deriva, per trasmissione, dal peccato originale dei “protoplasti” (ossia dei “progenitori”, Adamo ed Eva). Corruzione congenita che è madre di un male morale da cui soltanto la grazia insondabile del Signore libera i predestinati.

L’età moderna conosce tre grandi teodicee, cioè i tentativi di conciliare la presenza del male con la bontà divina: quelle di Leibniz, di Spinoza e di Malebranche. Pur partendo da presupposti diversi, essi giungono a un identico risultato: Dio non avrebbe potuto creare un mondo diverso da quello attuale. Le teodicee moderne pretendevano, dunque, di rendere il male pienamente intellegibile e giustificabile.

In un breve scritto pubblicato nel 1791, “Sul fallimento di tutti i tentativi filosofici in teodicea”, Kant, al contrario, considera esecrabile che Dio giudichi con regole diverse da quelle degli uomini, e che quel che appare male a noi sia per lui legittimo. Secondo l’autore delle tre “Critiche”, è la sofferenza e l’indignazione di Giobbe che emozionano; le “parole in difesa di Dio”, invece, irritano e non consolano. E proprio la demolizione kantiana della teodicea, la Shoah e gli orrori del “secolo breve” hanno contribuito a mettere in discussione la dottrina agostiniana che nega la realtà del male. Fino al punto che il pastore luterano Dietrich Bonhöffer, impiccato dai nazisti nel 1945, parlerà di crisi del “Dio-tappabuchi”, sapiente alchimista che trae sempre il bene dal male.

Il lettore potrà chiedersi cosa c’entri questa digressione teologico-filosofica con le posizioni espresse dalle forze pacifiste sui conflitti in Ucraina e in Medioriente. A mio avviso, c’entra nel senso indicato dallo stesso Kant, pur autore di uno dei più celebrati saggi sulla pace. E cioè che il valore supremo di una “ben ordinata convivenza di individui” non è la pace, ma la libertà. In altri termini, “la pace non può essere il cimitero della libertà”, di quella libertà che è condizione basilare della pace, che o è giusta o non è.

Il Trattato di Versailles (giugno 1919) punì duramente la Germania sconfitta nella Prima guerra mondiale, e fu una delle cause che favorirono l’ascesa di Hitler. Come aveva previsto profeticamente il premier britannico Lloyd George, avrebbe garantito la “pax europea” per non più di trent’anni. Alcuni leader occidentali si mostrano consapevoli del rischio che la resa senza condizioni di Kyiv all’espansionismo di Putin, che da noi più che in altri paesi trova ferventi seguaci per fede o tornaconto elettorale poco importa, possa aprire un’altra pagina drammatica della vicenda europea. Purtroppo, tale consapevolezza fino ad ora non è stata sostenuta, o stata sostenuta in modo tardivo e in forme insufficienti, dagli aiuti necessari per una efficace resistenza all’invasore russo.

Come disse nel maggio 1940 Winston Churchill, contrario a ogni ipotesi di appeasement con i nazisti, “la storia non sarà gentile con coloro che non hanno lottato per la libertà”.

 

*Italia Oggi

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